Zakimort è uno dei personaggi più singolari del fumetto nero italiano. Potrebbe sembrare un semplice epigono di Diabolik ma in realtà è qualcosa di diverso. Creato da Pier Carpi nel 1965 e pubblicato dall’editore Gino Sansoni, la serie narra le avventure di Fedra Garland, una donna che assume il nome del padre, Zakimort, per combattere il crimine. Samo nella Milano del boom economico, delle redazioni, delle case editrici, dei tram affollati e dei primi consumi di massa; una città nervosa, inquieta, attraversata da una tensione continua tra essere e apparire che sarebbe sfociata nel Sessantotto. In quella Milano fredda e immersa nella nebbia i fumetti neri non furono un incidente di percorso, furono un sismografo. E Zakimort, in questo paesaggio, è uno dei segnali più interessanti, perché racconta non solo un genere, ma un intero clima culturale. Zakimort nasce nel pieno della stagione in cui il fumetto italiano smette di essere solo evasione per ragazzi e diventa un territorio adulto, ambiguo e perturbante. Il suo autore, l’emiliano Arnaldo Pier Carpi, è un personaggio poliedrico capace di muoversi tra giornalismo, narrativa, fumetto e regia cinematografica. Ma Pier Carpi non è un autore qualunque, viene dall’interno di quel mondo che ha reso possibile Diabolik, il grande detonatore del fumetto nero italiano. E Zakimort è in un certo senso, lei che adotta il nome del padre criminale per combattere il crimine, la figlia illegittima di Diabolik. Il successo di Diabolik, aveva cambiato tutto, aveva rivelato l’esistenza di un pubblico adulto che leggeva, consumava, desiderava storie più rapide, più dure, più moderne. Che non voleva più solo eroi positivi, non voleva più un’Italia rassicurante, Voleva conflitto, trasgressione, ambiguità. Diabolik aveva intercettato tutto questo con precisione quasi sociologica: il criminale elegante, il costume, la maschera, la città come spazio da depredare, la borghesia come bersaglio simbolico. Zakimort si inserisce nella stessa scia, ma con una particolarità importante, porta al centro della scena una figura femminile nuova, moderna, ribelle. Questo è un punto decisivo. Perché Zakimort non è solo la variante di un successo commerciale, è una figura che riflette il mutamento dei ruoli e delle aspettative sociali. Fedra Garland, il personaggio dietro la maschera, prende il posto del protagonista maschile indicando, insieme alla ancora più prorompente Satanik di Max Bunker e Magnus, una nuova via. In un’Italia ancora legata ad una visione ottocentesca della femminilità, una donna che si trasforma in giustiziera è già uno scarto simbolico forte. Non è ancora il femminismo puro degli anni Settanta, ma è certamente una rottura dell’immaginario tradizionale. È il segno di una cultura pop che, senza dichiararlo, si sta spingendo nei territori della sociologia. Pier Carpi coglie questa tensione e la traduce in racconto seriale. Ma il suo lavoro non va letto soltanto come invenzione individuale, va collocato dentro il sistema editoriale che lo rende possibile. Qui entra in gioco Gino Sansoni, figura meno celebrata ma fondamentale. Sansoni è un editore che rappresenta bene l’intreccio tipicamente milanese tra impresa, intuizione commerciale e traffico di idee. Con la sua casa editrice, l’Astoria, si muove nel territorio del fumetto popolare con l’acutezza di chi “sente” il mercato prima ancora che conoscerlo. Sansoni non è soltanto un nome in copertina, è un anello decisivo di quel circuito in cui editoria, famiglia, gusto del pubblico e produzione seriale si saldano in modo quasi perfetto. Il fatto che sia legato alle sorelle Giussani, essendo marito di Angela, non è un dettaglio mondano, ma un elemento strutturale, dentro quel mondo editoriale le relazioni personali, professionali e affettive si intrecciano e costruiscono un pezzo della cultura di massa italiana. Un primo tema ricorrente in Zakimort è quello della maschera. La doppia identità non appare qui un semplice espediente narrativo ma si presenta da subito come qualcosa di più complesso, forse di patologico, un vero e proprio sdoppiamento di personalità. Zakimort non è solo una donna mascherata, è una soggettività spezzata, costretta a vivere due vite alla fine incompatibili. La maschera non nasconde soltanto il volto, ma anche quelle zone della psiche che sarebbe meglio tenere nascoste. Funge anche come dispositivo morale, perché consente alla protagonista (Fedra) di commettere atti estremi mantenendo una sorta di separazione da chi li compie (Zakimort). In questo modo proietta la protagonista in uno spazio etico instabile, rendendola una figura ambigua e modernissima, un personaggio fortemente contraddittorio e per questo più tridimensionale e meno scontato. Per capire fino in fondo il valore di questi fumetti bisogna guardare anche alla reazione che suscitarono. Perché i fumetti neri non vennero accolti con semplice indifferenza, vennero discussi, attaccati, demonizzati. Il fumetto nero veniva accusato di favorire la devianza, di sedurre i giovani, di normalizzare la violenza, di corrompere il gusto e la morale. Si innescò così un paradosso tipicamente italiano, ciò che ha successo viene criticato e più viene attaccato e più vende. Zakimort venne criticato perché spacciava la vendetta per giustizia. La presentazione originale del personaggio parlava di “guerra al male, al delitto, al crimine”, ma questa formula è subito complicata dal fatto che Zakimort raggiunge i suoi obiettivi tramite la violenza. Quella che viene messa in scena è una giustizia malata che nasce dal dolore e passa attraverso il sangue, non riuscendo mai ad essere pura e rischiando sempre di confondersi con ciò che combatte. Zakimort è un oggetto interessante anche perché non ha la stessa fortuna iconica di altri personaggi più celebri del filone. Ed è proprio per questo che merita attenzione, i personaggi minori spesso rivelano più dei grandi successi, perché mostrano come un modello narrativo venga replicato, adattato, trasformato, quasi metabolizzato dall’industria culturale. Zakimort è un derivato, sì, ma è un derivato significativo. È una figura che parla del tentativo di non restare semplicemente nella scia di Diabolik, ma di introdurre una variazione importante. Zakimort vive tra due mondi: quello del crimine ereditato dal padre e quello dell’ordine rappresentato da Norton. Questo doppio legame rende il personaggio narrativamente instabile e continuamente esposto allo smascheramento. È un elemento molto fertile dal punto di vista letterario, perché ogni episodio può essere letto come un tentativo di tenere insieme ciò che dovrebbe restare separato. Per questo Zakimort va inteso anche come un sintomo. Non è solo un prodotto di intrattenimento, ma una spia del malessere e della trasformazione. La Milano che lo rende possibile è la stessa che, di lì a poco, vedrà esplodere le contestazioni studentesche, le lotte operaie, la crisi dell’autorità, la messa in discussione delle gerarchie familiari e simboliche. Prima delle piazze, però, c’è già un lavoro sotterraneo dell’immaginario. E i fumetti neri fanno parte di quel lavoro. Sono una scuola di ambivalenza che insegna che il bene e il male non stanno sempre dove dice la morale ufficiale. Ecco perché Zakimort, Pier Carpi, Sansoni, le Giussani non sono capitoli separati, sono pezzi dello stesso puzzle. Raccontano un’Italia che sta uscendo dal dopoguerra e entrando nella modernità senza aver risolto i suoi conflitti morali. Sono i protagonisti di una trasformazione epocale oserei dire di una rivoluzione culturale che vide in Milano il suo laboratorio privilegiato. Navigazione articoli JOHN BYRNE RIVOLUZIONA SUPERMAN ERIO NICOLÒ PRIMA DI TEX WILLER