in Sardegna

 

Stipati contro la battagliola di prua guardavamo all’orizzonte la sagoma indistinta e fluttuante della Sardegna. A quella distanza — a occhio e croce cinque o sei miglia — conservava ancora il richiamo esotico delle isole lontane.

All’improvviso, in netto conflitto con lo spettacolo incantevole che si offriva ai nostri occhi, il tono gracchiante di un altoparlante ci fece ripiombare nella realtà. La sirena dei vigili del fuoco non avrebbe avuto un effetto peggiore.

“Davanti a voi”, annunciò, “potete scorgere la Sar… Entro circa mezz’ora approderemo a Olbia. Vi raccomandiamo di tornare nel salone comune e di rimanere seduti al vostro posto finché non sarete invitati a raggiungere il ponte inferiore dalle scale interne. Siete pregati di non perdere la calma e il controllo. Se doveste ritenere di non poter reggere la tensione nervosa potrete rivolgervi ai membri dell’equipaggio, che saranno felici di affiancarvi durante le operazioni di sbarco. I viaggiatori particolarmente fragili potranno richiedere il sostegno morale della nostra équipe medica e dello psicologo di bordo, che vi aiuteranno a superare il trauma del primo contatto con l’isola, a contenere eventuali crisi di panico e a non cedere all’isteria collettiva”.

“Per quanto arduo, cercate di non spingere chi sta davanti a voi nelle scale, non scalciate, non urlate, non piangete, non buttatevi per terra. Nel caso riteneste di non avere forze sufficienti per affrontare l’isola, avrete la facoltà di tornare a Genova con questa stessa nave. Consigliamo a questi passeggeri di tornare nei loro alloggi e attendere ulteriori istruzioni”.

“Coloro che, invece, decideranno di sbarcare sono pregati di riunirsi nei punti di raduno della banchina, dove saranno accolti e accompagnati ai pullman dai signori Pintus, Sanna e Fadda. Il nome del vostro accompagnatore è riportato nella carta d’imbarco. Qualora non fosse più in vostro possesso, vi preghiamo di rivolgervi alla reception”.

“Sappiate che il porto di Olbia è stato regolarmente continentalizzato a partire dal 2000, garantendo ai viaggiatori la massima sicurezza nelle mura della città ma anche fuori dalle mura, dove la continentalizzazione si è a mano a mano estesa a tutta la costa nord-occidentale dell’isola in una fascia lunga circa ottanta chilometri e larga mediamente otto. Sia a Olbia che nei resort dove avete scelto di villeggiare potrete godere di vacanze serene. Vi auguriamo buon coraggio e buona permanenza!”.

Come non detto. Immediatamente dopo il messaggio, le tanto temute scene di panico. Una decina di passeggeri si legarono alle porte delle loro cabine con lenzuola, sciarpe o foulard; altri vomitarono nei corridoi; molti si stiparono nelle scialuppe di salvataggio pensando di poter tornare, remando, alle loro comode case continentali. Tutti urlavano.

Una buona metà sbarcò. Tra questi un prete che trascinava un enorme crocifisso per le scale: e tutti ad alternare il Padre Nostro e l’Ave Maria.

Guardai la mia carta d’imbarco. C’era scritto in caratteri cubitali: “PINTUS”. Il mio cuore si mise a battere forte. Per un attimo pensai di tornare indietro e rinchiudermi nella cabina. Pintus era con ogni probabilità un cognome locale, il che non mi rassicurava affatto. Correva voce nei corridoi della nave che, nonostante le ripetute continentalizzazioni, qualche residuo rimaneva sempre… e uno di questi residui mi stava aspettando.

Una volta posati entrambi i piedi sulla banchina cercai di individuarlo. Eccolo. Un uomo di mezza età, sicuramente un indigeno a giudicare dall’abbronzatura e dal cognome riportato sulla bandierina che sventolava. A poco a poco i passeggeri a cui doveva servire da accompagnatore lo avevano completamente circondato.

“Seguitemi!” disse Pintus raddoppiando tutte le consonanti. Il gruppo di turisti di cui facevo parte si mise in movimento. “Vi condurrò ai pullman a destinazione di San Teodoro, Porto Ottiolu e Budoni, dove vi attendono i pullmini dei vostri resort”.

Udendo i nomi di questi paesi un brivido attraversò la comitiva.

“Non abbiate paura!” proseguì il nostro cicerone. “Questi tre paesi non hanno più niente a che vedere con quest’isola. Ne abbiamo tuttavia conservato i nomi originali per permettere ai vacanzieri di acclimatarsi gradualmente e affrontare eventuali situazioni d’emergenza”.

“A quali situazioni d’emergenza fa riferimento?” chiese uno del gruppo.

“Sono tante. Potreste, per esempio, trovarvi improvvisamente davanti a un vecchio cartello con il nome che la località aveva prima della continentalizzazione. Ecco, le persone che non si fossero abituate ai nomi non continentalizzati potrebbero essere colpite, vedendolo, da crisi di panico”.

“Come mai si trovano ancora dei vecchi cartelli se la fascia è stata continentalizzata?”.

“Si tratta di cartelli che, non si sa per quale motivo, non sono stati distrutti e sono entrati illegalmente in possesso dei nativi. Ogni tanto ne fanno trovare uno al posto del nuovo con l’obiettivo di spaventare i turisti e costringerli a rinunciare alle loro vacanze”.

“Come mai hanno messo degli indigeni alla nostra guida? Se non sbaglio lei è uno di loro…”.

“La sua è una domanda lecita. Io sono originario di un paese di cui rinuncio, per ovvi motivi, a pronunciare il nome. Abbiamo con un paese confinante dei problemi di convivenza. Faide, vendette, odio ancestrale, insomma. In questa guerra sommessa abbiamo avuto la peggio. Molti sono stati costretti a emigrare. Quelli che hanno preferito rimanere sono per la maggior parte seppelliti nelle tombe di famiglia del camposanto. Questo non significa che abbiamo rinunciato alla nostra lotta. Abbiamo chiesto aiuto ad altri paesi. Inutilmente, però: ognuno aveva già la propria guerra e non voleva inimicarsi ulteriori paesi. Qui le guerre cominciano ma non finiscono mai. A malincuore siamo stati costretti a collaborare con i continentali, un po’ come gli scout indiani con l’esercito americano. Potete stare tranquilli. Se un tempo i turisti ci facevano schifo, ora siamo i loro più fedeli alleati”.

Riempimmo completamente quattro dei sei pullman che ci erano destinati. Il quinto e il sesto rimasero vuoti a causa dei passeggeri che avevano rinunciato a sbarcare. Il conto era a questo punto facile: poiché quei pullman avevano una capienza esatta di ottantotto persone, il nostro gruppo era composto da trecentocinquantadue elementi.

Il nostro accompagnatore salì sul pullman e, massacrando a colpi di doppie le parole che uscivano dalla sua bocca, disse:
“Oltre che di accogliervi, sono stato incaricato di aiutarvi a superare la prima prova, che consiste nel pronunciare il nome di quest’isola. Vi chiederò perciò di ripeterne le sillabe che lo compongono. Siamo pronti? Dopo di me: SAR!”.

Tutti, compreso l’autista, ripeterono: “SAR!”.

“Di nuovo: SAR”.
“SAR!”.

“DE!”.
“DE!”.

“GNA!”.
“GNA!”.

“Visto? Non era poi così difficile! Ora uniamo le sillabe e gridiamo: SARDEGNA!”.

In coro ripetemmo: “SARDEGNA!”.

“Ancora: SARDEGNA!”.
“SARDEGNA!”.

La guida scese allora dal nostro pullman e salì su quello vicino, e in seguito sugli altri due. Avevamo superato, senza perdite umane, la prima prova.

Pintus tornò nel nostro pullman.

“E ora la seconda prova. Che poi è la più difficile”.

“Come? Un’altra prova?” chiese uno dietro di me.

“In realtà le prove sono due. Se volete sopravvivere alla Sardegna è necessario che la superiate. Ma vedrete che andrà bene. Ho qui con me un oggetto che dovete assolutamente vedere. Vi prego, per il momento, di chiudere gli occhi!”.

Tutti noi chiudemmo gli occhi. Pintus estrasse da una valigia l’oggetto misterioso e lo brandì.

“Ora potete aprire gli occhi!”.

Tutti aprirono gli occhi. Pintus ci mostrava un cartello stradale ripetutamente forato a pallettoni su cui era scritto: OVODDA.

Urla, spinte: tutti volevano scendere. Alcuni vomitavano, graffiavano, mordevano, picchiavano i loro vicini.

“Non ci hanno detto di queste prove! Ma come avete potuto?” chiesi.

“Non sareste sbarcati. Che senso avrebbe venire qui in Sardegna e non acclimatarsi un minimo all’isola? Vedete, siete ancora vivi…”.

Quest’ultima considerazione ebbe un effetto immediato sui passeggeri del pullman. Sì, eravamo tutti vivi… e di questo potevamo andare fieri.

Pintus scese dal nostro e salì sul secondo pullman. Stesse scene di panico. Urla, morsi, spinte, vomiti. Solo che il cartello riportava la scritta: NORAGUGUME. Apprendemmo al nostro arrivo al resort che gli altri due erano i cartelli di Nuraxinieddu e Perdasdefogu.

Non eravamo ancora arrivati a destinazione e già quelle prove avevano fatto di noi degli uomini veri.

 

 

NdR
La redazione, sarà perché continentale, non è sicura di avere capito bene il testo del nostro caro collaboratore. Aspetta delucidazioni da voi lettori, che avete girato il mondo.

 

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