Sparagnino lo era per davvero, tanto da aver sottoposto a tassazione persino gli orinatoi pubblici, che da allora iniziarono ad essere chiamati col suo nome. Ma la propensione al risparmio derivante dalle sue origini campagnole, Tito Flavio Vespasiano la sperimentò prima di tutto su sé stesso, facendone uno dei capisaldi della propria vita, tanto privata che pubblica. Dopo un anno caotico in cui sul trono imperiale romano si sedettero tre imperatori, due dei quali morti ammazzati e uno suicida, “la Gens famiglia Flavia stabilizzò il potere imperiale, quando ormai era sul punto di cadere”, e lo fece grazie al giuramento di fedeltà pronunciato il 1° luglio del 69 d.C. dalle truppe di stanza in Egitto nei confronti di quell’uomo burbero, dai lineamenti contadini. Nato a Falacrine (odierna Cittareale, in provincia di Rieti) il 7 novembre del 9 d.C., tutto quanto aveva ottenuto, Vespasiano se l’era conquistato con lavoro, fatica e spirito d’abnegazione. Da “uomo del fare”, considerava gli aristocratici dei perfetti nullafacenti, e non sopportava gli adulatori alle cui piaggerie non cedette mai, nemmeno quando assurse al potere. Di fronte a un araldista che, credendo di fargli un piacere, pensò di ricostruire il suo albero genealogico facendolo discendere niente meno che da Ercole, scoppiò in una sonora risata. Quando riceveva ministri e dignitari, palpava loro la tonaca per vedere di che stoffa fosse fatta. Poi lui, che emanava lo stesso odore dei suoi cavalli o del sudore dei commilitoni, li annusava per sentire se fossero profumati. Dotato di grande carisma naturale, aveva scalato le tappe del “cursus honorum” romano, ricoprendo in rapida successione le cariche di questore, edile e pretore, e nel contempo facendosi notare in campo militare in Gallia e poi in Britannia. Laddove necessario, non si trattenne dall’usare una certa dose di cortigianeria nei confronti del potente di turno. Solo con Nerone incappò in un incidente di percorso, perché si addormentò durante una delle sue esibizioni teatrali, venendo per punizione spedito in Palestina a sedare una pericolosa rivolta. Fu in quell’occasione che Vespasiano si fece apprezzare dai suoi soldati che, turbati dalle notizie dei gravi disordini che sconvolgevano l’Urbe, non esitarono ad acclamarlo imperatore. Trionfalmente accolto di ritorno nella Caput Mundi , avviò la ricostruzione del Campidoglio in rovina e abbellì la città con l’erezione di numerosi templi ed edifici pubblici e privati, in primis l’Anfiteatro Flavio (il Colosseo, NdR), costruito in soli cinque anni, coi mezzi dell’epoca. La sua opera riformatrice investì tutti i campi del vivere sociale, sia in ambito giudiziario, che fiscale. Qui scelse di vendere a prezzi salatissimi le più alte cariche pubbliche, compresa quella di esattore fiscale che riservò ai funzionari che sapeva essere più avidi di tutti. “Tanto” (questo era il suo ragionamento) “sono tutti ladri. Meglio vendere loro le cariche, così un po’ di refurtiva gliela facciamo restituire!”. Sempre pronto alla battuta, lo fu anche al manifestarsi della malattia che gli risultò fatale, quando esclamò: “Ahimè, penso che sto per diventare un dio!”, con riferimento alla divinizzazione che i romani erano soliti attribuire post mortem agli imperatori. Se ne andò dopo nove anni di regno, insistendo fino all’ultimo davanti ai presenti per alzarsi dal suo letto di morte, perché: “un imperatore deve morire in piedi!”. (Nell’immagine: Vespasiano dipinto da Alma-Tadema). Navigazione articoli MACHIAVELLI E IL CINISMO DELLA POLITICA CARLO ALBERTO, IL MIGLIORE DEI SAVOIA