Per gli appassionati di storia del calcio italiano, domenica 26 aprile 2026 non è stata una giornata come le altre. In quella data, la squadra vincitrice della prima edizione della Coppa Italia – il Vado, nel 1922 – ha ottenuto la promozione in Serie C, acquisendo il diritto di giocare nel calcio professionistico. Stiamo parlando del club dai colori rossoblù che rappresenta il comune costiero di Vado Ligure, situato in provincia di Savona con ottomila abitanti e una storica vocazione industriale e portuale.

Definire la squadra non è semplice. Non è una nobile decaduta nel senso pieno del termine perché, per essere ritenuta tale, dovrebbe aver stazionato per un certo periodo al vertice delle competizioni: per intenderci, una nobile decaduta è la Pro Vercelli, che all’inizio del Novecento ha conquistato sette scudetti ma manca dalla Serie A da più di novant’anni. Il Vado, invece, non ha mai militato in massima serie e il suo punto più alto è rappresentato dalla partecipazione, tra il 1922 e il 1926, a quattro campionati di Seconda Divisione, un’antenata della Serie B con più differenze che somiglianze. Tuttavia, la vittoria di un trofeo nazionale, seppur organizzato in modo precario, pone la squadra su un piano nettamente superiore rispetto alle realtà conterranee, regionali o comunque limitrofe, con cui si è confrontata per gran parte della sua storia. Si tratta, insomma, di una nobile non decaduta perché è rimasta sempre nei suoi ranghi; o almeno non viene in mente nessuna definizione migliore e altro non resta che addentrarsi nel racconto della conquista di quella storica Coppa Italia.

Siamo nel 1922 e il calcio italiano è, tanto per cambiare, in subbuglio. In quegli anni il campionato è caratterizzato da una fase di qualificazione regionale, al termine della quale le migliori squadre accedono alle finali nazionali. La massiccia crescita dei club partecipanti aveva fatto sì che nella Prima Categoria 1920-1921 fossero iscritte ben 88 squadre, suscitando il malcontento dei club più blasonati, che ritenevano di sprecare energie nelle fasi eliminatorie e desideravano aumentare le partite di cartello per ottenere maggiori incassi. È per questo motivo che, nel 1921, 24 squadre avevano abbandonato la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) per fondare la Confederazione Calcistica Italiana (CCI), con evidenti richiami alla guerra di secessione americana. Tra loro figuravano le scudettate Genoa, Pro Vercelli, Casale, Milan, Inter e Juventus, ed è curioso notare come le ultime tre, spinte da motivazioni in parte analoghe, abbiano tentato un’operazione simile esattamente cento anni dopo, aderendo al progetto della Superlega nel 2021.

La stagione 1921-1922 vede quindi la disputa di due campionati: quello “elitario” della CCI, vinto dalla Pro Vercelli, e quello “storico” della FIGC, in cui si registra il trionfo della Novese di Novi Ligure. Ma una stagione senza le cosiddette big rappresenta uno smacco per la FIGC, che perciò si adopera per organizzare un’altra competizione in grado di attirare l’attenzione perché basata su turni a eliminazione diretta. Nasce la Coppa Italia, a cui la federazione stava già pensando da tempo e che consente anche la partecipazione delle squadre delle divisioni minori.

La prima edizione della coppa nazionale non è ricordata per aver riscosso particolare successo di pubblico: oltre, naturalmente, alle squadre della CCI, rifiutano di prendervi parte anche diversi club della massima serie FIGC e la stessa Novese si ritira prima dei quarti di finale, probabilmente per concentrare gli sforzi sul campionato. Il fallimento dell’iniziativa è certificato dal fatto che la Coppa Italia non sia stata più disputata fino al 1926, anche perché lo stesso regolamento desta più di una perplessità. Poiché tutti i turni sono a eliminazione diretta ma il numero totale di partecipanti non è una potenza di due, si rende necessario promuovere automaticamente alcuni club alle fasi successive: la scelta ricade su quelli ritenuti più forti, suscitando non pochi mugugni, non diversamente da quanto accade oggi con le teste di serie che esordiscono agli ottavi di finale. Il problema principale riguarda però le trasferte, non certo agevoli come oggi, e i costi che comportano. Per questo motivo, il regolamento garantisce alle società la possibilità di invertire il campo di gioco, mentre la squadra di casa è chiamata a rimborsare le spese del viaggio a quella ospite e a versare un’indennità alla FIGC.

Intuendo che la competizione sia destinata a diventare importante, i dirigenti del Vado non lesinano sforzi per garantire alla squadra il maggior numero possibile di partite in casa. Domenica 2 aprile 1922 i rossoblù esordiscono sconfiggendo tra le mura amiche i genovesi della Fiorente in un incontro pirotecnico terminato 4-3 dopo i tempi supplementari. Sette giorni dopo, sempre allo stadio Campo di Leo, il Vado si ripete e infligge un sonoro 5-1 al Molassana, altro club genovese oggi militante nelle categorie dilettantistiche. Il terzo turno si disputa due settimane più tardi e vede i rossoblù eliminare per due reti a zero la squadra milanese della Juventus Italia.

Il Vado accede ai quarti di finale, dove il 30 aprile sconfigge la Pro Livorno nell’unica gara disputata in trasferta. La sola rete della partita viene segnata al minuto 62 e il marcatore è Virgilio Felice Levratto, che negli anni successivi arriverà a vestire le maglie di Genoa, Inter e Lazio e a segnare ben 11 reti in Nazionale su 28 presenze complessive, venendo ribattezzato con il soprannome di “sfondareti” e ottenendo una citazione nella canzone Che centrattacco!!!  del Quartetto Cetra.

La semifinale si gioca il 25 giugno: il Vado supera la Libertas Firenze sempre per 1-0, a pochi minuti dallo scadere dei tempi supplementari. Nell’altra semifinale, l’Udinese, che aveva superato i quarti di finale a tavolino in seguito al ritiro della Novese, si impone a fatica contro la Lucchese in una partita che viene fatta rigiocare a causa di un errore tecnico a favore dei friulani.

La finale è fissata per domenica 16 luglio 1922: benché giochi in casa, il Vado parte sfavorito. L’Udinese milita nella Prima Categoria FIGC ed è arrivata seconda nel proprio girone, quello della sezione veneta. Il Vado, però, sovverte i pronostici e vince, ancora per 1-0 ai tempi supplementari, sempre con gol di Levratto che, secondo le cronache dell’epoca, scaglia una fucilata delle sue che si insacca in rete al minuto 118.

La società è premiata con una coppa d’argento, che verrà devoluta al governo italiano nel 1935 in occasione della campagna dell’Oro alla Patria. Nel 1992, per i settant’anni dalla vittoria della competizione e in occasione di un’amichevole rievocativa, la FIGC ha donato alla società una copia del trofeo, che da allora è esposta nella vetrina della Cassa di Risparmio di Savona, in piazza Cavour a Vado Ligure. Un’altra amichevole rievocativa è stata disputata nel 2022, quando i rossoblù hanno festeggiato il centenario della vittoria sconfiggendo 3-0 la formazione Primavera dell’Udinese.

Non è stato però necessario attendere così a lungo per vedere premiate la lungimiranza e gli sforzi economici della dirigenza vadese: già nel 1946 la squadra era stata ammessa d’ufficio in Serie C proprio in virtù della passata vittoria del trofeo nazionale. La permanenza nella terza categoria del calcio italiano era durata soltanto due anni: in seguito la squadra era retrocessa e, fino a oggi, ha militato nelle categorie inferiori.

Il merito di questa risalita è senz’altro del presidente Franco Tarabotto che, dopo aver vinto il campionato di Eccellenza Liguria nel 2019, è riuscito a portare la squadra sempre più in alto in Serie D, fino alla vittoria del campionato nella stagione 2025-2026. Ora il futuro è tutto da vedere, a partire dai necessari, costosi e tutt’altro che scontati lavori di adeguamento dello stadio per poter disputare la Serie C, ma senza dubbio il Vado ha scritto un’altra pagina importante della sua prestigiosa storia calcistica.

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