Avevo undici anni quando iniziai a fare il chierichetto. Indossavo la veste con un misto di serietà e orgoglio, accompagnando il parroco durante le messe, i battesimi, i matrimoni e, soprattutto, i funerali. Era un ruolo che richiedeva attenzione e rispetto, ma per me rappresentava anche una piccola forma di indipendenza, perché per ogni servizio venivo pagato. Non era molto, ma abbastanza da farmi sentire già grande. Con il tempo imparai che non tutte le cerimonie erano uguali. I matrimoni erano allegri, la gente sorrideva e lanciava riso e fiori, i battesimi erano vivaci, pieni di bambini che correvano e gridavano. Le messe scorrevano tranquille, rituali nel loro ripetersi. Ma erano i funerali a fare davvero la differenza. Molti degli altri chierichetti li evitavano, avevano paura dei morti, del silenzio pesante, dell’atmosfera carica di dolore. Ma qualcuno doveva pur farlo e io tutto sommato riuscivo a mantenermi abbastanza professionale.

Così, mio malgrado, finii per farne molti più degli altri. Senza rendermene conto, trasformai quella che per altri era una paura in un’opportunità. Ogni funerale significava qualche moneta in più, e con il tempo riuscii a mettere da parte una bella sommetta. Era il mio piccolo tesoro, guadagnato tra incenso, preghiere e un’insolita familiarità con ciò che gli altri preferivano evitare. La voce dei miei piccoli guadagni, in un paese dove tutti sanno tutto di tutti, iniziò a circolare più in fretta di quanto avrei potuto immaginare. Un pomeriggio, mentre parlavo con un amico, venne fuori l’argomento dei soldi che stavo mettendo da parte. Lui mi guardò con un mezzo sorriso, come se avesse appena avuto un’idea. Sapeva quanto fossi appassionato di fumetti, passavo ore a leggerli e a rileggerli, studiando i disegni, le inquadrature, le ombre. Fu allora che mi fece una proposta. Suo fratello maggiore, ormai cresciuto, aveva abbandonato da tempo quella passione, e in cantina giaceva uno scatolone pieno di albi dimenticati, destinati lentamente a rovinarsi tra polvere e umidità. Mi disse che, se volevo, avrei potuto comprarli tutti insieme per una cifra che, a suo dire, era più simbolica che altro.

L’idea mi colpì subito. Non si trattava solo di acquistare dei fumetti, ma di salvare un piccolo tesoro dall’oblio. Uno scatolone intero, storie, personaggi, mondi interi pronti a essere riscoperti. Pensai ai miei risparmi, accumulati tra incenso e silenzi, e per la prima volta ebbi la sensazione che quei soldi potessero trasformarsi in qualcosa di ancora più prezioso.

Quando finalmente andai a vedere lo scatolone, capii subito che non si trattava di un’esagerazione. Era davvero enorme, molto più di quanto avessi immaginato, e pieno zeppo di fumetti accatastati senza ordine. Gli albi spuntavano da ogni lato, alcuni un po’ piegati, altri ancora perfettamente intatti, come se aspettassero solo qualcuno che li aprisse di nuovo. Non ebbi dubbi, consegnai le mie 5000 lire con una specie di emozione solenne, come se stessi concludendo un affare importantissimo.

Il vero problema arrivò subito dopo. Lo scatolone era pesantissimo. Provai a sollevarlo, ma capii immediatamente che non ce l’avrei mai fatta, era fuori dalla mia portata. Non restava che una soluzione, trascinarlo. Così, afferrandolo come potevo, iniziai il lento viaggio verso casa.

Fu un’impresa. Il cartone strideva contro il terreno, si incastrava, sembrava opporsi a ogni metro conquistato. Io tiravo, mi fermavo, riprendevo fiato e ricominciavo. Ci misi un tempo infinito, con le braccia indolenzite e le mani sporche, ma anche con una determinazione ostinata. Quando finalmente arrivai davanti alla porta di casa, stremato, avevo la sensazione di aver compiuto uno sforzo epico. E dentro, ad aspettarmi, c’era un mondo intero.

Quando finalmente ebbi il tempo di aprire lo scatolone e guardarci dentro con calma, provai una specie di vertigine. Non era solo una raccolta di fumetti, era un universo.

Tra le pile disordinate vidi subito qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che avevo letto fino ad allora. C’era quasi l’intera collezione di Kriminal, con le sue copertine audaci e inquietanti, e poco distante una lunga serie di Satanik, ancora più cupa e magnetica. E poi, sparsi qua e là, un buon numero di Alan Ford, di cui non sapevo praticamente nulla. Fino a quel momento il mio mondo era stato fatto soprattutto di Topolino e di supereroi, storie luminose, ordinate, con confini chiari tra bene e male. Qui invece era tutto diverso. I personaggi erano ambigui, le atmosfere più crude, i toni più adulti. Mi sembrava di aver spalancato una porta su qualcosa di proibito e affascinante allo stesso tempo. Sentii un’eccitazione crescente, quasi elettrica. Ogni albo era una scoperta, ogni copertina una promessa. Capivo, ancor prima di leggerli, che quel tesoro avrebbe cambiato il mio modo di vedere i fumetti. Non era solo un acquisto, era un salto di livello. E io ero pronto a tuffarmici dentro senza esitazione.

Quando iniziai a leggerli, lo feci con un ritmo forsennato. Divoravo decine di albi al giorno, passando da una storia all’altra senza mai saziarmi. Era come se avessi aperto una diga, tutto quello che avevo accumulato fino a quel momento si riversava in quelle letture continue, febbrili. La cosa più forte probabilmente non era nemmeno la violenza in sé, ma il tono morale ambiguo… il protagonista era un assassino, ma siamo matti? Spesso vinceva ingannando tutti.

Non rappresentava la giustizia. Questo rompeva completamente gli schemi che mi ero costruito, buoni contro cattivi e roba di questo genere. In più i disegni avevano qualcosa di ipnotico, era bianco e nero aggressivo, dalle ombre profonde che metteva in scena corpi adulti e  ambienti urbani inquietanti.

Sembravano sofisticati, misteriosi, “da grandi”. C’era anche un elemento di trasgressione erotica molto forte.
Le copertine e molte scene suggerivano sensualità, pericolo e libertà adulta.

In me questo creava un misto di fascinazione, paura, curiosità e senso di colpa.

Ma a forza di leggere quei fumetti, mi accorsi che i più belli erano stati tutti disegnati dallo stesso artista, un certo Magnus. Ai miei occhi quel disegno appariva quasi magnetico.
Aveva qualcosa che i fumetti letti precedentemente raramente possedevano.

Era un misto di eleganza, oscurità, sensualità e freddezza. Le ombre di Magnus non erano semplicemente “nere”, sembravano inghiottire i personaggi. Usava grandi campiture scure per rappresentare vicoli neri, stanze immerse nel buio, volti tagliati dalla luce, silhouette che emergevano dal nulla. Questo dava a Kriminal un’atmosfera quasi cinematografica, vicina al noir americano e all’espressionismo.

E dentro quel mondo cupo apparivano improvvisamente le figure femminili, le più morbide e sinuose che avessi mai visto. Le linee che le delineavano sembravano perfette, rotonde, elegantissime, assolute. Sembravano vive, calde, palpitanti. Non erano idealizzate in modo classico, avevano presenza fisica reale, fianchi larghi, gambe pesanti, seni voluminosi, pose provocanti. Per un ragazzino potevano apparire come qualcosa di misterioso e ipnotico.

Questa combinazione tra ombre minacciose e carne morbida, creava un effetto molto particolare che ti trascinava in un mondo nuovo e irresistibile. È uno dei motivi per cui Kriminal e poi Satanik avevano un impatto così forte. Entravi in un mondo notturno, adulto, ambiguo, sessuale, pericoloso.

Il segno di Magnus era diverso da qualsiasi cosa avessi visto prima, dettagliato e pieno di personalità. Rimasi incantato. Non mi bastava più leggere, volevo capire come facesse, entrare dentro quelle linee. Così iniziai a ricopiare. Presi i miei album da disegno e cominciai a riempirli pagina dopo pagina, cercando di imitare ogni tratto, ogni ombra, ogni espressione.

Disegnavo per ore, ogni giorno, senza stancarmi. Più copiavo, più mi sembrava di avvicinarmi a quel mondo. E, complice una certa naturale facilità nel disegno, iniziai presto a convincermi di essere diventato anch’io, in qualche modo, un fumettista. Era una sensazione ingenua ma potentissima, come se, attraverso quelle copie, stessi costruendo un’identità nuova, tutta mia.

Con il tempo capii che quello scatolone non era stato solo un colpo di fortuna, ma un vero punto di svolta. Quei fumetti mi avevano fatto crescere, non solo come lettore e aspirante disegnatore, ma anche nel modo di guardare alle cose. Imparai a riconoscere stili, autori, differenze sottili che prima mi sarebbero sfuggite. Così decisi di mettere un po’ d’ordine in quel tesoro, iniziai a catalogare tutto, albo per albo, con una cura maniacale.

Fu proprio in quel momento che mi resi conto del loro valore, anche economico. Alcuni numeri erano più rari, più ricercati. Tra questi c’era un albo di Alan Ford, il numero 11, intitolato “Il numero uno”. Un ragazzo più grande di me, saputo che lo possedevo, si mostrò subito interessato. Dopo una breve trattativa, accettai di venderglielo per 5000 lire.

Quando mi misi in tasca quei soldi provai una soddisfazione difficile da spiegare. Era esattamente la stessa cifra che avevo pagato per l’intero scatolone. In pratica, con una sola vendita, avevo recuperato tutto l’investimento iniziale, e il resto dei fumetti era diventato guadagno puro.

In quel momento capii che quelle pagine disegnate da Magnus e altri non mi avevano dato solo storie e ispirazione, ma anche un concreto assaggio del valore di scambio.

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