Igor Tuveri (in arte Igort) è un fumettista dalla peculiare storia professionale. Si potrebbe tranquillamente affermare che l’autore cagliaritano abbia vissuto almeno tre stagioni artistiche, quasi tre vite creative distinte.
La prima vita
è quella del fumettista sperimentale degli anni ’70 e ’80, che ha avuto come momento centrale l’esperienza all’interno del gruppo Valvoline. La seconda vita è quella che si sviluppa all’interno del connubio tra Italia e Giappone. In questo periodo lavora con editori giapponesi studiando i manga. La terza vita è quella del narratore della memoria e della storia, quella che lo ha reso noto anche a lettori non abituali di fumetti.
Queste tre vite non si annullano a vicenda. In Yuri (il suo personaggio giapponese) ritroviamo il ricercatore formale degli anni Ottanta e nei Quaderni l’uomo che ha imparato dal Giappone il valore del silenzio.

Igort sboccia come fumettista nella Bologna dei primi anni ’80, un ambiente “sovraffollato” di talenti. C’erano Andrea Pazienza, Filippo Scozzari e Tanino Liberatore, per citare solo i più famosi. In mezzo a questi, Igort non poteva emergere facendo la stessa cosa degli altri. La sua forza iniziale non fu tanto il racconto quanto l’eleganza grafica e la cultura visiva. Guardava non solo al fumetto americano e francese, ma anche al design, alla grafica, alla pittura, alla fotografia e al cinema d’autore.
Nel 1981, quando Oreste del Buono decide di pubblicare una serie proposta dall’agenzia Storiestrisce sul tema della metropolitana, Igort e Daniele Brolli realizzano una storiella di 6 pagine dal titolo
“Nettezza metropolitana” (Linus n. 197), che contiene elementi notevoli e alcune delle ossessioni che Igort svilupperà in seguito. Ci sono già i freak, la città, la cultura pop, la solitudine, e uno sguardo straniato.

La produzione pre-Valvolinica di Igort è una fase di ricerca, in cui emergono già alcune ossessioni destinate a restare. A differenza di Pazienza o Scozzari, Igort non è inizialmente un autore politico o generazionale. Le sue tematiche ruotano spesso attorno al sogno e all’inconscio. Si sente l’influenza del surrealismo, di certa letteratura fantastica e del cinema europeo degli anni Settanta. Le trame contano meno delle atmosfere. Nel 1982, sempre insieme a Daniele Brolli, realizza “Goodbye Baobab” (Alterlinus n. 97), un romanzo a fumetti di poco meno di un centinaio di pagine dove non racconta tanto eventi quanto sensazioni, ricordi, associazioni visive. Le sue tavole rivelano una curiosità quasi enciclopedica e sono attraversate da citazioni e richiami che vanno ben oltre il fumetto. Da quest’opera emerge una vena malinconica che resterà una costante della sua carriera, una nostalgia sottile, quasi estetica.

Nel 1983 Igort è una delle presenze più significative all’interno dell’inserto Valvoline Motorcomics. Il gruppo Valvoline nacque come una sorta di laboratorio postmoderno dove gli autori condividevano l’idea che il fumetto potesse dialogare con tutte le altre arti visive. Igort è presente conSinfonia a Bombay” (Alterlinus n. 109) che a differenza  di molti lavori valvolinici concentrati soprattutto sul linguaggio e sulla superficie delle immagini, sembra mettere in mostra qualcosa di più elusivo, la memoria dei luoghi. Bombay non è semplicemente un’ambientazione esotica, è una città immaginata, sognata, filtrata attraverso fotografie, cinema, letteratura, musica, suggestioni culturali. Molti autori di Valvoline erano ossessionati dallo spazio, le immagini, le città, i media, le superfici. Igort, invece, è quasi sempre attratto dal tempo.

“Il letargo dei sentimenti” (Alterlinus n. 127) è importante perché mostra il momento in cui Igort smette di essere soltanto uno dei protagonisti di Valvoline e diventa pienamente se stesso. Se “Sinfonia a Bombay” era ancora un’opera di transizione, piena di intuizioni e aperture, “Il letargo dei sentimenti” dà l’impressione di un autore che ha finalmente trovato una forma adeguata alle proprie ossessioni. L’opera non colpisce per aggressività o trasgressione. Colpisce per sospensione. È come se il racconto fosse immerso in una stagione interiore. In quest’opera il tempo è fondamentale. Le immagini sembrano respirare. La narrazione non procede attraverso colpi di scena ma attraverso variazioni di atmosfera. Sembra di essere in un film europeo d’autore. Qui ritroviamo una caratteristica che diventerà centrale nell’Igort maturo. Gli eventi sembrano sempre filtrati dal ricordo. Tutto appare come già trascorso, già perduto.



Nel 1987 il musicista Ryuichi Sakamoto, affascinato dallo stile grafico e narrativo che Igort stava sviluppando con il gruppo Valvoline, contattò direttamente l’autore sardo per proporgli una collaborazione sperimentale. La storia venne concepita seguendo una struttura narrativa fortemente legata al mondo del cinema e della musica d’atmosfera. I due artisti lavorarono a stretto contatto per definire la trama, i ritmi e la sequenzialità delle scene, unendo la sensibilità musicale e cinematografica del compositore giapponese con il linguaggio visivo geometrico e pop di Igort. Il fumetto venne stampato in tiratura limitatissima come oggetto d’arte.L’opera venne distribuita simultaneamente sia sul mercato italiano che su quello giapponese. In Giappone, la storia venne inserita nei circuiti d’élite legati a Hon Hon Do, la casa editrice fondata da Sakamoto.

La critica e lo stesso Igort considerano il Giappone una tappa fondamentale e inevitabile del suo percorso artistico e umano. Non è un caso che il Giappone attragga proprio lui tra i Valvolinici. Se pensiamo ai temi individuati nel “Letargo dei sentimenti“: il silenzio, la sospensione, la malinconia, il tempo, l’importanza delle atmosfere, ci accorgiamo che sono tutti elementi che trovano una sorprendente consonanza con una parte importante della cultura giapponese.
Per questo il Giappone non rappresenta una rottura nella carriera di Igort, ma quasi una rivelazione. In questo senso il 1987 non è importante solo dal punto di vista editoriale ma principalmente da quello spirituale. È il momento in cui l’autore del
“Letargo dei sentimenti” trova una cultura capace di risuonare profondamente con ciò che stava già maturando da anni.

Nel maggio del 1991 Igort inizia ufficialmente la sua avventura nel mercato giapponese. Dopo un primo contatto avvenuto alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, l’autore sardo volò a Tokyo per un colloquio nella sede della Kodansha, avviando una collaborazione che sarebbe durata oltre quindici anni. Igort divenne così uno dei primissimi autori occidentali a pubblicare direttamente sulle riviste nipponiche, affrontando i loro severi ritmi di lavoro. L’esperienza asiatica si è concentrata principalmente sulla rivista Comic Morning (all’epoca forte di oltre un milione di copie vendute a settimana). Nel 1994, grazie alla vittoria della borsa di studio Morning Manga Fellowship, Igort si trasferì a Tokyo per sei mesi lavorando a stretto contatto con l’editor Tsutsumi Yasamitsu.

Nel 1994 vede la luce “Yuri”, un piccolo cosmonauta di soli quattro anni, una delle creazioni più poetiche di Igort, nata inizialmente da un’intuizione grafica e trasformatasi poi in un vero e proprio fenomeno pop. Il personaggio comparve graficamente per la prima volta nel 1992 sul quadrante del modello di orologio Swatch denominato “Yuri” (Ref. GG118). Disegnato da Igort, l’orologio riscosse un clamoroso successo commerciale globale, venendo nominato modello Swatch dell’anno. Nel 1994, mentre si trovava a Tokyo per la sua borsa di studio alla Kodansha, Igort mostrò i bozzetti del quadrante ai dirigenti giapponesi. Entusiasti del design, gli editor gli offrirono lo spazio per trasformarlo in un manga a puntate settimanali su Comic Morning.

Tracciare un bilancio dei quindici anni trascorsi da Igort a stretto contatto con l’editoria giapponese, significa raccontare come l’autore, entrato in Giappone come esponente delle avanguardie del gruppo Valvoline ne sia uscito convertito alla filosofia della sottrazione. Ha imparato l’importanza del “vuoto” sulla pagina e l’uso drammatico dello spazio bianco. L’addestramento ricevuto dagli editor giapponesi lo ha spinto a focalizzarsi sul ritmo della lettura, rallentando l’azione per dilatare l’impatto emotivo delle scene, un’abilità che è diventata il suo marchio di fabbrica. L’esperienza fu anche una durissima prova psicologica. L’autore ha spesso raccontato l’impatto con la “macchina da guerra” editoriale di Tokyo, scadenze folli, turni di disegno di 16 ore consecutive e la pressione costante di dover performare per non essere cancellato dalle classifiche di gradimento dei lettori.

L’atto più importante del suo post-Giappone avviene nel 2000, quando fonda a Bologna la casa editrice Coconino Press. L’obiettivo era introdurre in Italia il concetto di graphic novel inteso come letteratura alta, sul modello dei libri cartonati francesi e dei volumi speciali giapponesi. Grazie ai suoi contatti diretti, Igort è il primo a tradurre e pubblicare in Italia i capolavori di maestri del manga d’autore e d’avanguardia come Jirō Taniguchi e Suehiro Maruo.
Nel 2002 pubblica l’opera che lo consacra definitivamente a livello globale: “
5 è il numero perfetto”. Questo raffinato noir ambientato a Napoli fonde la vena poliziesca europea con la gestione dei tempi drammatici e l’uso dello spazio bianco appresi in Giappone. Il libro viene pubblicato in ben 15 paesi e, nel 2019, lo stesso Igort lo trasformerà in un film con protagonisti Toni Servillo e Valeria Golino

Tra il 2008 e il 2009, Igort si trasferisce nei territori dell’ex Unione Sovietica per raccogliere testimonianze dirette e scavare nella memoria dei popoli. Da questa esperienza nascono due lavori. “Quaderni ucraini” (2010), un’opera dolente focalizzata sulle memorie dei sopravvissuti all’Holodomor (la terribile carestia sovietica degli anni ’30).

“Quaderni Russi” (2011), un’indagine rigorosa incentrata sulla figura della giornalista assassinata Anna Politkovskaja e sulla guerra in Cecenia. I due libri vincono alcuni premi in Francia ma la vera consacrazione globale del filone dell’Est si concretizza quando i diritti vengono acquistati da Simon & Schuster, uno dei colossi dell’editoria statunitense. Fatto quasi senza precedenti per un autore italiano di fumetti, i Notebooks (Quaderni) di Igort conquistano un posto nella Top Ten della New York Times Book Review.


Tra il 2015 e il 2020, pubblica i “Quaderni giapponesi”, quella che è considerata la sua opera più poetica. Siamo in una fase relativamente tarda della carriera di Igort, quando l’autore ha già superato i cinquant’anni e ha alle spalle un’esperienza quasi quarantennale. I fatti raccontati appartengono in gran parte agli anni Novanta, quando Igort lavorava con la Kodansha e viveva a Tokyo. Per trasformarli in opera ha aspettato quasi vent’anni. Questo ritardo è importante dal punto di vista artistico. Se avesse raccontato il Giappone nel 1994 o nel 1995, probabilmente avrebbe scritto un diario di viaggio o un reportage sull’industria dei manga. Invece lo fa quando ha ormai imparato a trasformare il ricordo in letteratura disegnata. Per questo i “Quaderni giapponesi” non sono un libro sul Giappone contemporaneo. Sono un libro sul tempo trascorso, sulla memoria di un incontro che continua a risuonare decenni dopo.

Nel febbraio 2017 Igort lascia Coconino press, casa editrice che aveva contribuito a fondare e di cui era stato a lungo il principale direttore editoriale. Pochi mesi dopo annuncia la nascita di Oblomov edizioni, sostenuta anche dall’ingresso nella società del gruppo editoriale La nave di Teseo. Nelle sue dichiarazioni dell’epoca parla di una “rivoluzione nei formati e nelle collane” e di una volontà di ampliare le possibilità espressive del fumetto. In fondo c’è una continuità con il giovane Igort di Valvoline. Negli anni Ottanta voleva abbattere i confini tra fumetto, arte, design e letteratura. Con Oblomov cerca di fare qualcosa di simile su scala editoriale. Oblomov è per Igort ciò che Valvoline era stata nel 1983, non soltanto un marchio, ma una dichiarazione di poetica. La differenza è che il giovane valvolinico voleva reinventare il fumetto del futuro l’Igort di Oblomov si accontenta di conservare e trasmettere una certa idea del fumetto come letteratura, memoria e arte visiva.

Gli anni 2020 rappresentano per Igort una fase molto particolare, non più quella della scoperta o della sperimentazione, ma quella della sintesi. Nel 2020 pubblica il terzo volume dei Quaderni giapponesi, “Moga mobo mostri”, chiudendo quello che molti considerano il vertice della sua scrittura autobiografica e poetica. Con “Quaderni ucraini. Diario di un’invasione” (2022) torna a confrontarsi con la storia contemporanea dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Non è più il reporter che cerca di capire le radici del conflitto come nel 2010, è un autore che assiste al compiersi di una tragedia che aveva già intuito allora. Igort dedica moltissime energie a Oblomov edizioni, costruendo un catalogo internazionale e seguendo giovani autori. In un certo senso assume un ruolo simile a quello che ebbero per lui figure come Oreste Del Buono o gli editor giapponesi di Kodansha. Del resto il mondo è una ruota che gira.

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