Numero 3663 del 4 febbraio 2026 – Copertina di Corrado Mastantuono, dedicata alle Olimpiadi invernali che in questa occasione si svolgono nel nostro paese. Come non tutti sanno, da una decina di anni a questa parte non è più possibile parlare di Olimpiadi sulla rivista, in quanto il nome “Olimpiadi” è protetto da copyright, come fosse un personaggio televisivo, e la Disney, che non ama trovarsi coinvolta in cause che potrebbe perdere, ha proibito l’uso del termine, non solo nelle storie, ma persino nei redazionali. Per questo motivo la copertina, invece di richiamare direttamente la manifestazione di Milano-Cortina, si limita a mostrare la coppia Topolino-Minni in seggiovia, con gli sci ai piedi e in un paesaggio innevato, e solo il numero del sedile, 26, ricorda la vera ragione per cui in questo numero (e nei successivi) si trovano storie di argomento sportivo. Buono comunque il lavoro di Mastantuono, che riesce nel non facile compito di far capire di cosa si stia parlando senza darlo troppo a vedere. – Campione… freestyle, di Rudy Salvagnini e Carlo Limido: Minni e Topolino, in vacanza sulla neve, vengono raggiunti da Pippo, che si è portato dietro una tavola da pranzo, convinto che lo “snowboard” da usare sulle piste sia una vera tavola. Dopo essere stato convinto, a fatica, a usare un vero snowboard, pretende di usare i bastoncini come se fosse su un paio di sci, e cade rovinosamente (in realtà era caduto anche quando non li usava) finendo per travolgere una coppia di ladri che aveva trafugato delle preziose medaglie d’oro, cimeli di vecchie edizioni dei “giochi sulla neve” esposte in albergo. Per aver sventato il colpo anche Pippo riceve una medaglia d’oro. – Per qualche sesterzio in meno, di Tito Faraci ed Enrico Faccini: nell’antica Roma, lo “zio Paperonus” impone al “nipote Paperinus”, oberato dai debiti, di esibirsi nella sua nuova arena. Ignaro del pericolo, Paperinus deve combattere dapprima contro un leone e poi contro un gladiatore, con una sola arma davvero efficace a disposizione: la fuga. Il pubblico finisce per divertirsi, che è quello che voleva zio Paperonus, e alla fine, quando tutto sembra perduto, si scopre che il leone è mansueto e che, come il gladiatore, ha finto di essere feroce: i combattimenti erano combinati per fare spettacolo, anche se Paperinus, per “entrare meglio nella parte”, non era stato avvertito. – Pioggia: istruzioni per l’uso, di Tito Faraci e Ottavio Panaro: piove. Paperoga si improvvisa filosofo e cerca di impartire a Paperino una lezione su “di cosa c’è bisogno quando piove”. Per esempio, leggere dei fumetti, saltare nelle pozzanghere, andare al cinema (ma un drive-in), acquistare un ombrello (ma online, così che venga consegnato a luglio). Nessuna di queste cose di cui “c’è bisogno” entusiasma Paperino, tranne l’ultima: il sole! – Rivolta robotica, di Giuseppe Zironi e Cristian Canfailla: storia delle serie “Cavezza”, che si occupa della gioventù di Orazio, quando la sua carriera di “aggiustatutto” era solo agli inizi. Diventato capo di una squadra di “riparatori” Orazio resta intrappolato nella casa blindata del suo amico Jimmy, piena di robot senzienti e pericolosi e governata da F.L.A.I., un robottino simpatico e davvero intelligente, ma che ben presto va in tilt (per colpa di un moscerino, come si scoprirà alla fine), mentre gli altri robot si ribellano e aggrediscono Orazio, Jimmy e la sua squadra. Solo riparando F.L.A.I. sarà possibile venire a capo dell’incresciosa situazione e salvare tutti (moscerino compreso). – In Atlantide, parte 3, di Fabio Celoni: terza puntata di questa complessa storia, di gran lunga l’opera più ambiziosa dell’autore lombardo, e che, dopo due puntate molto lente, nelle quali erano successe cose importanti, ma con un ritmo quasi soporifero, innesta il turbo e cade nell’errore opposto. Succede infatti di tutto e di più, su ben tre fronti diversi, in aggiunta a una montagna di spiegazioni e di colpi di scena, e le ben quaranta pagine della puntata non riescono a contenere la narrazione, che finisce per strabordare, letteralmente, da ogni pagina. È solo dopo ripetute letture che si riesce a dare un senso a quanto viene narrato: il primo fronte vede Paperino, i nipoti e il vecchio Fallister raggiungere la città dei disillusi, dove una volta vi era l’accesso alle miniere; il secondo fronte vede il misterioso “papero rosso” aggirarsi dentro Atlantide, superare le sue difese, e infine dare il via libera a un attacco (ma da parte di chi?) che viene portato dal cielo. Come mai dal cielo, e non dall’acqua? Perché, come si scopre nel terzo fronte, che segue Paperone dopo il suo bagno nell’“oceano della memoria”, la città perduta non si trova sott’acqua, ma in cielo (con un evidente richiamo alla Laputa di Miyazaki): tutti i paperi, pur essendo caduti in acqua dove avevano visto non la città, ma il suo riflesso, erano stati recuperati e portati “a bordo”. Paperone, che dopo il bagno ha recuperato la memoria e ricorda di essere stato fatto re per la sua capacità di sognare più di tutti, viene però detronizzato dal capo delle guardie per avere abbassato involontariamente lo scudo protettivo. Che succederà nell’ultima puntata, dopo tutti questi avvenimenti? Ai quali si aggiungono poi informazioni di ogni tipo sulla natura del mitico oricalco e dei sogni che lo “caricano”, rendendo possibili le imprese più fantastiche. È innegabile che Celoni abbia messo una quantità di carne al fuoco con pochi precedenti nell’universo disneyano, forse sperando di emulare o superare i maestri del passato; e tuttavia è pure innegabile che debba ancora imparare i ritmi delle “grandi” storie, nelle quali le informazioni vengono centellinate e le trame si fanno sempre più serrate ad ogni pagina, ma in modo naturale e senza accelerazioni improvvise. Il disegno rimane buono, con panoramiche da applauso e personaggi – Paperone specialmente – sempre espressivi; ma l’inchiostratura pesante e il colore giallastro mortificano, senza ragione, ogni tavola. La sufficienza c’è: quanto Celoni possa andare oltre lo si capirà con l’ultima puntata. Un Paperone ben riuscito: eccessivo ma espressivo, pur con i problemi dovuti a inchiostratura e colorazione Numero 3664 dell’11 febbraio – Copertina di Andrea Freccero, dedicata alla ricorrenza di San Valentino, molto significativa per i lettori della rivista in quanto l’universo disneyano è pieno di coppie più o meno affiatate, spesso al centro di storie romantiche. Quest’anno tocca a Paperino e Paperina, e poiché sono anche in corso le Olimpiadi – delle quali non si può parlare apertamente – i due sono raffigurati intenti a pattinare su uno sfondo innevato che rende ancora più “soffici” i loro cuoricini e più languidi i loro sguardi. Buona prova di Freccero, senza dubbio il più collaudato dei copertinisti, e capace di ridestare la curiosità del lettore, che come ogni anno si domanderà se la storia “romantica” di questo numero sia all’altezza di quella, mai dimenticata nonostante una damnatio memoriae, che vedeva Topolino sposare la strega Samantha, in una bellissima parodia della nota serie televisiva. Come ogni anno la risposta sarà negativa. – Il poetry slam di San Valentino, di Sergio Badino e Giampaolo Soldati: Paperino, pur di vincere una crociera per due da offrire a Paperina, partecipa a un concorso di poesia, con tanta buona volontà ma poco talento. Anche un tentativo di far colpo su Pico, che fa parte della giuria, fallisce, e il premio va ad un altro poeta (per quanto ancora più ridicolo). Paperino ripiega allora sul più modesto “poetry slam”, un concorso con giuria popolare il cui premio è la visita a una fabbrica di cioccolatini. Ma vi partecipa anche Anacleto, e i due rivali finiscono per vincere ex-aequo: poiché anche la visita alla fabbrica è per due persone dovranno andarci insieme, lasciando a casa le loro fidanzate. – La sinfonia in giallo, di Niccolò Testi e Mattia Surroz: un Topolino insolitamente restio a calarsi nel ruolo del detective finisce per risolvere, suo malgrado, il mistero della scomparsa di un pregiato violino, il “mandolinarius”. Lo strumento doveva essere suonato da un giovane e promettente violinista, Rodolfo Duino: niente violino, niente concerto. Grazie alla speciale sensibilità di Pluto per la musica, il Topo ritrova lo strumento, nascosto sotto le assi del palcoscenico (che facevano vibrare il violino se qualcuno vi camminava): a nascondere lo strumento era stato proprio Duino, scettico sul suo talento, ma che, grazie agli incitamenti di Topolino (e Pluto) troverà infine gli stimoli giusti. – Troppo facile!, di Vito Stabile e Marco/Stefano Rota: Paperino accompagna lo zio sul monte Periglioso, dove si trova la lampada di Salatino. Il posto è pieno di insidie e di trappole, ma queste non sono né pericolose né difficili. Paperino ne approfitta per arrivare senza problemi alla lampada, tra lo stupore dello zio che, scontento, chiede al genio di trasferirsi nel posto (con tesoro) “più impervio e pericoloso” del mondo, e parte per un’altra avventura. – La disfida ghiacciata, di Alessandro Ferrari e Mario Ferracina: storia della Egmont (ma realizzata da autori italiani) che parla dei “giochi artici” (le innominabili Olimpiadi). Paperone e Rockerduck si contendono la vittoria in numerose gare, dal momento che l’organizzatore dei giochi, tale mr. Winter, farà affari solo col migliore dei due, purché vinca senza barare. Paperina e Nonna Papera vincono le loro gare, Paperoga e Ciccio le perdono. La gara decisiva, quella di bob, viene vinta di un soffio da Paperino e Gastone, che per una volta collaborano. Rockerduck, che aveva tentato di sabotarli, viene scoperto e squalificato da Winter. La vittoria di Paperone è quindi totale. – In Atlantide, parte 4, di Fabio Celoni: termina il “kolossal” dell’autore lombardo con una puntata in cui succede di tutto (e di più). Dei misteriosi galeoni volanti, chiamati dall’ancora più misterioso “papero rosso”, attaccano a cannonate (solari) Atlantide, mentre Paperino, i nipotini e Fallister devono sfuggire alle ottuse guardie reali che li hanno trovati e catturati. Paperone, a sua volta sfuggito alle guardie che lo hanno detronizzato, riesce ad abbordare e a far precipitare uno dei galeoni, peggiorando però le cose: il vascello si schianta sull’isola volante dove si trova Atlantide e gli attaccanti, che si fanno chiamare “paperi purpurei”, invadono la città. Ciò che vogliono è ridestare i “sognatori”, individui che dormono profondamente e che grazie ai loro sogni “ricaricano” la grande sfera di oricalco che protegge Atlantide: il loro obiettivo, a detta loro, è impadronirsi della sfera in questione, usarla per costruire delle nuove Atlantidi e… arricchirsi con i biglietti d’ingresso (!). Il tentativo fallisce quando la sfera si autodistrugge, facendo precipitare la città e mettendo in fuga i paperi purpurei, che giurano vendetta nei confronti di Paperone, mentre Fallister e i “disillusi” si preparano a costruire una nuova Atlantide dalle ceneri della vecchia. Finale epico, dunque, anche se confusionario e sovraccarico di eventi non sempre facili da comprendere. Vista nel suo complesso, questa storia inizia con due puntate troppo lente e termina con due puntate troppo veloci: se Celoni fosse riuscito a dosare meglio il suo ritmo e le informazioni che vengono fornite al lettore, ne sarebbe uscita fuori una storia non memorabile, non a livello delle migliori create da Rosa o da Scarpa, ma comunque di alto livello. Così, invece, il lettore intuisce che il talento c’è, ma che ancora va affinato e che serviranno molte storie prima di riuscirci. Al ritmo di una storia ogni tre anni ci vorranno decenni: ma sperare non costa nulla. Celoni non delude nelle scene panoramiche, soprattutto quelle di azione Numero 3665 del 18 febbraio – Copertina di Francesco D’Ippolito, ispirata alla grande storia che inizia in questo numero e che andrà a far parte dell’ormai leggendario filone delle “Grandi Parodie”. SI tratta de “I tre forchettieri”, parodia de “I tre moschettieri”, e che vede, nell’immagine di D’Ippolito (che però non è il disegnatore della storia), i “forchettieri” in questione, vale a dire Ciccio, Paperino, Paperoga ed Archimede, brandire le loro armi in una serie di gesti trionfali, senza peraltro far comprendere quale sia l’esatta corrispondenza tra personaggi disneyani e personaggi di Dumas. La cosa è senz’altro voluta in quanto si scoprirà che non è Paperino a prendere il posto di D’Artagnan, come farebbe pensare sia la sua importanza che la posizione sulla copertina, ma il pavido Ciccio. Il rischio di usare in questo ruolo un personaggio minore è molto grande, ma la copertina, almeno, è ben riuscita. – I tre forchettieri, episodio 1, di Sergio Badino e Alessandro Perina: i tre “forchettieri”, così detti perché hanno delle forchette al posto delle spade, sono al servizio di sua Maestà Paperigi XIV e vanno in giro a recuperare (ma anche a mangiare) le verdure che i nobili sottraggono “indebitamente” al suo orto. A loro si unisce Ciccio D’Artagnam (con la M finale), mandato dalla nonna Elvire Canard a Parigi e subito arruolato per via del suo incredibile appetito, che consente ai “forchettieri” di vincere tutte i duelli a cui vengono sfidati (nei quali vince chi mangia di più). Come nel romanzo di Dumas i quattro eroi vengono mandati a Londra dalla regina (Brigitta) a recuperare le posate di tolla e bismuto, dal grande valore affettivo, da lei regalate per errore al cuoco londinese Battistham. Il “commensale” Rockelieu (Rockerduck) manda sia i Bassotti che Amelia a ostacolare i “forchettieri” e, almeno al termine della prima puntata, la maga sembra riuscire nel suo compito. Nella seconda, ed ultima puntata, l’intricata vicenda avrà termine. Può dirsi riuscita questa storia, almeno come parodia? Non è facile dare una risposta. La trama segue abbastanza fedelmente quella del romanzo di Dumas – il che è un bene – con battute in ogni pagina, se non in ogni vignetta, secondo lo stile che Badino ha affinato in “Siamo Serie”, dove la presa in giro delle serie televisive era indubbiamente più facile e spontanea. Per ora il risultato – conclusione permettendo – è buono, ma resta il nodo della scelta di Ciccio nella parte di D’Artagnan, che passa così da protagonista della storia a spalla comica, stravolgendo molti passaggi di fondamentale importanza. Ma anche per quanto riguarda il suo ruolo, meglio aspettare il finale. Buoni, ma niente di più, i classici disegni di Perina. I “forchettieri”, con Ciccio D’Artagnam, vanno dal cuoco Battistham – Gambadilegno vs Gambadilegno, di Giovanni Eccher e Lucio Leoni: geniale storia ideata da Eccher, tra gli ultimi sceneggiatori arrivati sulla rivista, e che riprende il tema del “doppio” che molte volte si è visto in film e telefilm di fantascienza: in questo caso è Plottigat, scienziato malvagio e cugino di Gambadilegno, che inventa una macchina in grado di teletrasportare il noto delinquente nel caveau di una banca. La macchina funziona, ma crea un duplicato di Gambadilegno. I due, identici in ogni particolare – sono “la stessa persona, presente contemporaneamente in due posti diversi” – hanno anche lo stesso cattivo carattere, e finirebbero per aggredirsi se Plottigat non li avvisasse di non toccarsi per nessun motivo. A fatica i due vengono convinti a collaborare e così, mentre uno si fa vedere da tutti per procurarsi un alibi (andando, a questo scopo, persino all’interno del commissariato) l’altro compie i colpi più audaci senza curarsi di nascondere il proprio volto. Il piano crolla quando entrambi, che continuano a non sopportarsi a vicenda, né sanno decidere chi di loro sia il “vero” fidanzato di Trudy, vanno a denunciarsi al commissariato (uno da Manetta, l’altro da Basettoni). Quando si incontrano avviene la catastrofe: dopo essersi aggrediti senza che Plottigat, ignaro della situazione, possa intervenire, finiscono per riunirsi in una sola persona. Che, ovviamente, viene subito sbattuta in carcere. Sceneggiatura brillantissima quella di Eccher, valorizzata dai disegni di un Leoni in grande forma e che, come capita in queste occasioni, “sente” la grande storia e dà il meglio di sé. Nonostante una lunghezza che neanche raggiunge quella canonica di 30 pagine (ne ha appena 28) questa storia dimostra, una volta di più, che non sono le dimensioni a fare “grandi” le storie, ma le buone sceneggiature. Grande prova di Leoni nel disegnare i due Gambadilegno con Trudy e Plottigat – Campione intermittente, di Alessandro Ferrari e Mario Ferracina: storia egmontiana, ma di autori italiani, in cui Paperino gareggia in un “campionato” di sci (le Olimpiadi non si possono nominare) al posto di un campione suo amico che per colpa sua si è rotto una gamba. La sostituzione è un’idea di zio Paperone, sponsor del campione, e viene messa in pratica da Archimede con un casco che trasmette a Paperino i gesti del vero atleta (che si trova in ospedale). Ma il casco continua a perdere il segnale finché diventa chiaro che Archimede ha fatto un pasticcio. Allora Paperino, che sa sciare bene – il suo amico gli aveva insegnato – trova fiducia in sé stesso e vince l’ultima gara. – S.O.S. buonumore, di Tito Faraci e Marco Palazzi: girando nel parco Pippo incontra un tale che piange e si dispera. È triste senza un vero motivo e Pippo, per consolarlo, gli racconta un po’ di assurdità, qualcosa delle sue avventure con Topolino e una barzelletta su un castoro. Il tizio, che è un poeta a corto di ispirazione, scrive un libro di poesie ispirato a tutte le cose che gli sono state raccontate… ma il suo editore, disgustato, lo rifiuta. – La strada verso il nulla, di Fabio Michelini e Luca Usai: a Paperopoli c’è una strada che “porta verso il nulla”. È una strada molto ripida che sale su una collina scoscesa in cima alla quale svetta isolato un grande melograno. La maestra di Qui, Quo e Qua, miss Roman, incarica i suoi alunni di scoprire chi e perché l’abbia costruita, ma le ricerche non hanno esito. Miss Roman conclude che “non tutti i misteri sono fatti per essere risolti, ma anche provare a risolverli è una forma di conoscenza”. Solo nell’ultima pagina si scopre che gli abitanti di Paperopoli avevano costruito la strada solo per accedere alla collina, piantarci l’albero e avere un posto di “svago, riflessione e incontro”. Numero 3666 del 25 febbraio – Copertina di Davide Cesarello, che se non altro verrà ricordata per la sua stranezza: mostra infatti un Topolino baffuto in compagnia di un Pippo che indossa una divisa da poliziotto, con tanto di pistola (!) e distintivo. I due, passando in uno specchio col vetro rotto, stanno studiando delle impronte, probabilmente impegnati in qualche indagine. La stranezza della copertina è accentuata dallo strabismo di Pippo – difetto tipico di Cesarello, qui fin troppo evidente – e dal fatto che i due personaggi hanno espressioni completamente diverse e, più che collaborare, sembrano trovarsi lì per caso. Se la copertina si riferisca alla storia principale di questo numero, che vede un Topolino “sotto copertura”, travestito e con tanto di baffi finti, non si può stabilire, dato che la storia in questione non è opera di Cesarello, forse rimasto all’oscuro della sua trama (ma non dei baffi di Topolino): il disegnatore lombardo avrà allora pensato di rispolverare un personaggio che disegna spesso – Top de Tops – poiché ha i baffi e risolve misteri. Al resto ci penseranno i lettori. – Sotto copertura, di Matteo Venerus e Carlo Limido: questa storia sembra essere la prima di un ciclo intitolato “Topolino e l’Arte del Mistero”, che ci presenta il Topo nel suo classico ruolo di detective, proprio quello che lo ha reso antipatico a molti lettori. Venerus, conscio del problema, ce ne propone allora una versione meno brillante e meno sicura di sé: arruolato dal “dipartimento Atena”, che si occupa di furti di opere d’arte, Topolino va in missione sotto copertura, infiltrandosi in una banda specializzata in questo genere di colpi, e assume l’identità di un certo “Michael Ratterton”, ricco, spregiudicato e desideroso di procurarsi opere d’arte tramite canali “non ufficiali”. Nonostante l’addestramento e persino il travestimento (occhiali e baffi finti), Topolino si trova spesso in difficoltà, e gli uomini della banda sospettano spesso di lui, finendo infine per scoprirlo. Gli stessi agenti del dipartimento Atena sono scettici, e non fanno che chiamarlo “novellino” (peraltro neanche loro sono infallibili), nel timore di aver fatto la scelta sbagliata nell’affidarsi a lui (poiché nell’ambiente non lo conoscono), scelta peraltro effettuata su consiglio di Basettoni. Dopo una lunga serie di capovolgimenti di fronte e di inseguimenti, oltre che di colpi di scena, con personaggi che fanno il doppio e il triplo gioco, la banda viene sconfitta, ma il suo capo, il misterioso e inafferrabile “Mercante”, resta a piede libero, né Topolino riesce a scoprirne l’identità. Nuove storie della serie seguiranno inevitabilmente, col Topo che resta nella squadra e può tenere il prezioso telefono cellulare di cui si serve per comunicare con gli altri agenti. Nel complesso questa storia d’esordio è ben costruita, ricca di personaggi interessanti e di atmosfere un po’ diverse dal solito, più “noir” e più ricche di azione. Forse – ma conviene non dirlo ad alta voce – la serie, che vede protagonista il solo Topolino, in assenza di tutte le sue abituali spalle, Minni/Pippo/Orazio/Basettoni/Gambadilegno, ricorda un po’ la mitica, e mai troppo apprezzata “MMMM”, e avrebbe le potenzialità per diventare un capolavoro… purtroppo 48 pagine sono poche per una trama di estrema complessità, che si fatica molto a seguire e che, nonostante gli ottimi disegni del sorprendente Limido, non sembra aver sfruttato tutto il suo potenziale. Non resta che attendere un nuovo episodio – probabilmente ce ne vorrà più di uno – per capire se Venerus riuscirà a superare tutti i problemi. Topolino, con baffetti e occhiali, insieme a tutti gli agenti dell’Atena – La disfida dei pacchi, di Giovanni Barbieri e Giovanni Preziosi: in un lontano futuro Paperino, sempre oppresso dai debiti, lavora come fattorino spaziale, aiutato da un robot intelligente che vorrebbe in regalo una app per giocare a scacchi. Paperino potrebbe vincere un premio importante come “fattorino del mese”, ma deve battere il suo collega Wilbur consegnando sul pianeta Gilius un pacco che viene sempre rispedito al mittente. Dopo molte peripezie e dopo aver scoperto che Gilius è un pianeta vivente, Paperino riesce nell’impresa, salvo scoprire troppo tardi di aver scambiato il suo pacco con quello di Wilbur, facendo così vincere il premio al collega. – I tre forchettieri, episodio 2, di Sergio Badino e Alessandro Perina: seconda ed ultima puntata di questa nuova “Grande Parodia”, che prende in giro, a forza di battute di ispirazione culinaria, I Tre Moschettieri di Dumas, qui diventati “forchettieri” e che si sfidano a duelli di… mangiate, diventando invincibili dopo l’arrivo di Ciccio D’Artagnam (col la M finale). All’inizio della puntata Amelia sembra aver sconfitto i forchettieri, ma l’intervento di Ciccio, che addenta un panino all’aglio, la mette in fuga. Riportate alla regina le sue posate, la storia sembra conclusa: ma il “commensale” Riquelieu non si dà per vinto, e per ripicca fa rapire Oconstance, dama di compagnia della regina, affidandola al suo braccio destro Gaston de Roquefort, che tuttavia viene convinto da Ciccio a passare dalla parte dei “buoni”. Dopo l’ennesima sfida, anzi, abbuffata, ricompare Amelia che, approfittando del torpore in cui tutti i commensali sono piombati, si impadronisce della “forchetta d’oro”, un premio che ritiene le spetti di diritto in quanto grande esperta di cucina francese (del tipo molto elaborato): ma l’arrivo di Battistham, carico d’aglio, la costringe a battere in ritirata. Il “commensale” Riquelieu dovrà… lavare la montagna di piatti rimasti dopo l’abbuffata. Insomma, Badino si scatena e la parodia funziona, pur senza essere memorabile: le battute sono presenti quasi in ogni vignetta e il parallelo con la trama di Dumas, che pure si attenua col passare delle pagine, rimane ben visibile, dando più forza a una storia talvolta fine a sé stessa ed appesantita da un protagonista che per diventare un vero eroe (sia pure a tavola) deve andare un po’ fuori parte. Un po’ sprecati i tre forchettieri, anche se i loro nomi – Sfortunathos (Paperino), Nontisopporthos (Paperoga), Archimedemis (Archimede) – sono davvero spassosi. Perina, pur non essendo tra i migliori disegnatori disneyani, stavolta dà il meglio di sé, soprattutto nei personaggi secondari (molto buona la sua Amelia). Amelia si scontra con re Paperigi, ossia Paperone – Il tesoro di una vita, di Jason Aaron e Lorenzo Patrovicchio/Alessandro Pastrovicchio/Andrea Freccero/Giuseppe Camuncoli/Daniele Orlandini/Dale Eaglesham: termina, con una puntata decente, il più impegnativo (e si spera ultimo) dei crossover con la Marvel. Paperone, che con l’aiuto dei nipoti è riuscito a liberarsi dagli “intenditori”, alieni che hanno sottomesso la Terra e sono alla caccia del suo denaro, li combatte eroicamente ma non riesce a riportare una vittoria decisiva. Per ottenerla decide di rivelare l’ubicazione del suo denaro, che si trova in orbita nello spazio e viene mandato sempre più lontano dalla stessa calamita che lo ha attirato fin lassù. Gli alieni e i loro robot abbandonano finalmente la Terra per inseguire la massa di monete, lasciando Paperone del tutto privo di memoria e la Terra senza contanti. Al secondo problema verrà posto rimedio coniando delle nuove monete, e il primo si risolverà quando Paperino ne userà una per pagare lo zio, tornato a fare il lustrascarpe: a poco a poco la sua memoria riaffiorerà e il “papero più potente della Terra” partirà per una nuova avventura: recuperare dallo spazio il suo denaro… avventura che sperabilmente non verrà mai scritta mentre il lettore cercherà di dimenticare questo inutile crossover che solo nel finale è riuscito a risollevarsi, anche per merito dei disegni di molti autori italiani tra cui i fratelli Pastrovicchio, le cui tavole, da sole, valgono la lettura di questa ultima puntata (purtroppo non delle altre). Lorenzo Pastrovicchio e la famiglia dei Paperi al completo, in un disegno che surclassa quello di tutti gli altri autori che hanno lavorato al progetto La copertina “rovesciata” di Gabriele Dall’Otto Navigazione articoli MATITE BLU 475 CLAIRE BRETECHER, LA SIGNORA DEI FUMETTI