The Blair Witch Project

 

Nel luglio del 1999, quando uscì nei cinema degli Stati Uniti, The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair divenne un caso. Realizzato da due giovani registi al primo lungometraggio, Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez (con pochi soldi ma una campagna promozionale ben studiata), ottenne un grande successo principalmente perché ritenuto da molti un film davvero spaventoso e angosciante.

Contribuì al buon esito, specialmente presso il pubblico giovane, il fatto che fosse girato come un documentario (o se vogliamo denigrarlo, come un filmino delle vacanze: ma un filmino ben fatto). In soggettiva e con la macchina a mano, variando il punto di vista e il supporto tecnico, e ovviamente con i personaggi che per la maggior parte del tempo si rivolgono all’obiettivo.

La vicenda è semplice. Tre ragazzi vanno a Burkittsville, una cittadina del Maryland, per girare un documentario su una leggenda locale riguardante la strega di Blair. I ragazzi sono Heather, ideatrice e regista, Joshua, l’operatore, e Mark, il fonico.

Cominciano intervistando alcuni abitanti, tra cui una donna che sostiene di aver visto la strega. Vengono anche a sapere di un terribile fatto di sangue avvenuto qualche tempo prima nel bosco vicino, l’omicidio di sette bambini.

Il secondo giorno i tre si addentrano nel bosco ma, nonostante abbiano una piantina (che a un certo punto viene gettata da Mark) e la bussola, finiscono per perdersi. Trascorrono vari giorni aggirandosi nel bosco, senza riuscire a uscirne. Le notti passate nella tenda si fanno sempre più inquietanti, i ragazzi odono passi, grida di bambini.

Di giorno nel bosco trovano mucchi di sassi e strane composizioni sugli alberi, come segni rituali. Una mattina Heather e Mike scoprono che Joshua è scomparso. Di notte, udendone la voce che li chiama, sempre più terrorizzati, giungono a una casa sperduta e abbandonata, dove però sembra esserci una presenza.

The Blair Witch Project ha dato vita a un genere che gli americani hanno chiamato found footage (più o meno significa ritrovamento di materiale filmato). Il fatto che nel film non venga mostrato né un prima né un dopo il ritrovamento, rende ancor più suggestiva l’atmosfera paurosa.

Se Myrick e Sanchez sono stati un po’ furbi, lo sono stati con metodo. Tanto che la loro idea è stata ripresa da altri cineasti. Oltre all’inevitabile seguito e l’ancora più inevitabile remake, appartengono al found footage i film del maestro dell’horror George Romero (Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi, del 2007) e di un regista importante come Barry Levinson (The Bay, del 2012). Non c’è ritrovamento di materiale filmato ma sono tutto sommato derivativi, avendo adottato uno stile da falso documentario, anche il film di Oren Peli del 2007 (altro grande successo) Paranormal Activity (e seguiti vari) e The Visit (2015, M. Night Shyamalan). Fa parte di questa tendenza il nostrano, poco visto ma piuttosto interessante Il mistero di Lovecraft – Road to L. (2005), che Federico Greco e Roberto Leggio firmano in coppia come i colleghi americani.

Tuttavia, l’idea del found-footage non è nuova. È ormai risaputo infatti che The Blair Witch Project riprende l’escamotage narrativo usato per Cannibal Holocaust, diretto da Ruggero Deodato nel 1980.
La prima parte di Cannibal Holocaust racconta le allucinanti avventure di un antropologo, Harold, recatosi in Amazzonia sulle tracce del regista di reportage Alan Yates, scomparso insieme ai tre componenti della sua troupe. L’antropologo in seguito scopre che i quattro sono stati uccisi e mangiati da una tribù indigena e riesce a recuperare il materiale girato. Nella seconda parte, vediamo Harold e i responsabili del canale televisivo per cui sta lavorando visionare i filmati.

La differenza nel proporre il ritrovamento del materiale tra i due film è proprio questa. In The Blair Witch Project come già anticipato, non assistiamo ad alcun antefatto né epilogo in cui venga mostrato chi sta guardando il girato. In Cannibal Holocaust non solo tutta la seconda parte verte appunto sulla visione dei filmati, ma all’inizio del film vediamo, non attraverso un filmato, i quattro prepararsi per la partenza.

Un’altra differenza riguarda la tecnica con cui vengono realizzati i filmati. In Cannibal Holocaust, data anche l’epoca in cui è girato, vengono utilizzate dai personaggi due cineprese a colori. In Myrick/Sanchez invece una cinepresa 16 mm. in b/n e una videocamera a colori.

Tuttavia, oltre ad aver mutuato pur variandola la stessa idea narrativa, gli autori di The Blair Witch Project hanno ripreso dal film di Deodato in maniera piuttosto evidente altre situazioni. In entrambi, per esempio, i protagonisti si dicono “continua a riprendere” (al minuto 00:57:19 e al minuto 00:58:39 nelle scene della vedova nera e del serpente in Deodato, “Voglio riprendere il più possibile”, dice Heather al minuto 00:50:03 in The Blair Witch Project), nonostante si trovino in pericolo. Inoltre, nell’uno e nell’altro vediamo la donna del gruppo fare i suoi bisogni in mezzo alla foresta e protestare perché i compagni la riprendono: al minuto 01:00:25 nel film italiano e al minuto 00:19:23 in The Blair Witch Project.

Anche il racconto fatto da Heather sul ritrovamento al tempo dei cercatori d’oro dei cadaveri di cinque uomini torturati e a cui “fu brutalmente strappato l’intestino” (minuto 00:15:20), sembra ripreso da Cannibal Holocaust. Come del resto il perdersi nel bosco dei tre ragazzi ricorda il discorso di Alan nel film di Deodato: “Camminare per giorni e giorni nella foresta con l’angosciante sensazione di girare in tondo” (minuto 00:57:50).

Il riferimento, nel discorso di Heather sui cinque uomini torturati in The Blair Witch Project, alle numerose scene di tortura e smembramento presenti in Cannibal Holocaust, marca al contempo l’evidente, fondamentale differenza tra i due film. Se in uno l’esibizione dell’orrido e del truculento è ripetuto fino alla (letteralmente) nausea, nell’altro nulla o quasi viene mostrato (se non un ritrovamento sanguinolento al minuto 01:06:46). Myrick e Sanchez in sostanza riportano in auge la teoria secondo cui meno si mostra e più si ottiene l’effetto terrorizzante.

Alla base di The Blair Witch Project non c’è comunque solo Cannibal Holocaust. È probabile infatti che il duo di autori, se avevano presente il film di Deodato del 1980, avessero visto anche il suo “cannibalico” precedente, il tutt’altro che trascurabile Ultimo mondo cannibale, del 1977.

Se il rapporto con Cannibal Holocaust in ogni caso è ormai acclarato, non mancano in The Blair Witch Proiect rimandi più o meno evidenti ad altri film. Non va dimenticato innanzitutto che Myrick ha citato come fonte di ispirazione il non molto conosciuto (almeno in Italia, dove non è mai stato distribuito) The Legend of Boggy Creek.

Uscito nel 1972 e diretto da Charles B. Pierce, è il primo esempio di falso documentario di genere horror, in cui vengono narrati i vari avvistamenti di un mostro umanoide (una sorta di Yeti) in una cittadina dell’Arkansas, utilizzando anche la testimonianza di chi sostiene di esservisi imbattuto.

Tenendo conto che The Blair Witch Project è dopotutto la storia di un gruppo di persone che si reca in un luogo isolato in mezzo alla natura, è ovvio ritenerlo debitore nei confronti del notevole Un tranquillo weekend di paura, diretto nel 1972 da John Boorman. Il film viene espressamente citato in un dialogo di The Blair Witch Project. Al minuto 00:27:00 in uno scambio di battute tra Heather e Josh. la ragazza chiede chi possa aver prodotto i rumori che hanno udito di notte nel bosco. “Qualcuno che si divertiva a spaventarci”, risponde Josh.
“Nessuno sa che siamo qui”.
“Si. Ma ha mai visto Deliverance?”.

Deliverance è il titolo originale del film di Boorman, nel quale quattro amici si recano nel North Carolina per una gita in canoa lungo un fiume incassato tra le montagne ma vengono aggrediti da due montanari.

Del pari, va citato il bellissimo Long Weekend (1978), del regista australiano Colin Egglestone, nel quale i coniugi Peter e Marcia si recano per il fine settimana a campeggiare in una spiaggia isolata. Come nei titoli precedenti, degli esseri umani si avventurano, spinti da ragioni diverse, nella natura, e la natura, in modi diversi, reagisce in maniera ostile.

Interessante a tal proposito la riflessione fatta dal critico Davide Pulici: “Una coppia di coniugi simboleggia il virus che Madre Natura deve eliminare dal proprio organismo” (Natura contro – Guida al cinema degli animali assassini, Nocturno Dossier – Gennaio 2003).
Riflessione che potrebbe applicarsi con le opportune variazioni anche a The Blair Witch Project, con cui Long Weekend condivide una scena simile e tra le più significative.

Nel primo, al minuto 00:52:52, Mike dice a Heather: “Quello è l’albero dove abbiamo attraversato prima. L’albero lassù è lo stesso di prima”.
Heather risponde: “No, Mike, non è lo stesso tronco. Non è lo stesso tronco”.
Salvo poi rendersi conto che è lo stesso albero e che stanno girando a vuoto.

In Long Weekend (al minuto 00:18:58), mentre stanno cercando in auto la spiaggia dove campeggiare, e sono fermi, Marcia vede l’albero con la freccia incisa che hanno incontrato in precedenza. “Quello è lo stesso albero”, dice.
“Non è lo stesso albero, come potrebbe essere?” obietta, però con poca convinzione, Peter.
“Stiamo girando in tondo, Peter”, ribadisce la moglie.

Nove uomini della guardia nazionale della Louisiana partono per un’esercitazione attraverso una foresta sterminata. Commettono l’errore di prendere in prestito alcune barche degli abitanti della zona, scatenandone la violenta e implacabile reazione.

Anche nello straordinario I guerrieri della palude silenziosa (Southern Comfort, del 1981), diretto dal grande Walter Hill, qualcuno si addentra in un luogo isolato in mezzo alla natura e si trova ad affrontare un nemico misterioso e feroce.
Anche qui i soldati finiscono per perdersi (al minuto 00:12:00) e smarriscono la bussola come in The Blair Witch Project la piantina. Vengono eliminati uno a uno, finché ne restano soltanto due.

La sensazione è che Myrick e Sanchez conoscessero piuttosto bene il film di Walter Hill quando hanno scritto The Blair Witch Project. Non sono poche infatti le situazioni simili. In I guerrieri della palude silenziosa vi sono una casa sperduta nel bosco e un’eremita che la abita.

I soldati durante il percorso si imbattono in alcuni segni inquietanti: le pelli di animale stese (al minuto 00:44:35) e le trappole (00:52:30), come le sette pietre in The Blair Witch Project. Al minuto 01:11:34 poi i soldati trovano i cadaveri di tre compagni legati a un albero (in questo caso si crea una sorta di corto circuito tra i due film e Cannibal Holocaust). Al minuto 01:20:20 il soldato Simms finisce per ritrovarsi nello stesso punto del bosco da cui era fuggito. Ancora, al minuto 01:29:40 il soldato Spencer dice: “Tutti in Louisiana ci staranno cercando”. Come Josh in The Blair Witch Project al minuto 00:37:54: “Qualcuno comincerà a cercarci”.

Infine, il capolavoro di Tobe Hooper Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre), del 1974, ha sicuramente offerto qualche spunto a Myrick e Sanchez (e prima a Deodato). Basta vedere la lunga sequenza notturna che inizia al minuto 00:47:24 per rendersene conto. La prima frase della scritta iniziale di Non aprite quella porta recita cosi: “Il film che state per vedere è il resoconto della tragedia che è successa a un gruppo di cinque giovani”.

Non c’è found footage ma è evidente l’intento del regista di girare in maniera quasi documentaristica la terribile vicenda dei ragazzi massacrati da una famiglia di assassini cannibali in un luogo sperduto del Texas. Le prime immagini d’altronde sono accompagnate dalla voce del presentatore di un notiziario, che parla del ritrovamento di alcuni cadaveri in un cimitero, di tombe profanate e cerimonie rituali.

 

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