Il segreto, per essere coerenti con la propria lingua, è rimanere fermi dove si è. Dall’ultima allerta magnetica, già lo sapete, dobbiamo fare i conti con quel che è stato chiamato dagli esperti “convergenza linguistica”, e contro questa, per quanto ci si possa arrabattare, c’è poco da fare. Appunto: rimanere fermi e zitti. Così non si hanno problemi. I continentali che si recano in Sardegna per la prima volta si saranno informati in agenzia e sapranno bene di che cosa si tratta, ma una cosa è farsi riferire un fenomeno, un’altra viverlo di persona. La convergenza linguistica è simile al fenomeno fisico che unisce due gocce d’acqua quando si trovano a una determinata distanza l’una dall’altra: avvicinandoci a una certa località, la lingua che normalmente usiamo si piega grammaticalmente, foneticamente e lessicalmente. Si libera di un numero crescente di regole e di termini e, nel contempo, si arricchisce a mano a mano di elementi appartenenti alla parlata della zona verso cui ci dirigiamo. Il fenomeno è stato chiamato altresì “curvatura linguistica”. Come in Star Trek. Facciamo un esempio pratico. In questo momento mi trovo sulla 131 DCN a 110 chilometri da Olbia. Al volante, un mio cognato (ne ho sette. Non so se mi spiego). Scrivo in italiano. Non purissimo, lo ammetto, comunque italiano. A destra e a sinistra abbiamo dei paesini che comunque sia stanno influenzando la mia lingua. Unu faeddu qua, un altro là. Ecco. Ora vicini a Nuoro stiamo, e cumente avrete già notato sa limba mia adi curvadu decisamenti versu su nugoresu. Il segnale esti forti, impossibili faeddare un’atera limba. Ora siamo bessidus de sa zona d’influenza di Nuoro. Il mio PC mi dice che da cinque siamo passati a quattro tacche. Più ci allontaneremo da Nugoro, meno scriverò in nugorese. Ora siamo nella “terra di nessuno”. I paesi del circondario si trovano oltre un raggio di 10 chilometri e sono quindi troppo lontani per piegare il mio taliano e farlo diventare una variante locale di sardo. Ogni tanto, lo avrete notato, s’intrufola una parola di un’altra parlata. Abbiamo a che fare con l’avanscoperta, un elemento in ricognizione che agisce da cavallo di Troia. Il nostro cervello lo assimila e nel contempo si prepara a riceverne altri. Più o meno come i virus. Come avrete appreso dai vari notiziari, le cose si complicano per chi sorvola la Sardegna. La distanza massima per subire la curvatura non cambia. Valgono sempre i 10 chilometri, ma a quell’altezza ci si trova a uguale distanza da un maggior numero di paesi, e in quelle condizioni più lingue agiscono contemporaneamente sulla nostra lingua di partenza. Per difendersi dalla curvatura linguistica “composita” le compagnie aeree hanno due soluzioni: o schermare l’aereo con della carta alluminio o portarsi un po’ oltre i 12000 metri, nella cosiddetta “fascia di Puddu”. C’è in realtà una terza soluzione, molto meno impattante delle precedenti: lasciare le cose così come sono. In treno, in pullman, in nave o in aereo i passeggeri parleranno tutti la stessa lingua, qualunque essa sia. E si comprenderanno. Sì, si comprenderanno. Come in Star Trek. Navigazione articoli EX LIBRIS, PICCOLI CAPOLAVORI DI ARTE GRAFICA CESARE MUSATTI E PARANOIA IN VAL DI ZOLDO