25 settembre 1976 Quando Technical Ecstasy uscì il 25 settembre 1976, i Black Sabbath erano già una band storica, ma anche un gruppo stanco, diviso e sempre più difficile da collocare nel proprio tempo. Dopo sei album che avevano costruito quasi da soli una grammatica nuova per il rock pesante, i quattro di Birmingham si trovarono davanti a un problema enorme: continuare a ripetere la formula che li aveva resi fondamentali, oppure provare a forzarla, anche a costo di perdere parte del proprio pubblico. Technical Ecstasy nasce esattamente in questo punto di tensione. Non è il disco più potente dei Black Sabbath, non è il più compatto, non è il più oscuro, e certamente non è quello che un ascoltatore cresciuto con Black Sabbath, Paranoid (ne parlo qui) o Master of Reality poteva aspettarsi. Eppure, ridurlo a un passo falso significa non ascoltarlo davvero. È un album irregolare, a tratti disorientante, ma anche vivo, ambizioso, pieno di idee e più interessante di quanto la sua reputazione lasci pensare. Per molto tempo è stato considerato l’inizio della fine della prima era Ozzy. In parte è vero e da lì in avanti la frattura interna si sarebbe allargata fino a diventare insanabile. Ma Technical Ecstasy non è soltanto il documento di una crisi. È anche il tentativo, imperfetto ma sincero, di portare i Black Sabbath fuori dal recinto che loro stessi avevano creato. Dopo Sabotage: il peso di una leggenda Per capire Technical Ecstasy bisogna partire da ciò che lo precede. Con i primi album, i Black Sabbath avevano fissato un immaginario fatto di riff pesanti, atmosfere cupe, senso di minaccia, blues deformato, tempi lenti e una visione del mondo distante tanto dall’ottimismo hippie quanto dal virtuosismo del rock progressivo. Non erano semplicemente “pesanti”, erano diversi. La loro musica sembrava arrivare da un luogo industriale, sporco, concreto, lontano dai sogni cosmici e dalle eleganze di molta musica inglese dell’epoca. Eppure, già con Sabbath Bloody Sabbath e Sabotage la band aveva iniziato a complicare la propria scrittura. Tastiere, aperture progressive, strutture più articolate e arrangiamenti meno diretti avevano mostrato un gruppo meno monolitico di quanto spesso si racconti. I Black Sabbath non erano mai stati solo dei produttori di riff funerei. Dentro la loro musica c’erano blues, jazz, rock inglese, improvvisazione, melodia e persino una forma grezza ma reale di teatralità. Sabotage, nel 1975, aveva ancora una forza rabbiosa, alimentata anche dalle tensioni legali e personali che circondavano il gruppo. Technical Ecstasy, invece, sceglie una direzione diversa. Meno compattezza, meno buio, più colore, più tastiere, più voglia di misurarsi con un rock ampio, radiofonico, a tratti vicino al progressive, all’hard rock americano e persino a certe soluzioni care ai Queen o a Led Zeppelin. Il problema è che nel 1976 il mondo stava cambiando rapidamente. Il punk stava prendendo spazio, la critica iniziava a guardare con sospetto i grandi gruppi degli anni precedenti, e molte band hard rock venivano ormai trattate come dinosauri. In quel clima, un disco più elaborato, più levigato e meno minaccioso non poteva che arrivare nel momento peggiore. Se i Black Sabbath avessero pubblicato Technical Ecstasy tre anni prima, forse sarebbe stato letto come un’evoluzione coraggiosa. Nel 1976, invece, a molti apparve come un segno di smarrimento. Miami, Iommi e una band che si allontana L’album venne registrato ai Criteria Studios di Miami, ambiente lontanissimo dalla cupezza operaia associata a Birmingham. Anche questo dettaglio conta. Il sole, la Florida, il clima più rilassato e dispersivo, le notti fuori, le droghe, la stanchezza da anni di tour e successo; tutto contribuisce a rendere il disco diverso non solo nel suono, ma anche nello spirito. Tony Iommi è la figura centrale del progetto. Non nel senso banale di un dittatore in studio, ma perché è probabilmente l’unico a mantenere una direzione chiara mentre gli altri sembravano sempre più svuotati o distratti. Ozzy Osbourne, Geezer Butler e Bill Ward erano ancora fondamentali per l’identità del gruppo, ma il peso creativo finì per cadere soprattutto sulle spalle del chitarrista. Da qui nasce anche l’idea, ripetuta spesso, che Technical Ecstasy sia (quasi) un album solista di Iommi sotto il nome Black Sabbath. È una definizione esagerata, ma non priva di fondamento. La mano di Iommi si sente ovunque: nella costruzione dei brani, nei soli, nei cambi di tono, nella volontà di dare alla band una veste meno prevedibile. L’ingresso importante delle tastiere, affidate a Gerald Woodruffe, va letto in questa prospettiva. Non sono semplici decorazioni ma diventano parte integrante del nuovo suono, a volte riuscendo ad ampliare lo spazio delle canzoni, a volte appesantendole o rendendole meno riconoscibili. Il punto critico sta proprio qui. Iommi voleva portare i Black Sabbath a un livello diverso, più maturo, più sofisticato, forse anche più rispettabile agli occhi di chi aveva sempre liquidato il gruppo come rozzo e primitivo. Ma nel farlo finì per indebolire alcuni elementi che rendevano la band immediatamente riconoscibile: la minaccia, il senso di gravità, quella semplicità brutale che non era mai povertà compositiva, ma concentrazione. Il risultato è un disco di transizione, ma non nel senso debole del termine. Technical Ecstasy non è una raccolta di scarti né un album senza idee. È, semmai, un lavoro in cui le idee sono molte (forse anche troppe) e non sempre trovano una forma definitiva. Ha momenti molto alti, qualche caduta evidente e una produzione non sempre efficace, ma ha anche un’identità più precisa di quanto si dica, quella di un gruppo che prova a diventare altro senza sapere ancora se potrà sopravvivere a quel cambiamento. Un’apertura solida ma non memorabile La prima facciata dell’album è probabilmente la più problematica. Non perché sia brutta, ma perché introduce il nuovo corso senza riuscire sempre a imporsi con la forza necessaria. Back Street Kids” apre il disco con energia. È un hard rock diretto, robusto, quasi dichiarativo. Il riff funziona, la sezione ritmica spinge, Ozzy canta con la sua consueta miscela di sfrontatezza e fragilità, e Iommi offre subito una prova solida. Però il brano non ha la statura delle grandi aperture sabbathiane. Rispetto agli inizi folgoranti di altri album, qui si avverte una scrittura più ordinaria. È efficace, ma non memorabile; energica, ma non davvero sorprendente. Come biglietto da visita del nuovo disco, dice abbastanza ma non tutto. [nota del redattore: i brani di YouTube proposti sono quelli del remaster 2009, il più recente remaster del 2021 a parere del redattore è intriso di loudness war] You Won’t Change Me è già un discorso diverso. Qui la lentezza, l’organo e l’atmosfera più dolente ricollegano almeno in parte il gruppo alla sua ombra originaria. Il brano ha un passo solenne, quasi da power ballad gotica e cresce grazie a una bella tensione tra tastiere e chitarra. Ozzy è misurato, mentre Iommi firma alcuni passaggi davvero ispirati. È uno dei momenti in cui l’esperimento dell’album funziona meglio. Il vecchio sound dei Sabbath non scompare, ma viene filtrato attraverso un linguaggio più ampio, meno cupo in senso tradizionale ma ancora inquieto. It’s Alright, cantata da Bill Ward, resta invece uno dei punti più discussi. Da un lato, è un gesto interessante, che da voce al batterista e mostrare un lato più melodico, quasi beatlesiano, della band, rompendo completamente le aspettative. Dall’altro, il pezzo fatica a sostenere il peso del contesto. Non è una brutta canzone (anzi) e in sé ha anche una grazia semplice, ma dentro un album dei Black Sabbath appare fragile, quasi fuori posto. Il problema non è che sia leggera, anche Changes (Vol. 4, 2972) era lontana dal lato più pesante del gruppo, piuttosto It’s Alright sembra meno necessaria, meno incisiva, più vicina a una “parentesi” che a una vera svolta. A chiudere la prima facciata troviamo Gypsy, compito che svolge con maggiore personalità. Qui emergono bene le virtù spesso sottovalutate di Bill Ward, batterista fisico, istintivo, capace di dare movimento anche ai passaggi più strani. Il brano mescola riff, piano, cambi ritmici e un certo gusto teatrale che può ricordare tanto i Queen quanto alcune derive hard progressive dell’epoca. Non tutto è perfettamente originale e qualche soluzione sembra guardare troppo apertamente ad altri modelli, ma l’energia c’è, ed è quella giusta. Gypsy è uno dei pezzi che spiegano meglio la natura di un album non sempre centrato, ma curioso, mobile e meno prevedibile del solito. La seconda facciata e il vero valore del disco La seconda metà di Technical Ecstasy è generalmente più convincente. Forse perché, una volta accettato che non siamo davanti al classico disco sabbathiano, diventa più facile seguirne la logica interna. L’impressione è che il gruppo sembri meno preoccupato di giustificare il cambiamento e più libero (interessato?) a farlo funzionare. All Moving Parts (Stand Still) è uno dei brani più riusciti. Ha groove, tensione, un andamento quasi funky, una sezione ritmica in grande evidenza e un Ozzy capace di muoversi dentro il pezzo con un tono ambiguo, ironico, nervoso. Geezer Butler è fondamentale. Il suo basso non accompagna soltanto, ma guida il brano, lo rende elastico, lo spinge in avanti. Iommi inserisce pause, ripartenze e variazioni con intelligenza. È un Sabbath diverso, ma non addomesticato. Anzi, proprio qui si sente quanto il gruppo potesse ancora essere potente anche fuori dai territori più cupi. Rock ‘n’ Roll Doctor è più discutibile. L’intenzione sembra quella di costruire un pezzo diretto, più americano, più radiofonico, con un passo da hard rock classico. Funziona come episodio leggero, ha mestiere e ha ritmo. Ma è anche uno dei brani meno personali dell’album. Non è brutto, però sembra (un po’ troppo) un compromesso. Non possiede né il peso minaccioso dei vecchio Sabbath né la vera sorpresa degli esperimenti migliori del disco. È una canzone ben suonata, ma non indispensabile. Una delle deviazioni più radicali è la successiva She’s Gone. Una ballata orchestrale, acustica, sentimentale, lontana da quasi tutto ciò che il nome Black Sabbath suggeriva e, proprio per questo divisiva. Chi cerca solo durezza probabilmente la troverà eccessiva o fuori luogo. Ma ascoltata senza pregiudizi è un momento notevole. Gli archi non sono invadenti, l’atmosfera è malinconica e Ozzy offre una prova vocale più vulnerabile del solito. Non tutto è perfetto e il rischio di scivolare nel melodramma è dietro l’angolo. Ma il brano ha dignità e dimostra che la band poteva permettersi anche un registro emotivo più scoperto. A chiudere il disco arriva Dirty Women e qui molte discussioni si chiudono. È il brano più forte dell’album, uno dei più solidi dell’intera ultima fase con Ozzy. Parte con passo ambiguo, quasi trattenuto, poi cambia forma, accelera, si apre e lascia spazio a un Tony Iommi assolutamente magnifico. La struttura è ampia ma non dispersiva, la sezione ritmica cresce con precisione, Ozzy torna a essere quella voce strana, tagliente, immediatamente riconoscibile che attraversa il suono più che dominarlo in modo convenzionale. Dirty Women dimostra che Technical Ecstasy non è un disco privo di peso. Quando il gruppo trova il punto di equilibrio tra nuova ambizione e vecchia identità, il risultato è fortissimo. Il lungo finale chitarristico di Iommi è tra i momenti più espressivi dell’album. Non è semplice esibizione tecnica, ma costruzione di tensione, controllo del suono, senso del tempo. Se tutto il disco avesse avuto quella compattezza, oggi la sua reputazione sarebbe probabilmente diversa. Il fallimento di un album frainteso Alla sua uscita, Technical Ecstasy non trovò un’accoglienza facile. Molti fan rimasero spiazzati. La critica, già poco incline a perdonare i Black Sabbath, ebbe gioco facile nel presentarlo come il segnale di una band in declino. Anche commercialmente il disco non raggiunse i risultati dei lavori precedenti. L’immagine di copertina firmata dallo studio Hipgnosis1, futurista e straniante, contribuì forse a renderlo ancora meno immediato: non sembrava un classico album dei Black Sabbath nemmeno a guardarlo. Le critiche non erano tutte infondate. Il disco è meno coerente dei grandi lavori del gruppo. Alcuni brani sembrano più riusciti come esperimenti che come composizioni definitive. La produzione, pur cercando un suono più ricco e moderno, finisce a volte per togliere forza (“bruta”) alla band. Le tastiere funzionano in diversi passaggi, ma non sempre aggiungono davvero qualcosa. Inoltre, l’album soffre di un problema inevitabile: porta il nome Black Sabbath e quel nome pesa moltissimo. Se fosse stato pubblicato da un altro gruppo hard rock degli anni Settanta, probabilmente verrebbe ricordato come un lavoro vario e coraggioso. Pubblicato dai Black Sabbath viene, a torto o a ragione, misurato contro una serie di dischi quasi intoccabili. Detto questo, oggi come allora, liquidarlo come album debole è ingiusto. Technical Ecstasy ha qualità evidenti: è vario, suonato molto bene, attraversato da un Iommi spesso (molto) ispirato, sorretto da una sezione ritmica ancora formidabile e capace di mostrare un Ozzy più duttile di quanto fino ad allora si poteva pensare. Ma, soprattutto, è un disco che rischia. Non sempre vince, ma rischia davvero. E questo, per una band già affermata, non è un dettaglio. Bisogna anche considerare il momento storico. Nel 1976 i Black Sabbath non potevano più essere ciò che erano nel 1970. Il rock pesante stava cambiando, la scena musicale veniva scossa dal punk, il progressive perdeva centralità, il mercato chiedeva nuove formule. Technical Ecstasy si muove in mezzo a queste pressioni senza trovare una risposta pienamente stabile. Ma proprio questa instabilità lo rende interessante. È il suono di una band che non vuole limitarsi a sopravvivere, anche se non sa più esattamente dove andare. La successiva uscita di Never Say Die! avrebbe reso più evidente la crisi. Lì la dispersione sarebbe diventata ancora più forte, fino alla separazione da Ozzy e alla rinascita con Ronnie James Dio. Technical Ecstasy appare quindi come l’ultimo vero tentativo della formazione originale di reinventarsi prima del crollo. Non è un disco terminale, ma un bivio. E nei bivi, spesso, convivono sia le intuizioni che gli errori. Una rivalutazione necessaria Negli ultimi anni Technical Ecstasy è stato riascoltato con maggiore disponibilità, anche grazie alle ristampe e ai remix (Steve Wilson, 2021)_ _che hanno invitato a riconsiderarne la costruzione sonora. Non serve trasformarlo a posteriori in un capolavoro assoluto. Sarebbe un’altra forzatura. I capolavori dei Black Sabbath stanno altrove, soprattutto nei primi anni. Ma non tutti gli album importanti devono essere perfetti, e non tutti i dischi imperfetti sono minori. Il suo valore sta nella posizione che occupa: è l’album in cui i Black Sabbath provano a uscire dalla propria ombra. A volte ci riesce (You Won’t Change Me, All Moving Parts, She’s Gone e, soprattutto, Dirty Women). A volte inciampa (Rock ‘n’ Roll Doctor). A volte sembra quasi un altro gruppo e non sempre (o per forza) questo è un male. Anzi, ascoltato oggi, lontano dalle aspettative del 1976, il disco rivela una libertà creativa ed espressiva che merita rispetto. Per chi ama i Black Sabbath solo come forza oscura e primordiale, Technical Ecstasy resterà probabilmente per sempre un corpo estraneo. Per chi invece vede nella band anche un gruppo rock più ampio, nato dal blues, cresciuto nell’hard rock inglese e capace di assorbire stimoli diversi, l’album diventa molto più comprensibile. Non è un tradimento, ma una deviazione. Non è la negazione dei Sabbath, ma una sua possibilità laterale. La critica onesta deve riconoscere entrambe le cose: Technical Ecstasy non ha la potenza storica dei primi dischi e non sempre controlla le proprie ambizioni; però è un album buono, interessante, spesso più ricco di quanto dicano i suoi detrattori. Ha difetti veri, ma anche una personalità che molti dischi più coerenti (e più blasonati) non possiedono. È un lavoro di passaggio, ma non di resa. In fondo, il suo limite maggiore è anche la sua qualità principale: non suona come il disco che ci si aspettava dai Black Sabbath. Nel 1976 questo fu percepito come un problema. Oggi, invece, può (e deve) essere ascoltato come il motivo per cui vale ancora la pena tornarci. CORAGGIOSO… Black Sabbath Technical Ecstasy Heavy Metal Hard Rock Progressive Rock Vertigo 22 ottobre 1976 Track List Side A 1. Back Street Kids 2. You Wn’t Change Me 3. It’s Alright 4. Gypsy Side B 1. All Moving Parts (Stand Still) 2. Rock ‘n’ Roll Doctor 3. She’s Gone 4. Dirty Women Black Sabbath Technical Ecstasy 2021 4 CD/5 LP Super Deluxe Edition Heavy Metal Hard Rock Progressive Rock BMG 1° ottobre 2021 Track List CD 1/LP 1 1/A1. Back Street Kids 2/A2. You Wn’t Change Me 3/A3. It’s Alright 4/A4. Gypsy 5/B1. All Moving Parts (Stand Still) 6/B2. Rock ‘n’ Roll Doctor 7/B3. She’s Gone 8/B4. Dirty Women CD 2/LP 2 New Mix Steven Wilson Remix 1/A1. Back Street Kids 2/A2. You Wn’t Change Me 3/A3. It’s Alright (Mono Single) 4/A4. Gypsy 5/B1. All Moving Parts (Stand Still) 6/B2. Rock ‘n’ Roll Doctor 7/B3. She’s Gone 8/B4. Dirty Women CD 3/LP 3 Outtakes & Alternative Mix 1/A1. Back Street Kids 2/A2. You Wn’t Change Me 3/A3. Gypsy 4/A4. All Moving Parts (Stand Still) 5/B1. Rock ‘n’ Roll Doctor 6/B2. She’s Gone (Outtake Version) 7/B3. Dirty Women 8/B4. She’s Gone (Instrumental Mix) CD 4/LP 4 e LP 5 Live World Tour 1976-1977 Civic Arena Pittsburgh, Pennsylvania 8 dicembre 1976 (Registrazione parziale) 1/A1. Symptom of the Universe 2/A2. War Pigs 3/A3. Gypsy 4/A4. Black Sabbath 5/A5. All Moving Parts (Stand Still) 6/B1. Dirty Women 7/B2. Drum Solo / Guitar Solo 8/B3. Electric Funeral 9/B4. Snowblind 10/B5. Children of the Grave Black Sabbath Ozzy Osbourne — vocals (except It’s Alright) Tony Iommi — guitars Geezer Butler — bass Bill Ward — drums, vocals on It’s Alright Additional musicians Gerald “Jezz” Woodroffe — keyboards, additional arrangements (as Gerald Woodruffe) Mike Lewis — string arrangements and conducting on She’s Gone Technical personnel Black Sabbath — production, arrangements Robin Black — engineering Spock Wall — engineering assistance Tony Iommi — mastering Bob Hata — mastering Hipgnosis — sleeve design George Hardie — robot design Richard Manning — robot drawing NoteHipgnosis è stato uno studio inglese di design grafico con sede a Londra, specializzato nella creazione di copertine per album rock. Tra i suoi lavori più noti ci sono commissioni per Pink Floyd, Led Zeppelin, Black Sabbath, Paul McCartney & Wings, Genesis, Peter Gabriel, Electric Light Orchestra, Yes e molti altri. Il nucleo principale del gruppo era formato da Storm Thorgerson e Aubrey Powell, entrambi originari di Cambridge, ai quali si aggiunse in seguito Peter Christopherson. Hipgnosis si sciolse nel 1983, ma i suoi membri continuarono a lavorare in diversi ambiti creativi.[↩] Navigazione articoli GIUSEPPE VERDI ERA UN “MAGUT” MANCATO