LO STILE UMORISTICO DI LOUIS DE FUNÈS

 

Il cinema francese degli anni Sessanta è stato caratterizzato dalla nuova ondata della Nouvelle Vague, almeno dal punto di vista della critica. Invece gli spettatori francesi, come ammise Jean-Luc Godard, riempivano le sale per vedere altri film. uno dei proragonisti più amati era Louis De Funès.

La prima parte di carriera, dal dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta, vede De Funès interpretare più di novanta pellicole, con ruoli di secondo piano. Per esempio apparve in una particina nella commedia nera Ho ucciso mia moglie, del 1951 (regia di Sacha Guitry) e ne La traversata di Parigi, diretto nel 1955 da Claude Autant-Lara.

Dal 1958 comincia a essere protagonista. In Vacanze a Malaga, diretto da André Hunebelle, è un tassista che va in vacanza in Spagna con tutta la famiglia e si trova alle prese con una banda di ladri.

Il regista e uno degli interpreti, Jacques Dynam (è uno dei ladri), saranno pochi anni dopo con De Funes nei tre film della serie di Fantomas.
Sempre nel 1958, ne La legge del più furbo (regia di Yves Robert), anticipa sia il ciclo dei Gendarmi che quello di Fantomas. Del primo abbiamo la squadra di gendarmi chiamati come rinforzo per catturare il bracconiere Blaireau (De Funès). Del secondo la caccia che gli dà il gendarme Ovide, senza riuscire mai a prenderlo.

Il 1959 vede De Funès nel cast di due film con Totò, diretti da Steno. In Totò, Eva e il pennello proibito, è un critico d’arte, il professor Francesco Montiel, che viene abbindolato da una bella truffatrice (e dal suo complice), affinché riconosca come autentico un falso Goya dipinto dal copista Scorcelletti. È presumibile che De Funes abbia tratto ispirazione da Totò, che impersona con la consueta maestria uno Scorcelletti presuntuoso, irascibile e prepotente.

Indubbiamente Totò e De Funes funzionano bene in coppia, ed è risaputo che il principe della risata stimasse il collega francese, come del resto lo stimava Steno. Se comunque in Totò, Eva e il pennello proibito i due comici hanno poche scene insieme (si incontrano solo alla fine), in seguito ne I tartassati sono complici nel tentativo di evadere il fisco.
Totò è il cavalier Pezzella, proprietario di un negozio di abbigliamento di lusso. Siccome ha dichiarato una cifra irrisoria, gli arriva il controllo della Tributaria, nella persona del maresciallo Topponi (interpretato da un altro grande attore, Aldo Fabrizi). Pezzella ricorre ai consigli del suo consulente fiscale, Ettore Curto, interpretato appunto da De Funès, per non pagare la multa.

 

De Funès inizia ad avere un ruolo sempre più centrale a cominciare da I tre affari del signor Duval e poi nell’ottimo Faccio saltare la banca, usciti tra il 1963 e il 1964. In questi film, non a caso i primi diretti dal regista, Jean Girault, con cui ne girerà altri otto, De Funes affina il suo personaggio-tipo. Nel secondo è il commerciante Victor Garnier. Mal consigliato da un banchiere sull’acquisto di azioni poi crollate in Borsa, decide di rubare nella stessa banca con l’aiuto dei familiari.

 

L’inarrivabile mobilità facciale dell’attore è fatta di continue variazioni espressive. Non solo, anche del corpo e gestuali, di straordinaria e mai eguagliata inventiva: nessuno, per esempio, si è voltato di scatto o ha usato mani e braccia come faceva lui. Alla sempre dinamica energia attoriale corrisponde un altrettanto estremo dinamismo narrativo, riscontrabile nella maggior parte dei film.
Tutto ciò si verifica a partire dalle pellicole che escono nel 1964 e che consentono al cinquantenne De Funès di raggiungere definitivamente il successo e la popolarità anche fuori dai confini francesi.

Il primo è Una ragazza a Saint Tropez, diretto da Jean Girault, che dà inizio al ciclo incentrato sui gendarmi di Saint-Tropez. Il gendarme Ludovic Cruchot viene trasferito dal paesino dove vive alla località sulla Costa Azzurra con il grado di maresciallo capo. Cruchot impone subito una severa disciplina ai gendarmi della sua squadra ma deve soprattutto occuparsi della figlia, Nicoletta, che comincia a frequentare un gruppo di ragazzi del posto. La figlia, senza volerlo, lo coinvolge nel furto di un quadro di Rembrandt.

L’esempio più evidente del dinamismo narrativo dei film con De Funès sono i numerosi inseguimenti. Spesso il suo personaggio è alla ricerca di qualcuno, o è lui a essere inseguito. Particolarmente elaborato è l’inseguimento finale di Fantomas 70, diretto da André Hunebelle e distribuito nelle sale subito dopo Una ragazza a Saint-Tropez.
Un giornalista, Fandor, scrive un articolo inventato su Fantomas, nel quale lo ridicolizza, credendo che non esista. Il vero Fantomas per vendicarsi lo rapisce e ne assume l’identità, mettendo in atto con essa la sua attività criminosa. Lo stesso fa poi con le sembianze del commissario Juve (De Funès), che gli sta dando la caccia. Alla fine Fandor e Juve si uniscono contro il misterioso e inafferrabile fuorilegge. Insieme alla fidanzata del giornalista, la fotografa  Hélène, inseguono Fantomas con ogni mezzo possibile. In auto, in moto, poi sul treno e, quando Fantomas fugge su un motoscafo, in elicottero.

Nel successivo Fantomas minaccia il mondo, uscito nel 1965 e sempre di Hunebelle, vi è un altro memorabile inseguimento finale. Il commissario Juve e Fandor requisiscono una jeep a un gruppo di campeggiatori e inseguono Fantomas che fugge a bordo di una Citroën DS19 (un’automobile di grande diffusione negli anni Sessanta e Settanta e spesso utilizzata nei film con De Funès). A un certo punto la Citroën si trasforma in un aereo.

 

Il dinamismo dei film con De Funès viene espresso anche attraverso le scene di ballo, spesso presenti, a cui partecipa lo stesso attore.
Una delle migliori la si trova nel secondo film della serie dei gendarmi, Tre gendarmi a New York (del 1965, regia sempre di Girault). Qui Cruchot, il comandante Gerber e gli altri gendarmi vengono scelti per rappresentare la Francia in un convegno internazionale delle polizie che si svolge a New York. La figlia Nicoletta vorrebbe partire con Cruchot, ma la trasferta non prevede la presenza dei familiari. La ragazza però, all’insaputa del padre, parte lo stesso.
Una volta a New York, Cruchot la vede ovunque, ma i suoi uomini gli assicurano che non può trattarsi che di allucinazioni, finendo per crederlo pazzo. In uno dei momenti migliori della pellicola, Cruchot gira per la città americana alla ricerca di una buona bistecca da cucinare. Quando gli viene rubata da un giovane in moto, lo insegue e ha inizio una bella sequenza coreografata che prende ispirazione dal musical West Side Story.

 

Altrettanto belli i numeri musicali (e le riprese degli stessi) di Beato tra le donne (1970), regia di Serge Korber. De Funès è il celebre coreografo Evan Evans, che dirige un corpo di ballo interamente femminile. Evan impone alle ballerine regole molto rigide, su tutte quella di non avere rapporti con gli uomini. Quando una delle ragazze sta per sposarsi e si licenzia, Evan la sostituisce con un’altra, che diventa la sua preferita. Ma non sa che proprio lei è una ragazza madre.

 

Anche i film girati quasi completamente in interni raggiungono un ritmo recitativo e linguistico frenetico. Come in Io, due figlie, tre valigie, diretto nel 1967 da Édouard Molinaro. Christian Martin, ragioniere dell’industriale Barnier, gli confessa d’aver sottratto un’ingente somma di denaro. Intende però restituirla se Barnier consentirà a dargli in sposa sua figlia. Solo che la ragazza che Christian ritiene figlia di Barnier non è la vera figlia. Da qui tutta una serie di equivoci.

 

Come ha scritto il giornalista francese Olivier Rajchman su De Funès, “I suoi personaggi di borghese odioso, abbinano un ritmo recitativo quasi musicale e una gamma inesauribile di smorfie e tic”.
In effetti in quasi tutti i film della maturità De Funès interpreta un borghese altolocato, benestante, tendente al dispotismo e con la brutta abitudine (che in lui, ovviamente, finisce per muovere a simpatia) di maltrattare congiunti e subordinati.
Per caratterizzare i personaggi spesso nevrotici e ansiosi (com’era, si dice, anche nella realtà), De Funès perfeziona uno stile recitativo del tutto personale, che trae senza dubbio origine dalle maschere della commedia dell’arte. Il suo è un approccio sincopato, dal ritmo jazzistico della comicità. (Da giovane del resto si manteneva suonando al piano proprio la musica jazz),

È ad esempio Saroyan, un ricco imprenditore dall’attività non ben specificata in Colpo grosso ma non troppo, uno dei maggiori successi della sua carriera, diretto nel 1965 da Gérard Oury. La ricchezza potrebbe derivargli dai traffici illeciti che compie con alcuni complici, per conto di una potente organizzazione americana. In un incidente distrugge l’utilitaria di Antoine, interpretato dal bravo Bourvil, un commerciante in procinto di recarsi in Italia per una breve vacanza. Con la scusa di riparare il danno che gli ha procurato, Saroyan gli offre un auto di lusso da portare da Napoli a Bordeaux, per poi essere imbarcata per gli Stati Uniti. Antoine non sa che l’auto in realtà nasconde droga, gioielli e una pietra preziosa. In un ruolo quasi da cattivo (ma il finale è assolutorio), De Funès, anche grazie alla complicità attoriale di Bourvil, si esibisce in alcune sequenze da antologia.

 

Con Bourvil e la regia di Oury, De Funès gira successivamente Tre uomini in fuga (1966), considerato uno dei migliori della sua carriera. Tre paracadutisti inglesi, dopo che il loro aereo è stato bombardato dalla contraerea, atterrano per sbaglio nella Parigi occupata dai tedeschi. Due francesi, il famoso e autoritario direttore d’orchestra LeFort (De Funès) e l’imbianchino Bouvet (Bourvil), insieme a una ragazza, li aiutano a raggiungere la zona della Francia non occupata.

 

L’irascibile costruttore navale Fourchaume sta per inaugurare la nave L’Inaffondabile, costruita dal progettista Castagnier. Quando però viene varata, si rivela tutt’altro che inaffondabile. Così Fourchaume licenzia su due piedi Castagnier. Scopre poi che una barca che ha progettato è stata premiata. Così fa di tutto perché Castagnier torni a lavorare per lui.
Si salvi chi può, del 1968, con e di Robert Dhéry, è un’altra pellicola molto movimentata, con alcune scene divertenti (tra cui una ambientata in una chiesa che cade a pezzi), altre meno riuscite e una sfuriata iniziale di Fourchaume/De Funès davvero memorabile.

 

In Le folli avventure di Rabbi Jacob, diretto nel 1973 ancora da Gérard Oury, De Funès è l’industriale xenofobo Victor Picchio, involontario testimone del rapimento del rivoluzionario arabo Mohamed Larbi. I due riescono a fuggire insieme dai sicari e sono costretti ad assumere l’identità di un rabbino e del suo assistente, in arrivo dagli Stati Uniti, per non essere ritrovati e uccisi. Anche in questo caso tra inseguimenti, equivoci e peripezie varie, De Funes dimostra doti recitative, e persino atletiche, non comuni.

 

Neppure i peggiori film di Louis De Funès sono minimamente paragonabili alle serie televisive: nel cinema rimane una traccia di libertà, di romanzesco.
Jean-Luc Godard

Se non avessi fatto l’attore, mi sarebbe piaciuto essere un orticoltore. Adoro le erbe e i fiori.
Louis De Funès

Mi piace interpretare i personaggi ipocriti, perché sono i più comici.
Louis De Funès

 

Filmografia essenziale

1955 La traversata di Parigi (La Traversée de Paris), regia di Claude Autant-Lara
1958 Vacanze a Malaga (Taxi, Roulotte et Corrida), regia di André Hunebelle
La legge del più furbo (Ni vu, ni connu), regia di Yves Robert
1959 I tartassati, regia di Steno
Totò, Eva e il pennello proibito, regia di Steno
1960 Io… mio figlio e la fidanzata (Les Tortillards), regia di Jean Bastia
1963 I tre affari del signor Duval (Pouci-Pouci), regia di Jean Girault
1964 Faccio saltare la banca (Faites sauter la banque!), regia di Jean Girault
Fantomas 70 (Fantomas), regia di André Hunebelle
Una ragazza a Saint-Tropez (Le Gendarme de Saint-Tropez), regia di Jean Girault
1965 Colpo grosso ma non troppo (Le Corniaud), regia di Gérard Oury
Fantomas minaccia il mondo (Fantomas se déchaîne), regia di André Hunebelle
Tre gendarmi a New York (Le Gendarme à New York), regia di Jean Girault
1966 Tre uomini in fuga (La Grande Vadrouille), regia di Gérard Oury
Chi ha rubato il presidente? (Le Grand Restaurant), regia di Jacques Besnard
1967 Fantomas contro Scotland Yard (Fantomas contre Scotland Yard), regia di André Hunebelle
Le grandi vacanze (Les Grandes Vacances), regia di Jean Girault
Io, due figlie, tre valigie (Oscar), regia di Édouard Molinaro
Si salvi chi può (Le Petit Baigneur), regia di Robert Dhéry
1968 Nemici… per la pelle (Le Tatoué), regia di Denys de La Patellière
Calma ragazze, oggi mi sposo (Le Gendarme se marie), regia di Jean Girault
1969 Louis de Funès e il nonno surgelato (Hibernatus), regia di Édouard Molinaro
1970 Beato fra le donne (L’Homme orchestre), regia di Serge Korber
6 gendarmi in fuga (Le Gendarme en balade), regia di Jean Girault
1971 Mania di grandezza (La Folie des grandeurs), regia di Gérard Oury
Jo e il gazebo (Jo), regia di Jean Girault
1973 Aggrappato ad un albero, in bilico su un precipizio a strapiombo sul mare (Sur un arbre perché), regia di Serge Korber
Le folli avventure di Rabbi Jacob (Les Aventures de Rabbi Jacob), regia di Gérard Oury
1976 L’ala o la coscia? (L’Aile ou la cuisse), regia di Claude Zidi
1979 Il gendarme e gli extraterrestri (Le Gendarme et les Extra-terrestres), regia di Jean Girault
1982 Le Gendarme et les gendarmettes, regia di Jean Girault e Tony Aboyantz

 

Un pensiero su “LO STILE UMORISTICO DI LOUIS DE FUNÈS”
  1. Se posso contribuire, con il mio personale rapporto con Louis De Funès, beh, devo dire che in linea di massima non ero proprio un suo fan. Solitamente non apprezzavo i suoi film nella loro totalità, bensì solamente alcune brevi sequenze, come per esempio: il balletto Piti-piti-pa in «Beato fra le donne»; le scene iniziali de «L’ala o la coscia?»; qualche trovata marginale di «Tre uomini in fuga»; l’ambientazione e la storiella (almeno apparentemente) “solare e disimpegnata” de «Le grandi vacanze». E davvero poco altro…

    Poi, mi è successa una cosa. Un suo film, odiato e stigmatizzato dalla critica e da quasi tutti i suoi fans (“commedia mal concepita”, “fallimentare espediente per mettere insieme Gabin e De Funès”, ecc, ecc), che avevo visto distrattamente in un cinema della mia riviera ligure nel lontano settembre 1968, ebbene, rivisto varie volte in televisione, è diventato invece, poco a poco, un mio piccolo cult-movie personale. Si tratta di «Nemici… per la pelle» (Le Tatoué, 1968) di Denys de la Patellière, girato in Dordogna (Périgord, Domme e castello di Saint Vincent-le-Paluel), Suresnes e Parigi. Come stavo dicendo, oggi lo adoro, lo conosco quasi a memoria, anticipandone le battute.

    Il perché sia diventato un mio film da culto risiede probabilmente nella mia personale, certamente opinabile e finanche “ingenua” interpretazione, come storia dell’inizialmente forzata conoscenza fra un gentiluomo di campagna di vecchio stampo (Jean Gabin) e un neo-ricco frenetico e nevrotico (De Funès). M’intriga molto come il personaggio interpretato da Gabin faccia riflettere quello impersonato da De Funès su come in fondo nonostante tutti i suoi soldi non sappia godersi la vita, non essendo capace di “fermarsi” un po’, di apprezzare la lentezza e certi aspetti semplici e genuini (vedi la sequenza della mitica mangiata in trattoria a base di trippa, cavolo ripieno e profiteroles!). Pur non avendo mai amato Gabin come attore, in particolare nella sua filmografia anni ’30-’50, devo ammettere che almeno un pochino tendo a identificarmi con il suo personaggio di questo film….

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