Steve Gerber nacque a St. Louis nel 1947 e arrivò al fumetto per una strada meno lineare di quanto si possa immaginare. Da ragazzo divorava racconti di fantascienza, fumetti e letteratura umoristica, sviluppando un gusto per le storie insolite e per i personaggi fuori dagli schemi. Questa passione per l’assurdo e per la satira sarebbe poi diventata il suo marchio di fabbrica.

Prima di approdare alla Marvel, lavorò soprattutto come giornalista e pubblicitario. Scriveva articoli, si occupava di comunicazione e affinava una capacità rara: osservare i comportamenti umani e trasformarli in storie pungenti. Non era ancora un autore di fumetti, ma stava già accumulando il materiale che avrebbe alimentato le sue opere future.

Negli anni giovanili frequentò ambienti legati al fandom e coltivò amicizie con appassionati di fumetti e fantascienza. Tra questi vi era anche il futuro sceneggiatore della Dc Martin Pasko, con cui condivise interessi e discussioni creative. Gerber era noto per il suo umorismo tagliente e per la tendenza a mettere in discussione le convenzioni, una caratteristica che spesso lo rendeva una presenza brillante ma anche imprevedibile.



Chi lo conobbe in quegli anni descrive un giovane autore capace di passare da una conversazione seria sulla letteratura a un’improvvisa riflessione surreale su personaggi immaginari o situazioni assurde. Questo modo di ragionare, a metà tra il satirico e il filosofico, lo distingueva già prima della fama.

Quando finalmente si presentò l’occasione di lavorare per la Marvel all’inizio degli anni Settanta, Gerber non era un esordiente inesperto. Portava con sé l’esperienza del giornalismo, l’amore per la fantascienza e una visione del mondo decisamente anticonformista. Tutti elementi che, una volta entrato nell’industria dei comics, gli avrebbero permesso di diventare uno degli autori più originali e imprevedibili della sua generazione.


I DIFENSORI DI GERBER

Steve Gerber entrò in redazione come autore su commissione, spesso chiamato a scrivere serie che avevano bisogno di nuova energia o di sostituire sceneggiatori assenti.

Lavorò su Daredevil, dove mise in mostra un gusto crescente per i dialoghi brillanti e per le situazioni psicologiche più complesse del normale fumetto supereroistico dell’epoca. Scrisse anche episodi di The Sub-Mariner, dando al principe di Atlantide un tono più introspettivo e meno convenzionale.

Il vero terreno di sperimentazione, però, fu Man-Thing. Quando prese in mano la serie, la trasformò in qualcosa di completamente diverso dal classico fumetto horror. Introdusse personaggi stravaganti, riflessioni esistenziali, satira sociale e improvvise deviazioni nel surreale. Le storie del Mostro della Palude della Marvel sembravano spesso sogni febbrili, pieni di filosofi, emarginati, folli e creature impossibili.

Gerber aveva l’abitudine di riempire le sceneggiature di idee apparentemente assurde, convinto che anche il personaggio più improbabile potesse diventare memorabile se trattato con serietà. I disegnatori che lavoravano con lui si trovavano spesso davanti a pagine piene di indicazioni eccentriche e cambi di tono imprevedibili.

Poi ci sono I Difensori, la gestione di Gerber, che va all’incirca dal numero 20 al 41 della serie originale tra il 1974 e il 1976, è stata piagata da una cronica mancanza di un disegnatore regolare e di grido. In quel periodo la Marvel era in piena espansione e i disegnatori di punta, come John Buscema o Gene Colan, venivano dirottati sulle testate che vendevano di più, come Avengers o Spider-Man. I Difensori venivano quindi affidati a esordienti, a professionisti sbrigativi o a turni di riempimento dell’ultimo minuto per rispettare le scadenze.

Il disegnatore più presente in quel ciclo è stato Sal Buscema. Intendiamoci, Sal è un pilastro della Marvel e un narratore visivo straordinario per chiarezza, tuttavia il suo stile in quegli anni era quadrato e a tratti rigido. Ma soprattutto, Sal disegnava una quantità industriale di pagine al mese per la casa editrice. Questa incredibile velocità andava inevitabilmente a discapito dei dettagli e della spettacolarità delle tavole.

Il vero problema era il netto contrasto tra il testo e le immagini. Le sceneggiature di Gerber erano allucinate, psichedeliche, satiriche e piene di sottotesti filosofici. I disegni, di contro, rimanevano piatti e ancorati al classico stile supereroistico della “catena di montaggio” Marvel. Quando Gerber scriveva storie con elfi assassini, cervelli fluttuanti o crisi esistenziali, avrebbe avuto bisogno delle matite visionarie di un Jim Steranko o di un Steve Ditko. Invece, si trovava spesso con tavole tirate via, anatomie legnose e chine pesanti che spegnevano la genialità della scrittura.

Leggere i Difensori di Gerber oggi richiede un piccolo patto con se stessi: bisogna chiudere un occhio sulla parte grafica per potersi godere alcune delle storie più audaci, bizzarre e intellettualmente stimolanti mai prodotte dall’universo Marvel.

Durante il ciclo di Man-Thing nacque Howard the Duck. In origine il papero non era destinato a diventare una star. Doveva essere soltanto un personaggio secondario, una creatura bizzarra proveniente da una dimensione popolata da esseri antropomorfi. Gerber lo inserì quasi come una trovata estemporanea, ma si accorse subito che quel papero cinico e disilluso gli permetteva di commentare il mondo reale con un sarcasmo che gli altri eroi Marvel non potevano avere.

Prima di Howard, dunque, Gerber era già un autore in piena maturazione: aveva scritto supereroi, avventure marine e fumetti horror, ma soprattutto aveva imparato a usare il fumetto come strumento di satira e di riflessione. Il papero non nacque dal nulla; fu il risultato naturale di tutte le sperimentazioni che Gerber aveva compiuto nei suoi primi anni alla Marvel.


IL SUCCESSO DI HOWARD THE DUCK

Quando Howard the Duck debuttò sulle pagine di Man-Thing nel 1973, nessuno immaginava che un papero irascibile, fumatore di sigari e perennemente disgustato dalla società americana sarebbe diventato uno dei personaggi più originali della Marvel. Steve Gerber gli diede una personalità fortissima: Howard non era un supereroe, ma un osservatore sarcastico che prendeva di mira politica, consumismo, televisione e mode del momento.

Il successo fu immediato. La serie dedicata a Howard divenne un piccolo fenomeno culturale e attirò anche l’attenzione dei media al di fuori del fumetto. Per Gerber, però, il papero era qualcosa di più di un personaggio di proprietà aziendale: lo considerava una creazione profondamente personale, quasi un proprio alter ego.

Alla fine degli anni Settanta il rapporto con la Marvel si deteriorò. Il nodo principale era il controllo di Howard. Gerber sosteneva di avere diritti morali e creativi sul personaggio, mentre la casa editrice ribadiva che, essendo stato creato nell’ambito di un lavoro su commissione, apparteneva alla società. Nel 1980 lo sceneggiatore intentò una causa contro la Marvel, una vicenda che divenne uno dei primi grandi scontri pubblici sul tema dei diritti degli autori nei fumetti americani.

Molti professionisti del settore si schierarono al suo fianco. Tra i sostenitori più importanti ci fu Jack Kirby, che in quegli anni stava combattendo a sua volta con la Marvel per il riconoscimento dei propri diritti e per la restituzione delle tavole originali. Kirby vedeva nella battaglia di Gerber un problema più ampio: la mancanza di tutele per i creatori.

L’appoggio di Kirby non fu soltanto simbolico. Disegnò, tra l’altro, una celebre illustrazione di sostegno alla raccolta fondi organizzata per aiutare Gerber a sostenere le spese legali. Nell’immagine compariva una schiera di personaggi dei fumetti uniti dietro lo slogan «Save Howard». Il disegno divenne un manifesto della solidarietà tra autori e un raro esempio di mobilitazione collettiva nell’industria dei comics.

La causa si concluse con un accordo extragiudiziale. La Marvel mantenne la proprietà di Howard, ma Gerber ottenne alcune concessioni economiche e il diritto di continuare a lavorare sul personaggio in determinate circostanze. Non fu la vittoria piena che sperava, ma il caso lasciò un segno profondo e contribuì a rendere più visibile il dibattito sui diritti dei creatori.


IL FIASCO DEL FILM

Il film di Howard è passato alla storia come uno dei più clamorosi insuccessi degli anni Ottanta. Howard the Duck uscì nel 1986, prodotto da George Lucas dopo il trionfo di Star Wars e Indiana Jones. Sulla carta sembrava un progetto promettente: un personaggio di culto della Marvel, un produttore potentissimo e un budget elevato.

Il risultato, però, fu un disastro. Il film trasformò il papero di Steve Gerber in una creatura molto diversa dall’originale. Nei fumetti Howard era una satira feroce della società americana, cinico, intelligente e politicamente scorretto. Sullo schermo divenne invece il protagonista di una commedia fantascientifica confusa, piena di gag che non sapevano se rivolgersi ai bambini o agli adulti.

Un problema enorme fu anche l’aspetto del personaggio. Il costume animatronico del papero, tecnicamente ambizioso per l’epoca, suscitò reazioni di imbarazzo e persino inquietudine. Molti spettatori non riuscivano a prendere sul serio il protagonista e alcuni critici definirono il film uno degli esperimenti più strani mai prodotti da Hollywood.

Per Steve Gerber la situazione aveva anche un sapore amaro. Dopo aver combattuto la sua battaglia legale con la Marvel per il controllo di Howard, vide il personaggio diventare protagonista di un grande film senza avere alcun potere creativo sul progetto. Era, in un certo senso, la conferma della sua sconfitta sul piano della proprietà intellettuale: il suo alter ego satirico poteva essere trasformato in qualunque cosa dai detentori dei diritti.

Anni dopo, Gerber commentò più volte la pellicola con il suo tipico umorismo nero, evitando di scagliarsi apertamente contro il cast o la troupe. Il suo bersaglio era piuttosto il sistema che aveva svuotato il personaggio della sua natura originaria. Per lui il problema non era l’idea di un film di Howard, ma il fatto che quel film avesse perso completamente lo spirito del papero che aveva creato.


GLI ULTIMI LAVORI

Negli ultimi decenni della sua carriera, Steve Gerber continuò a scrivere con la stessa irrequietezza creativa che lo aveva reso celebre negli anni Settanta. Lavorò per diverse case editrici, alternando fumetti mainstream e progetti più personali, senza mai perdere il gusto per la satira e per i personaggi eccentrici.



Negli anni Ottanta e Novanta scrisse serie come The Spectre e The Phantom Stranger per la Dc, affrontando temi metafisici e morali che si adattavano bene alla sua sensibilità. Si cimentò anche con Destroyer Duck, il fumetto indipendente nato in parte per raccogliere fondi destinati alla sua battaglia legale con la Marvel. Dietro l’umorismo e le situazioni assurde, l’opera conteneva una satira pungente sul mondo dell’editoria e sui rapporti tra autori e aziende.

Negli anni Duemila tornò a collaborare con la Marvel in modo più regolare. Partecipò al rilancio di Howard the Duck con una miniserie del 2002 disegnata da Phil Winslade. Per molti lettori fu emozionante rivedere il creatore originale alle prese con il suo personaggio più famoso dopo tanti anni di tensioni e controversie.

Scrisse anche per la televisione d’animazione, collaborando con produzioni come The New Batman Adventures e Static Shock. Era una dimostrazione della sua versatilità: pur essendo noto soprattutto come sceneggiatore di fumetti, sapeva adattare la propria scrittura a media diversi.

Negli ultimi anni le sue condizioni di salute peggiorarono. Nonostante ciò, continuò a scrivere e a progettare nuove storie. Molti colleghi organizzarono iniziative per aiutarlo a sostenere le spese mediche, segno dell’affetto e del rispetto che il mondo del fumetto nutriva nei suoi confronti.

Anche durante la malattia manteneva il suo tipico sarcasmo e continuava a discutere di fumetti e di idee narrative con amici e colleghi, come se il prossimo progetto fosse sempre dietro l’angolo.

Steve Gerber morì il 10 febbraio 2008, a sessant’anni, a Las Vegas. Lasciò un’eredità enorme, non tanto per il numero di personaggi creati, quanto per il modo in cui aveva dimostrato che il fumetto popolare poteva essere surreale, filosofico, satirico e profondamente personale. Autori di generazioni successive hanno visto in lui un modello di indipendenza creativa e uno degli sceneggiatori più originali mai passati attraverso l’industria dei comics americani


(L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto creativo e redazionale per questo articolo).

2 pensiero su “STEVE GERBER, UN ALIENO ALLA MARVEL”
  1. Il povero Howard è stato un personaggio incompreso, sia a fumetti, dove venne perseguitato dalla Disney per la sua evidente somiglianza con Donald Duck, sia nel film malgrado apparisse come un essere tenero ma coraggioso. Proprio un peccato.

  2. Se non ricordo male, tra le ultime cose di Steve Gerber è una mini completata da altri autori su una nuova incarnazione del Doctor Fate che partiva con uno medico radiato dall’albo per aver avuto una relazione con una paziente ora senza fissa. Non ricordo tutti i dettagli per averla letta molto tempo fa. Ricordo che nella postfazione gli autori che avevano completato il lavoro dicevano che viste le premesse probabilmente in quella direzione si stava muovendo Gerber. Più o meno quello che ha scritto Leo Ortolani quando ha completato l’ultima storia di Lazarus Ledd dopo la scomparsa di Ade Capone. In fondo un autore ha una direzione ed un verso di marcia qualsiasi cosa scriva.
    Spezzo una lancia a favore del recentemente scomparso Sal Buscema. Ho letto quelle storie dei Difensori quando ero un bambino e Klaus Janson un giovanissimo inchiostratore che apprezzo anche come disegnatore (The Punisher, Bat-Man, una storia da Clive Barker, The Terminator II etc), ma che trovo più adatto a rifinire Miller per esempio. Le storie dei Defenders immediatamente precedente sono disegnate da Sal Buscema, ma inchiostrate da Dan Green, che non sovrascrive il segno netto del disegnatore, come fa Janson o negli anni novanta Bill Sienkiewicz sulla pagine di Spider-Man, ed il risulto è sicuramente migliore. Un altro inchiostratore che ha capito SB è John Verpoorten su Captain america.

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