Stefano Tamburini è stato un visionario, una delle menti più scevre da compromessi del fumetto italiano. Nasce nel 1955 da un padre ferroviere e cresce nel quartiere Talenti, all’epoca una zona residenziale nella periferia nord-est di Roma.
Si muove tra gli indiani metropolitani condividendone l’ironia ma rifiutandone l’ideologia.
L’ala creativa del Movimento del ’77 proponeva un tipo particolare di rivoluzione basata sulla fantasia, il gioco e il nonsenso. Per bocca di Gandalf il Viola, che si presentava con una patina bianca sul volto e una tuba in testa, affermavano di parlare in nome degli Elfi del bosco di Fangorn, delle Risate Rosse, delle Cellule Dadaedoniste, dell’Internazionale Schizofrenica, di Godere Operaio e di Godimento Studentesco. Tamburini, apprende da loro l’uso del paradosso e la tecnica della provocazione.



Nel 1977 Tamburini non diventa punk, lo è già. E’ forse l’unico in Italia a esserlo non per imitazione della scena di Londra, ma per una autonoma attitudine interiore. Mentre il resto d’Italia scopriva i Sex Pistols più come una moda musicale che altro, Tamburini applicava la filosofia del “No Future” al fumetto e alla vita quotidiana. Il punk era nato dicendo: “Ecco tre accordi, ora fai una canzone”. Tamburini fa la stessa cosa con il fumetto. Non gli interessa disegnare bene, vuole fare qualcosa che lo faccia sentire vivo. Qualcosa che incorpori il nonsense, il travisamento del linguaggio e la parodia dissacrante de gli indiani metropolitani, svuotandoli completamente di ogni fede politica  e rivoluzionaria. Se l’ironia degli indiani manteneva una componente ludica, teatrale e comunitaria, in Tamburini quella stessa ironia diventerà gelida, nichilista e individuale.

Stefano Tamburini muove i suoi primi passi da fumettista nel mondo delle fanzine romane dei primi anni Settanta. Le fanzine (da fan e magazine) erano pubblicazioni amatoriali, autoprodotte e rigorosamente fatte in casa, espressione della voce più radicale e incontrollata della controcultura giovanile. In quegli anni queste rivistine sotterranee rappresentavano l’unico modo per farsi ascoltare al di fuori dei canali ufficiali dei partiti politici e dell’editoria borghese. Venivano prodotte di notte usando fogli di carta economica, forbici, colla, vecchie macchine da scrivere e il leggendario ciclostile. A differenza delle fanzine incentrate sul cinema, sulla fantascienza o sul rock, quelle romane allargarono il campo a tutto ciò che faceva cultura in quel periodo, compreso il fumetto. Diventano presto il luogo dove sviluppare un nuovo modo di fare fumetti, fortemente ispirato all’underground di Crumb e Shelton, ma con una rabbia tutta italiana e metropolitana.

A 19 anni, nel 1974, Tamburini da vita alla fanzine “Combinazioni” un “aperiodico in libertà fatto in casa”. A differenza di altri fogli alternativi passeggeri, Combinazioni riuscì a pubblicare ben 12 numeri grazie all’ impegno maniacale del collettivo di giovani che ci lavorava.  È proprio sulle pagine di Combinazioni che Tamburini pubblica le sue primissime storie a fumetti, inventando il personaggio di Fuzzy Rat, giovane topo musicista, fricchettone e “sballato”. Nel 1977 si unisce alla redazione della fanzine Fagocito, creata da Giorgio Lavagna e Marco D’Alessandro, prendendone rapidamente in mano la direzione grafica e visiva, esasperando l’uso del collage e del fotomontaggio e utilizzando la fotocopiatrice in modo genialmente creativo. È su queste pagine che incontra Filippo Scozzari con cui capisce subito di avere in comune una sorta di cinismo intollerante e un allergia incurabile per la vecchia satira politica “di sinistra”.

Fagocito era una fanzine poverissima, stampata in bianco e nero su carta dozzinale con mezzi di fortuna. Tamburini e Scòzzari si resero conto quasi subito che le loro storie avevano bisogno di una qualità di stampa superiore per colpire davvero il pubblico e non restare confinati nel solo ghetto studentesco del Movimento. La svolta arrivò quando Massimo Mattioli, che già lavorava per il settimanale cattolico Il Giornalino, vide i pochi numeri di Fagocito e rimase folgorato dal cinismo e dalla modernità di Tamburini e Scòzzari. Mattioli propose loro di unire le forze per creare una rivista che unisse la follia sotterranea delle fanzine ad un attitudine editoriale professionale. Per questa nuova rivista Tamburini propose il nome di “Cannibale”, la “rivista degli squilibri più avanzati”, ispirandosi all’omonima rivista dadaista di Francis Picabia del 1920. Con un tipico sberleffo dadaista, Tamburini decise che la rivista non doveva nascere con il numero 1, ma direttamente con il numero 3, proprio per ricollegarsi idealmente ai soli due numeri stampati da Picabia decenni prima.



La reazione del grande pubblico delle edicole all’uscita di Cannibale fu di sconcerto e di rifiuto. La boutade di Tamburini di far uscire il primissimo numero di Cannibale marchiato direttamente come “Numero 3” generò un meraviglioso e totale caos comunicativo che mandò in tilt i lettori occasionali e gli stessi edicolanti. Quando i distributori si videro recapitare i pacchi di una rivista esordiente che però recava in copertina il numero 3, pensarono a un errore di spedizione. Gli edicolanti, dal canto loro, si trovarono spiazzati e non sapendo dove collocarlo, diversi di loro lo rispedirono indietro come “reso” senza nemmeno esporlo. Le persone chiedevano regolarmente: “Scusi, ma i numeri 1 e 2 dove sono finiti? Me li sono persi?”. Questo creò un senso di frustrazione in quel pubblico abituato alle serie regolari e ordinate, allontanando i lettori che cercavano una lettura lineare e rassicurante.

 

Al contrario, per i ragazzi del Movimento del ’77, gli universitari della Sapienza e gli appassionati di controcultura, quel numero 3 fu un faro destinato a cambiare il loro rapporto con la letteratura disegnata. Chi capiva il riferimento all’avanguardia dadaista di Francis Picabia colse al volo lo scherzo. Comprare Cannibale divenne un segno di appartenenza a qualcosa di nuovo ed eccitante. Anche se le edicole stavano rimandando indietro le copie, la potenza visiva del “Numero 3” non passò inosservata. Il leggendario Oreste Del Buono notò la rivista, ne rimase folgorato e scrisse un editoriale su Linus pieno di lodi agli autori che indicava come il futuro del fumetto italiano. Quella benedizione spinse il gruppo a non arrendersi. Tanto che per il numero successivo Tamburini si inventò qualcosa di ancor più folle e provocatorio.

Per la seconda uscita i Cannibali, ai quali si era aggiunto Andrea Pazienza, decisero di rincarare la dose di caos editoriale stampando un albo “doppio” che si leggeva da entrambi i lati (un flip-book) marchiato contemporaneamente con i numeri 4, 5, 6 e 7. Era la dimostrazione definitiva che a Tamburini più che i fumetti interessava la provocazione. Non esisteva una quarta di copertina (il retro). C’erano due “copertine frontali”. Da un lato la rivista si presentava come il numero 4/5, dall’altro come il numero 6/7. Il lettore iniziava a leggere da un lato e, arrivato esattamente a metà rivista, si trovava davanti le pagine capovolte. A quel punto doveva ruotare l’albo di 180 gradi e ricominciare a leggere dall’altro lato. I distributori e gli edicolanti, che già non avevano capito il “Numero 3”, si trovarono davanti a un oggetto indecifrabile. Molti edicolanti, girando la rivista e vedendola al contrario, pensarono a un macroscopico errore di rilegatura e rimandarono indietro le copie.

Cannibale era ridotta sul lastrico dopo il flop commerciale del “Numero 3”, ma la redazione del settimanale satirico Il Male, che in quel momento vendeva centinaia di migliaia di copie e guadagnava tantissimo, vide in quei giovani una carica eversiva che meritava di continuare ad esistere e decise di assisterli economicamente. Vincenzo Sparagna rimase folgorato dalla modernità visiva di Cannibale e convinse la redazione de Il Male a finanziare interamente la stampa e la distribuzione del famoso numero 4/5/6/7. Per dare una struttura legale a questa alleanza, Sparagna, Tamburini, Scòzzari, Pazienza e Mattioli fondarono una cooperativa editoriale chiamata Primo Carnera Editore, battezzata così in onore del gigantesco pugile friulano. Questa mossa permise al gruppo di continuare a realizzare qualcosa che in fondo rimase sempre una via di mezzo tra una fanzine di lusso e una pubblicazione seria.



Nel giugno del 1978, sul terzo storico numero della rivista Cannibale, nella storia “Rank Xerox il coatto” Tamburini presenta quello che diventerà il suo personaggio più famoso in una storia di cui scrive i testi. Il lavoro alle matite è invece il risultato di uno sforzo congiunto dello stesso Tamburini assieme ad Andrea Pazienza e Tanino Liberatore.  Questo primo  Ranxerox è già una creatura totalmente tamburiniana, ancora prima che Liberatore gli trovi la forma grafica definitiva. Rank è un robot sgraziato, dal naso appiattito e con un paio di occhiali scuri da saldatore. La (fantomatica) Banana comics si diceva “lieta di presentare un fumetto pieno di violenza gratuita”. E lo inseriva tra i “nuovi soggetti sociali degli anni 80”. Questa sovrabbondanza di follia urbana a buon mercato insieme all’impronta selvaggia, ironica e viscerale che il suo autore gli impresse fin da queste prime tavole rimase per sempre il nocciolo duro del personaggio.

La seconda, storica, avventura del personaggio si intitola semplicemente “Rank Xerox” ed esce nel novembre del 1978 all’interno del numero 4 (10) di Cannibale. In questo episodio Tamburini, sempre coadiuvato da Pazienza e Liberatore, comincia a dare un corpo anche alla città che diventa una sorta di terzo personaggio dopo Rank e Lubna. Qui l’autore fa un ampio utilizzo dei retini che non servono più soltanto a suggerire le ombre, ma trasformano Roma in una metropoli cupa e claustrofobica, quasi un’estensione psicologica del mondo di Ranxerox. Nelle mani di Tamburini il retino, da semplice soluzione tecnica per ottenere il grigio, diventa un elemento espressivo autonomo. La storia approfondisce la routine quotidiana, brutale e degradata, del cyborg e della sua fidanzata dodicenne Lubna, una lolita cinica e tossicodipendente che si avvia a diventare la vera protagonista della saga.

“Lù rapita!”, il terzo episodio della serie, pubblicato nell’aprile del 1979 sul numero 6 (12) di Cannibale, rappresenta uno snodo fondamentale sia dal punto di vista narrativo che da quello grafico.  Narrativamente Tamburini introduce un elemento destinato a diventare quasi un tormentone della serie: Lubna viene rapita. Il rapimento è perfettamente coerente con il ruolo che Tamburini sta assegnando a Lubna, contemporaneamente bambina, oggetto del desiderio, vittima, complice e baricentro della violenza che circonda Ranx. Il fatto che venga continuamente sottratta a Ranx permette a Tamburini di mettere ogni volta in moto quel rapporto perverso e ambiguo che costituisce il cuore della serie. Graficamente Liberatore comincia progressivamente a impadronirsi dell’intera scena. Non è ancora il Liberatore definitivo di Frigidaire, ma il suo intervento diventa molto più personale e riconoscibile.

Lubna si caccia nei guai con loschi figuri della malavita metropolitana, venendo sequestrata. La sparizione della ragazzina fa impazzire Ranxerox. Il quale inizia una caccia all’uomo spietata attraverso i gironi degradati di una Roma distopica e brutale. Per ritrovare la sua amata, Rank Xerox scatena l’inferno, massacrando, mutilando e travolgendo chiunque abbia la sventura di incrociare il suo cammino. La violenza è così esasperata, splatter e senza morale da sconfinare nel grottesco e nel ridicolo. In questo episodio Tamburini codifica i temi dominanti delle storie future, la violenza cieca e insensata, la totale assenza di empatia verso il mondo e  l’uso smodato di droghe pesanti che presto si rivelerà essere uno specchio crudo della fine degli anni di piombo e del riflusso post-settantasette. Da qui in poi Ranxerox sarà quello che tutti conosciamo.



(In questo articolo è stata utilizzata la AI per ricostruire gli anni romani di Tamburini).

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