Silverado

 

In occasione del 40° anniversario e dell’edizioine 4K, rispolveriamo il gioiello western diretto da uno sceneggiatore che ha fatto la fortuna di Spielberg e Lucas.

Ci sono due categorie di persone a questo mondo. C’è chi (non a torto, viste le produzioni degli ultimi decenni) ritiene il western un genere cupo, malinconico, con trame pessimiste e dal ritmo catatonico e con personaggi taciturni e ingrugnati. E c’è chi almeno una volta nella vita ha visto Silverado. 


Già, perché se mai il vetusto, infantile, e assolutamente meraviglioso concetto di “Arrivano i nostri!” e stato portato alle stelle ed esemplificato in forma di film, quel film è Silverado (1985), film peraltro nato dalla scommessa tra il regista Lawrence Kasdan e Clint Eastwood: riuscire a riempire le sale con un western in un periodo in cui il genere sembrava definitivamente tramontato (lo stesso Eastwood in quell’anno girerà, con maggior fortuna, Il Cavaliere Pallido).

Quattro sconosciuti (tutti simpatici, dal passato turbolento, e svelti con le pistole) si incontrano e fanno amicizia lungo la strada per Silverado, un paesino del selvaggio West.
Emmett (Scott Glenn, capo di Jodie Foster nel Silenzio degli Innocenti e Stick nella serie tv di Daredevil) e suo fratello minore Jake (Kevin Costner, che ha iniziato qui la sua carriera) vogliono riabbracciare sorella, cognato e nipotino prima di andare a cercar lavoro in California. 


Mal (Danny Glover due anni prima di Arma Letale) ha lavorato per qualche tempo in un mattatoio di Chicago; ora che i suoi hanno acquistato un fazzoletto di terra sta tornando per aiutarli a coltivarla.
Paden (un intenso e misurato Kevin Kline, lontanissimo da quello di In & Out) è invece un ladro dal cuore troppo tenero in cerca di fortuna o di una vita più tranquilla.

Giunti sul posto scoprono però che tutti i parenti sono stati incarcerati o uccisi dal corrotto sceriffo Cobb (Brian Dennehy, già sceriffo cattivo nel primo Rambo, e che qui concede generosamente il bis), vecchia conoscenza di Paden, in combutta col losco possidente McKendrick (Ray Baker), a cui Emmett uccise il padre per legittima difesa, finendo ingiustamente in galera.

I due sono intenzionati a far piazza pulita di tutti i piccoli proprietari terrieri di Silverado, inclusa una carovana di poveri coloni appena giunti in città, tra i quali c’è una giovane vedova divisa tra Paden ed Emmett (Rosanna Arquette, che all’epoca usciva con il cantante dei Toto il quale le aveva dedicato una canzone col suo nome).


I quattro amici cercano di evitare lo scontro, ma alla fine sono costretti ad improvvisarsi eroi per rimettere le cose a posto.

Nel cast troviamo anche John Cleese (Un Pesce Di Nome Wanda) nei panni dello spocchioso sceriffo Lengston, Linda Hunt (già Oscar per Un Anno Vissuto Pericolosamente, ma ora nota come Hetty in NCIS -Los Angeles), in quelli della locandiera Stella, Jeff Goldblum (La Mosca, Jurassic Park) in quelli del perfido giocatore d’azzardo Slick, Jeff Fahey (Il Tagliaerbe, Grindhouse: Planet Terror al cinema, Lost in tv) in quelli di uno scagnozzo di Cobb, e Amanda Wyss (il primo Nightmare, la serie tv di Highlander) in quelli di una delle ragazze del saloon.



Non ha riportato di moda il western presso i giovani, non è piaciuto ai vecchi nostalgici di John Wayne & Co., e non è diventato un cult come le altre pellicole firmate da Kasdan negli anni ’80 (Brivido Caldo, Il Grande Freddo, Turista per Caso…) eppure ha portato fortuna a tutti quelli che ci hanno recitato, e soprattutto riesce là dove, nel decennio successivo, falliranno miseramente i kolossal storico-romantici tipo Il Gladiatore, Il Patriota, L’Ultimo Samurai eccetera, e cioè riprendere tutti gli ingredienti del classico cinema hollywoodiano di una volta, dove ci si entusiasma, ci si commuove e si fa il tifo per i buoni, e farli rivivere in uno spettacolo moderno, divertente, e di grande efficacia spettacolare.

In Silverado non c’è nulla che non si sia già visto, dall’inizio (la porta che si spalanca su di un paesaggio immenso, come in Sentieri Selvaggi) alla fine (il duello in stile Mezzogiorno di Fuoco).
Anche i protagonisti riprendono personaggi tipici del genere: Emmett è l’uomo tranquillo che spara solo se costretto, Jake è il giovane sbruffone, immaturo e dal cuore d’oro, Paden è il pistolero dal passato turbolento che cerca di rifarsi una vita, mentre Mal è il vendicatore suo malgrado, e il fatto d’essere di colore lo rende il più originale e (forse) il più vero dei quattro.



Ma la forza del film è che Kasdan è stato anche sceneggiatore de L’Impero Colpisce Ancora e I Predatori dell’Arca Perduta, e sfodera in questo film lo stesso senso del ritmo usato per Indiana Jones: racconta tutto al massimo della velocità e con parecchi tocchi d’ironia, in modo che lo spettatore non abbia il tempo materiale di annoiarsi per due ore piene.


Ciliegina sulla torta, la colonna sonora di Bruce Broughton (Piramide Di Paura, Tombstone, JAG – Avvocati in Divisa) è forse la più esaltante dai tempi de I Magnifici Sette, tanto che, malgrado il fiasco commerciale del film, è stata adottata come sottofondo per le finali dell’NBA e del Superbowl di football.



Silverado, insomma, è un film da amare perché racchiude in sé tutto il meglio (senza il peggio) del cinema cosiddetto hollywoodiano rocambolesco, ma con l’anima che ama più l’emozionare e il divertire che il far riflettere (il pensiero, si sa, rallenta l’azione), ma che lo fa col cuore, l’intelligenza e la giusta ironia.

Quando anche il cuore e l’ironia spariranno, e resteranno solo le battaglie splatter, gli effetti digitali e la retorica lacrimogena, allora verrà l’epoca del Gladiatore e simili. Pazienza, come disse Bogart in Casablanca “Avremo sempre Parigi”. Anzi, avremo sempre Silverado. 
“Get ready, for the life or your life…”.


A partire dall’ottobre 2025 il film è disponibile in blu-ray in edizione speciale a due dischi con confezione steelbook: il disco 4K contiene il film e il trailer, mentre il blu-ray normale contiene il commento audio “Sulle tracce di Silverado”, ad opera di alcuni storici del West, il dietro le quinte, e il documentario “Ritorno a Silverado” con Kevin Costner.

 

Immagini prese da internet: © degli aventi diritto.

 

2 pensiero su “SILVERADO, IL WEST AI TEMPI DI INDIANA JONES”
  1. Ma sia il regista che lo sceneggiatore, potevano essere stati ispirati dai precedenti spaghetti western di Barboni (in arte Clucker) con Terence Hill e Bud Spencer. E lo stesso Clint Eastwood aveva fatto fortuna in Italia con Sergio Leone.
    Se la cosa non ha avuto una continuazione, dipende dai gusti difficili della intellighenzia progressista americana, che preferiva persino nel western il dramma finto sociale all’ epica ed al sogno.

    1. Hmmm, in Silverado l’ironia è più sul brillante che sul comico/parodistico. D’accordissimo invece sui western “impegnati” che hanno ucciso l’epica.

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