L’opera omonima di Sandy Denny, pubblicata nel 1972, non è soltanto un disco: è un confine, un ultimo avamposto di serenità prima che le maree del destino e della fragilità personale inizino a erodere le fondamenta di una delle carriere più folgoranti, eppure brevi, della storia della musica britannica. Se guardiamo alla cronologia di questa artista, quel biennio dei primi anni Settanta rappresenta una sorta di estate di San Martino, un periodo di calore e luce che sembrava presagire un futuro radioso, ma che, col senno di poi, appare come il canto del cigno di un’innocenza ormai perduta. L’Equilibrio precario di una Regina Folk Nel 1971, Sandy aveva dato alle stampe The North Star Grassman and the Ravens, un lavoro caratterizzato da una produzione asciutta, quasi scarna, firmata dal genio delle sei corde, Richard Thompson. Era un disco di qualità eccelsa, ma portava con sé un’aura di solitudine. Nel 1972, invece, la prospettiva cambia radicalmente. Sandy decide di rimettere al centro della propria orbita artistica la figura di Trevor Lucas. Dopo l’esperienza condivisa con i Fotheringay nel 1970, il legame tra i due si era consolidato non solo negli studi di registrazione, ma anche nella vita privata. Erano prossimi al matrimonio e, da quel momento, Lucas divenne il custode del suono della Denny, producendo questo album e i due successivi. Questo passaggio di testimone nella produzione segnò una transizione fondamentale: dall’essenzialità quasi austera di Thompson si passò a una visione più strutturata, ricca e, per certi versi, ambiziosa. La chitarra di “King” Richard e le nuove alleanze Nonostante il cambio alla regia, Richard Thompson rimase una presenza imprescindibile. Il 1972 fu un anno di mutamento anche per lui: era il momento in cui stava finalmente smettendo i panni del turnista di lusso o del membro di una band per far apparire il proprio nome sulle copertine dei dischi. In questo album, la sua chitarra elettrica, ora graffiante, ora flessuosa come un violino, funge da spalla perfetta alla voce di Sandy. Un altro incontro fondamentale che caratterizza questo periodo è quello con Linda Peters (presto nota come Linda Thompson). Grande amica di Sandy, Linda unisce la propria voce a quella della protagonista in una delle tracce più iconiche del disco: la cover di Tomorrow Is a Long Time di Bob Dylan. Sandy aveva un’ossessione quasi devozionale per il repertorio del cantautore del Minnesota e questa versione, immersa in un’atmosfera country sapientemente dosata, rappresenta forse uno dei suoi omaggi più riusciti a Dylan dai tempi della sua militanza nei Fairport Convention. Un viaggio sonoro tra due continenti L’album si apre con It’ll Take a Long Time, un brano che funge da manifesto programmatico del nuovo corso stilistico. Qui non siamo più nelle nebbiose brughiere inglesi, ma sembra di respirare l’aria delle grandi autostrade americane. Le chitarre incantano in un intreccio psichedelico e spaziale, grazie anche all’intervento della pedal steel di ’Sneaky’ Pete Kleinow (proveniente dai Flying Burrito Brothers). A dare ulteriore spessore al brano interviene l’organo di John Bundrick, membro dei Free, che entra in scena dopo il ritornello come un’apparizione angelica. In questo contesto, la voce di Sandy Denny si erge con una purezza che non è iperbolico definirla “divina”: è una prova di controllo e di sentimento che, da sola, giustifica la fama di cui l’artista gode ancora oggi tra i colleghi. Le perle folk e le tentazioni pop Nonostante le aperture verso il rock e il country, il cuore pulsante del disco resta ancorato a un folk onirico e raffinatissimo: Sweet Rosemary è un brano ritmato dall’autoharpa, dove il violino di Dave Swarbrick accarezza le melodie in un gioco di specchi sonori e la Denny sperimenta un modo di cantare quasi sussurrato, un freddo colore che si ritrova raramente altrove; Listen, Listen una ballata trascinante che mette in mostra il talento di Sandy anche alla mandolina. Di questo brano esiste anche una celebre versione in francese, Écoute, Écoute, che testimonia la volontà della cantante di superare i confini del mondo anglosassone. Con queste due tracce si percepisce la volontà della coppia Denny-Lucas di spingersi oltre la nicchia del folk purista, mirando a un sound più “massiccio” e orchestrale, capace di competere con le grandi produzioni internazionali dell’epoca. Le incursioni nel blues e il legame con l’Irlanda For Nobody to Hear è uno dei momenti di rottura più evidenti dell’album. Qui la struttura folk viene contaminata da ritmiche che ammiccano al delta blues e, sorprendentemente, a suggestioni quasi reggae (generi che Thompson avrebbe poi approfondito nella sua carriera solista). Ma l’elemento distintivo è però la sezione fiati, registrata direttamente a New Orleans sotto la supervisione del leggendario Allen Toussaint. Il sassofono tenore insegue e accarezza la voce di Sandy, creando un dinamismo che culmina in una jam finale di percussioni. È impossibile non pensare a Can’t You Hear Me Knocking dei Rolling Stones, pubblicata solo un anno prima, sebbene qui il tono rimanga più ovattato e meno aggressivo. Probabilmente, il momento di più alta ispirazione dell’album, si può ritrovare in Quiet Joys of Brotherhood, una rilettura di un brano tradizionale irlandese (My Lagan Love) con le parole di Richard Fariña, scrittore e musicista folk (nonché cognato di Joan Báez, morto tragicamente in un incidente motociclistico nel 1966). Il trattamento riservatogli da Sandy è rivoluzionario: ispirandosi alla struttura polifonica dei cori bulgari (Le Mystère des Voix Bulgares), Sandy costruisce un brano a cappella in cui la sua voce è sovrapposta in molteplici strati, creando un muro sonoro solenne e ipnotico. La scelta del brano non è casuale: il 1972 è l’anno in cui il conflitto nell’Irlanda del Nord raggiunse vertici di violenza inauditi (si pensi alla Bloody Sunday) 1. Questa preghiera laica, conclusa dal violino solitario di Swarbrick, rappresenta la risposta poetica e dolorosa di Sandy alla tragedia dei suoi tempi. Quiet Joys of Brotherhood Se questo album fosse un corpo, Quiet Joys of Brotherhood ne sarebbe probabilmente l’anima. Qui Sandy sceglie di interpretare un testo non suo cantato sulla melodia del canto tradizionale irlandese My Lagan Love, creando però un’opera che trascende la mera esecuzione. Le parole dello scrittore e musicista folk Richard Fariña sono un inno alla pace e alla simbiosi con la natura, cariche di immagini bucoliche ma pervase da un senso di urgenza morale. La simbologia naturale evocata e la fratellanza tra l’uomo e la natura, in un’epoca (il 1972) segnata dalla brutalità dei Troubles2, il conflitto nordirlandese: queste parole non sono solo poesia pastorale, ma anche una protesta silenziosa. E mentre il mondo esterno crollava sotto i colpi del Bloody Sunday, Sandy costruisce un’architettura vocale perfetta, quasi a voler dimostrare che l’armonia umana è ancora possibile, seppure solo nello spazio di una canzone, segnando il contrasto tra l’ordine e il caos. La scelta di arrangiare il brano a cappella, sovrapponendo la propria voce per ottenere un effetto corale, deriva dall’ammirazione di Sandy per Le Mystères des Voix Bulgares3. La ripetizione delle armonie crea un senso di sacralità. Non è più una ballata folk, è (quasi) un requiem. Per gran parte del brano, Sandy è sola con se stessa. Questo sembra riflettere la sua condizione esistenziale: una donna circondata da collaboratori e amici, ma profondamente isolata nella sua visione artistica. Solo alla fine il violino di Dave Swarbrick entra timidamente, come per portare un po’ di luce, comunque intrisa di malinconia. Quiet Joys of Brotherhood è presente anche nell’album Memories, di Richard & Mimi Fariña, pubblicato postumo nel 1968, non cantato sulla melodia di My Lagan Love. Mimi Fariña, il cui nome da nubile era Margarita Mimi Baez (1945-2001), era la sorella minore della più nota Joan Beaz. Nell’edizione in CD del disco Liege & Life, quarto LP dei Fairport Convention, uscito nel 1969, è presente una versione del brano in una forma simile a quella che verrà incisa da Sandy Denny – allora cantante della band folk inglese – arrangiata dalla stessa Denny. Fragilità e tramonto della solarità I temi cari a Denny sono tutti presenti. L’inesorabilità del tempo, una costante ossessione per i giorni che fuggono; l’incapacità di trovare un centro di gravità negli affetti, dovuta ai mutamenti dell’anima; il senso di precarietà, che di lì a poco si sarebbe intrecciato con l’abuso di sostanze stupefacenti e di alcol, figlio di una fragilità psicologica. Pezzi come The Lady, pur essendo tecnicamente ineccepibili per il loro impianto jazzato e per il pianoforte protagonista, appaiono forse meno personali rispetto alla chiusura ottimista di The Music Weaver o alla piacevolezza country di Bushes and Briars. L’eredità di un capolavoro imperfetto Oggi questo album può essere considerato una bibbia stilistica. La capacità di Sandy Denny di essere madrigalesca e al tempo stesso moderna, di cantare Brotherhood (fratellanza) mentre la società si spacca, è una lezione di resilienza artistica. Non è solo una collezione di canzoni, ma un autoritratto di una donna e un’artista che cercava disperatamente di tenere insieme i pezzi della propria vita attraverso la perfezione formale della musica. Per molti appassionati, Sandy resta il vertice della sua discografia solista. È un disco che possiede un’unità d’intenti e una riuscita formale straordinaria. Tuttavia, si avverte già un allontanamento da quella “modestia” e da quella purezza acustica che avevano contraddistinto i suoi esordi. La ricerca di un suono più voluminoso e orchestrale, se da un lato arricchisce l’esperienza d’ascolto, dall’altro segna l’inizio di una rincorsa al successo commerciale che Sandy non avrebbe mai pienamente compreso. Rimane, comunque, la fotografia più nitida di un’artista al culmine del proprio potere creativo, capace di spaziare dal folk più ancestrale alle avanguardie corali, senza mai perdere quell’eleganza che la rendeva, come dicevano i suoi contemporanei, una lady della musica. Un’opera densa, complessa e terribilmente umana, che merita di essere ascoltata non solo come documento d’epoca, ma anche come testamento spirituale di rara bellezza. … INCANTATO! Sandy Denny Sandy Folk Island (UK) A&M (USA) settembre 1972 track list 1 It’ll Take a Long Time – 5:13 2 Sweet Rosemary – 2:29 3 For Nobody to Hear – 4:14 4 Tomorrow Is a Long Time (Bob Dylan) – 3:56 5 The Quiet Joys of Brotherhood – 4:28 (Music: Traditional; Lyrics: Richard Fariña) 6 Listen, Listen – 3:58 7 The Lady – 4:01 8 Bushes and Briars – 3:53 9 It Suits Me Well – 5:05 10 The Music Weaver – 3:19 extra della versione remastered 1 Here In Silence (Peter Elford, Don Fraser) – 3:53 2 Man of Iron (Peter Elford, Don Fraser) – 7:40 3 Sweet Rosemary [Demo Version] – 3:00 4 Écoute, Écoute – 3:59 5 It’ll Take a Long Time [Live Version] – 5:22 band Sandy Denny – lead vocals, acoustic guitar (2, 6, 8), piano (7, 9, 10) Richard Thompson – electric guitar (1–4, 8, 9), acoustic guitar (1, 4), mandolin (6) Trevor Lucas – acoustic guitar (4, 9) ’Sneaky’ Pete Kleinow – pedal steel guitar (1, 4) Dave Swarbrick – violin (2, 5, 10) John Bundrick – organ (1), piano (4) Pat Donaldson – bass (1–4, 6, 8, 9) Timi Donald – drums (1–4, 6, 8, 9) John Kirkpatrick – concertina (9) Linda Thompson – vocals (4) Harry Robinson – string arrangement (6, 7, 10) Allen Toussaint – brass arrangement producer: Trevor Lucas sound engineers: John Wood and Cy Frost NoteIl 30 gennaio 1972 è una data tristemente nota nella storia dell’Irlanda del Nord come Bloody Sunday (o “Domenica di sangue”). Quel giorno, nel quartiere Bogside di Derry, quella che doveva essere una manifestazione pacifica si trasformò in una strage. La marcia era stata organizzata dalla Northern Ireland Civil Rights Association (NICRA) per protestare contro l’Operazione Demetrius, una misura governativa che consentiva l’internamento e la detenzione senza processo di cittadini sospettati di terrorismo.[↩]Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Novanta, l’Irlanda del Nord fu segnata da un lungo conflitto noto come The Troubles (in irlandese Na Trioblóidí, “i disordini”). Si trattò di uno scontro settario e politico: da una parte la comunità cattolica, più vicina a posizioni nazionaliste e repubblicane; dall’altra i protestanti dell’Ulster, identificati con l’unionismo e il lealismo. Nel confronto ebbero un ruolo centrale varie organizzazioni paramilitari — tra i repubblicani, soprattutto l’IRA; tra i lealisti, gruppi come UVF e UDA — insieme alle autorità e alle forze di sicurezza britanniche e irlandesi. Le conseguenze della violenza si fecero sentire anche nel resto del Regno Unito e nella Repubblica d’Irlanda, causando complessivamente oltre 3.500 vittime.[↩]Le Mystère des Voix Bulgares (o Bulgarian State Television Female Vocal Choir) è un coro femminile bulgaro a cappella, celebre per la reinterpretazione del repertorio tradizionale del folklore locale attraverso arrangiamenti contemporanei. In Italia sono celebri per la loro collaborazione con il gruppo Elio e le Storie Tese nella canzone Pipppero®.[↩] Navigazione articoli LA NASCITA DEL COMPACT DISC E UNA GENIALE PUBBLICITÀ SONY ANNI OTTANTA GIUSEPPE VERDI ERA UN “MAGUT” MANCATO