Negli anni 1993-1996 il mercato americano dei comic book subi un crollo drammatico, con un calo delle vendite dell’ordine del 70%. La Marvel finì per dichiarare bancarotta controllata nel 1996.
Con l’arrivo di Joe Quesada come editor-in-chief le cose cominciarono a cambiare. Gli autori completi pian piano sparirono di scena e si tornò alla vecchia arte della scrittura. Vennero arruolati autori talentuosi provenienti dal mercato indipendente che assicurarono un ritorno a una narrazione solida e strutturata come ormai non si vedeva da tempo, anche se con caratteristiche tutte nuove.
Il format delle storie si spostò da episodi
autoconclusivi ad archi narrativi lunghi pensati per essere raccolti in volume. La psicologia dei personaggi venne ulteriormente approfondita mettendo in luce eroi sempre più complessi e ambigui.
Divennero, infine, appuntamenti obbligati i grandi cross-over che spostarono la struttura delle storie verso forme di narrazione corali che diedero vita a un universo Marvel sempre più interconnesso.
Vediamo chi furono i protagonisti di questa stagione tuttora in corso.

 

Brian Michael Bendis

Bendis è considerato il motore principale della rinascita della Marvel nei primi anni 2000. La sua gestione ha trasformato i Vendicatori da un brand secondario al centro nevralgico della casa editrice. Il suo Ultimate Spider-Man (2000) lancia l’Universo Ultimate modernizzando Peter Parker. Assistiamo ai primi esempi di “decompressione” narrativa (ritmi più lenti e dilatati) che diventerà il suo marchio di fabbrica e influenzerà un po’ tutti.
Bendis ha orchestrato una
rinnovata stagione degli Avengers, partendo dalla serie-shock Avengers Disassembled (2004) dove “smantella” i Vendicatori classici per lanciare i “New Avengers” (2005), inserendo nell’organico Spider-Man e Wolverine che contribuiranno a fare degli Avengers il titolo più venduto della Marvel. Ma è con House of M (2005), il cross-over che riunisce i vendicatori e gli X-Men, che Bendis raggiunge l’apice della creatività e del pessimismo. Scarlet Witch riscrive la realtà creando un mondo dominato dai mutanti.


Ed Brubaker

La run di Ed Brubaker su Captain America, durata quasi un decennio (dal 2004 al 2012) è considerata una delle più influenti dell’era moderna Marvel. Sebbene abbia dalla sua parte alcuni dei momenti cruciali nella saga del super soldato (tra cui la morte di Capitan America) è opinione comune che Il Soldato d’Inverno (2005) sia l’arco narrativo che ha definito l’intera run.
Steve Rogers, che ha vissuto per decenni con il peso della morte di
Bucky Barnes, convinto che il suo partner fosse morto per colpa sua, scopre che Bucky è vivo, ma è diventato il Soldato d’Inverno, un sicario controllato dai sovietici responsabile di decine di omicidi politici. Il cuore del conflitto è la lotta per l’anima di Bucky.
Steve si trova davanti a un bivio etico: Deve trattare Bucky come un
criminale di guerra da fermare a ogni costo? O deve trattarlo come una vittima da salvare, nonostante il sangue versato? Bruebaker dipana i fili della storia per poi riannodarli assieme in un finale di grande intensità emotiva.

 

Mark Millar

Mark Millar utilizza il genere supereroistico come una lente deformante per analizzare la politica, il potere e la società contemporanea. Debutta ufficialmente in Marvel con Ultimate X-Men (2001-2003) una delle sue opere più politicamente cariche, perché utilizza la metafora mutante per affrontare temi caldi dell’inizio degli anni 2000.
Nella sua versione i mutanti vengono percepiti dall’opinione pubblica come una
minaccia terroristica globale. Subito dopo realizza quello che molti considerano il “momento fondante ” del Marvel Cinematic Universe: The Ultimates (2002-2007). Qui Millar trasforma gli Avengers in uno strumento della politica estera degli Stati Uniti.
Il culmine del suo percorso
è però Civil War (2006-2007), l’evento Marvel per eccellenza degli anni 2000. Prendendo spunto dai dibattiti politici successivi all’11 settembre, Miller utilizza l’ “Atto di Registrazione dei Superumani” come metafora per il confronto tra sicurezza nazionale e libertà civili mettendo uno contro l’altro Iron Man e Capitan America.

 

Matt Fraction

Matt Fraction comincia a farsi notare in Marvel Comics con The Immortal Iron Fist (2006), co-sceneggiato con Ed Brubaker, un lavoro che lo impone come autore di punta, soprattutto per la sua capacità di fondere azione, mitologia pulp e ironia.
Il passaggio su
Invincible Iron Man (2008) segna la sua consacrazione mainstream e viene considerata una delle gestioni più riuscite del personaggio. Lanciata in concomitanza con il primo film del Mcu, la run ha avuto il merito di riabilitare la figura di Tony Stark dopo gli eventi divisivi di Civil War.
Il
picco arriva con Hawkeye (2012), dove Fraction ha l’idea di chiedersi: “Cosa fa Clint Barton quando non è con gli Avengers?”. Fraction adotta uno stile di scrittura asciutto, ironico e profondamente empatico. Clint Barton viene descritto attraverso i suoi fallimenti: è pieno di cerotti, si caccia nei guai per eccesso di generosità. Questo approccio ha influenzato decine di serie successive.

 

Jason Aaron

Jason Aaron contribuisce al rinnovamento della Marvel negli anni 2010 concentrandosi sul personaggio di Thor. In Thor: God of Thunder (2012), introduce il personaggio di Gorr, un villain che stermina le divinità perché le ritiene egoiste e noncuranti dei mortali. Questa saga introduce il tema centrale di tutta la run di Aaron: gli dei meritano davvero di essere adorati? Gorr instilla in Thor un dubbio esistenziale che cambierà per sempre il personaggio.
Questo dubbio culmina nell’evento
Original Sin (2014), dove Nick Fury sussurra a Thor tre parole: “Gorr aveva ragione”. Questo manda Thor in crisi tanto da renderlo indegno di risollevare il Mjolnir. Con Thor incapace di usare il martello, è Jane Foster in “The goddess of Thunder” (2014) a rivelarsi degna. La sua trasformazione aggiunse una dimensione tragica alla saga poiché, malata di tumore, ogni volta che si trasformava in Thor, il potere del martello eliminava la chemioterapia dal suo corpo, rendendola più forte come dea ma condannandola come umana.

 

Jonathan Hickman

La carriera di Jonathan Hickman in Marvel è una delle più ricordate per la sua capacità di tessere trame interconnesse su lunghissimo periodo che terminano in epici finali. Il suo lavoro su Avengers e New Avengers (2012-2015) è considerato la gestione più ambiziosa e complessa della storia moderna della Marvel.
Non si è trattato di semplici serie di supereroi, ma di un’unica, enorme narrazione intrecciata che ha portato alla distruzione del Multiverso.
Il suo capolavoro è Secret Wars (2015) dove l’universo viene ricostruito. Dalle ceneri del Multiverso, il Dottor Destino riesce a salvare alcuni frammenti di diverse realtà, assemblandoli in un unico pianeta chiamato Battleworld. In questo mondo, Destino è Dio.
Nonostante la scala cosmica, il cuore della storia è l’eterna rivalità tra Destino e Reed Richards, un confronto ideologico e morale tra due uomini che si rispettano e si odiano da decenni. La grandezza di Hickman risiede nella sua capacità di far convergere
fantascienza hard e dramma shakespeariano.

 

Al Ewing

Al Ewing comincia a farsi notare con Loki: Agent of Asgard (2014-2015). Una serie fondamentale per l’evoluzione moderna di Loki, dove Ewing esplora il tema del destino ridefinendo il dio dell’inganno. Poi si dedica a Ultimates & Ultimates² (2015-2017), dove  gestisce una squadra di “risolutori di problemi universali” la cui prima, incredibile missione è “curare” Galactus. Invece di combatterlo, gli Ultimates usano un processo scientifico per accelerare la sua evoluzione, trasformandolo dal “Divoratore di Mondi” nel “Portatore di Vita”.
Il suo capolavoro è
Immortal Hulk (2018-2021), dove reinventa Hulk attraverso la lente dell’horror psicologico e metafisico introducendo una nuova mitologia.
L’energia Gamma non è solo radiazione, ma un portale verso un regno metafisico chiamato il
Sotto-Luogo, governato da un’entità maligna nota come “Colui che sta sotto a tutti”. Ogni essere potenziato dai raggi Gamma è collegato a questo luogo tramite la Porta Verde, che gli permette di non morire mai.

 

Chip Zdarsky

Dopo il successo come disegnatore di Sex Criminals (Image), Marvel gli affida Howard The Duck (2015), il papero più cinico del multiverso. Zdarsky mette subito in mostra il suo umorismo surreale, meta-narrativo e tagliente. Chip dimostra di saper creare situazioni assurde ma perfettamente incastrate nel contesto dei supereroi. Con Peter Parker: The Spectacular Spider-Man (2017) avviene il primo vero salto di qualità.
Inizialmente sembrava una serie “secondaria” rispetto alla testata principale, ma Zdarsky conquista i fan con il numero 6 (“A Tale of Two Stanleys”) e soprattutto con il finale della serie (il pluripremiato n.
310).
Infine con Daredevil (
2019) Zdarsky firma il suo capolavoro, una gestione che entra immediatamente nella lista delle più grandi run Marvel di sempre. Si tratta di un romanzo a fumetti che esplora la religione, il peccato e la redenzione in un modo che non si vedeva dai tempi di Frank Miller. Le storie sono scritte costruendo ed allentando continuamente la tensione, come fanno i grandi narratori.

 

Kelly Thompson

Kelly Thompson si è rivelata una delle autrici più capaci nel bilanciare l’azione dinamica con una profonda introspezione caratteriale. Debutta su Hawkeye (2016), dove si fa notare per la sua capacità di scrivere dialoghi brillanti e moderni e di dare peso ai personaggi femminili come Kate Bishop.
Si conferma con
Astonishing X-Men (2018) riportando l’attenzione sui legami sentimentali e di squadra degli X-Men in un periodo di transizione per i mutanti. Il suo vero opus magnum è però la run di 50 numeri su Carol Danvers, Capitan Marvel (2019).
Prima della Thompson, Carol Danvers faticava a trovare una direzione coerente. Kelly l’ha resa tridimensionale, esplorando le sue vulnerabilità, il suo umorismo e il suo immenso potere. Storie come
The Last Avenger (dove Carol deve affrontare i Vendicatori) e l’introduzione di nuovi personaggi come Lauri-Ell (la sorella Kree di Carol) hanno arricchito l’allure del personaggio.

 

Donny Cates

La carriera di Donny Cates alla Marvel è stata fulminea, caratterizzata da uno stile “heavy metal”: epico, oscuro, pieno di nuovi concetti cosmici e visivamente esplosivo. Con Venom (2018), Cates compie un’operazione simile a quella di Ewing su Hulk: prende un personaggio noto e ne riscrive completamente le origini. Introduce il personaggio di Knull, il Dio dei Simbionti, trasformando Venom in un elemento chiave della cosmologia Marvel. Ma è con la miniserie Silver Surfer Black (2019) che Cates realizza il suo capolavoro.
Il lavoro di Cates qui è inseparabile dai disegni psichedelici di
Tradd Moore. Insieme hanno creato un’esperienza visiva unica che sembra un “trip” sotto acido proveniente dritto dritto dalla Marvel degli anni ‘70. È una meditazione sulla luce e l’oscurità. Dopo essere stato risucchiato in un buco nero Il Surfer deve scegliere se restare puro e morire o abbracciare il “nero” per sopravvivere e salvare il futuro.
È una storia breve, densa e perfetta nella sua chiusura.

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