Richard Corben (1940–2020) non è stato solo un fumettista, ma un alchimista dell’immagine che ha trasformato il fumetto in una forma d’arte plastica e tridimensionale. Ha rotto il canone del disegno piatto introducendo una profondità fotografica e materica mai vista prima. Ha celebrato la carne in tutta la sua potenza e mostruosità, elevando il grottesco a forma di bellezza sublime e malinconica. Ha costruito in pochi anni uno stile unico e inimitabile basato sull’eccesso anatomico e su una coerenza visionaria assoluta. Iniziò nel mondo del fumetto underground debuttando su Voice of Comicdom n. 12, una delle fanzine più influenti della fine degli anni sessanta, con la storia “Monsters Rule”. Il disegno si distingueva per una spiccata tendenza alla tridimensionalità, che otteneva con una specie di greve puntinato. La storia, ispirata al Pianeta delle Scimmie, presenta già gli elementi che lo renderanno celebre: mosse di kickboxing, alieni ostili e nudismo. Continuò a bazzicare nel mondo dell’underground realizzando nel 1969 una storia intitolata “Tales from the plague” che apparve su Weirdom n. 13, una fanzine fondata e pubblicata da Dennis Cunningham. Si tratta di un racconto di 32 pagine scritto dallo stesso Cunningham e illustrato da un Corben particolarmente “nero”, che esibisce qui un segno decisamente gotico che ben si addice al tono dark della storia. Nel 1970 viene notato dall’editore mainstream Warren che gli pubblica su Creepy n. 36 una storia intitolata “Frozen beauty”, dove la ricca ma brutta contessa Maleva vuole rubare la bellezza di una giovane ragazza. Richard Corben si impegna allo spasimo per rendere, attraverso un’intricata serie di morbidi tratteggi incrociati, la contessa Maleva di una bruttezza raccapricciante rivelando la sua fascinazione per il “diverso”. Corben continua la sua collaborazione con la Warren anche nel 1971 pubblicando su Eerie n. 33 un racconto intitolato “The Pest”, ispirato a “La metamorfosi” di Kafka, che ha per protagonista un venditore di insetticidi. Gli insetti sono particolarmente realistici e disturbanti grazie all’utilizzo del Zip-a-Toner come strumento per gestire le sfumature di grigio in un’epoca in cui i processi di stampa erano limitati e costosi. Nonostante il suo lavoro alla Warren procedesse, Corben continuava a collaborare con le riviste underground dove si sentiva più libero. Su Grim Wit n. 1 pubblicò nel 1972 un racconto intitolato “Necromancer” dove, a dispetto della storia piuttosto insipida, il suo stile rifulge in tutto lo splendore. Il bianco e nero si schiarisce e il puntinato si dirada cominciando a preparare le sue tavole all’avvento del colore. Nel 1973 Il debutto di Den, su Grim Wit n. 2, fu una vera rivoluzione visiva. Si trattava di un personaggio dotato di un fisico dai volumi esasperati, che si staccavano letteralmente dalla pagina grazie a un uso personalissimo di luci e ombre. La passione di Corben per il bodybuilding, che aveva praticato con buoni risultati in gioventù, lo aveva aiutato a dare vita a una anatomia “iper-reale” che divenne presto il suo marchio di fabbrica. Il racconto “The Raven” apparso nel 1974 su Creepy n. 67 è uno degli esempi più precoci e affascinanti della tecnica dei “colori acidi”, il marchio di fabbrica che ha reso Richard Corben unico nel panorama mondiale. Corben applicava il colore su tre fogli di acetato trasparente (uno per il ciano, uno per il giallo e uno per il magenta) che sovrapponeva al disegno a china. Saturando i canali del magenta e del ciano otteneva contrasti cromatici violenti e innaturali. Nel 1975, Richard Corben è l’unico autore non francese a comparire sul primo numero di Metal Hurlant, la rivista che avrebbe rivoluzionato il fumetto. Lo fa con un racconto risalente al 1971 ricolorato per l’occasione, intitolato “C do pey”. La presenza di Corben è piena di significato, è una specie di investitura, il riconoscimento di un debito. Gli “umanoidi associati” ammettono di avere un predecessore, qualcuno che ha esplorato la loro stessa strada qualche anno prima. Pubblicato nel 1976 da Morning Star Press, Bloodstar fu un esperimento editoriale, un libro di grande formato, cartonato, venduto nelle librerie. La prima edizione è celebre per il suo bianco e nero pittorico. Corben non usò solo la china, ma applicò la sua maestria con i retini e l’aerografo per creare una gamma infinita di grigi. Il risultato è un volume “scultoreo” dove i muscoli dei guerrieri e le texture dei mostri sembrano uscire dalla pagina. Nel 1977, Richard Corben fu una delle figure centrali nel lancio della rivista Heavy Metal, la versione americana di Metal Hurlant. La sua saga “Den Neverwhere” apparve dal n. 1. Si trattava della versione espansa e a colori della storia apparsa originariamente in bianco e nero su Grim Wit n. 2. Corben utilizzò per queste pagine la sua tecnica di separazione manuale dei colori abbinandola all’aerografo, creando così un mondo fantasy-psichedelico mai visto prima in America. Nel 1978, sull’onda del successo di Heavy Metal, la Warren Publishing cercò di intercettare lo stesso pubblico dando alle stampe la rivista 1984. Sulla quale viene pubblicata la serie “Mutant world”, dove Corben disegna un mondo post-nucleare abitato da mutanti deformi, creature grottesche e paesaggi desolati. Qui utilizzò spesso fotografie come riferimento per i disegni, manipolandole per creare pose e anatomie realistiche, ma allo stesso tempo bizzarre ed esagerate. Nel 1979 Corben realizza un portfolio intitolato “Scenes from the Magic Planet”, pubblicato dalla Morning Star Press (la propria casa editrice) in un’edizione limitata e numerata. Consisteva in 8 tavole di grande formato (circa 30×40 cm), dove appariva per la prima volta il personaggio di Pilgor, l’eroe ingenuo e muscoloso che sarebbe poi diventato il protagonista di The Bodyssey. Per questo portfolio Corben utilizzò spesso modellini in creta (scolpiti da lui stesso) come riferimento visivo per i disegni. Corben utilizzava queste sculture per studiare come la luce colpisse i volumi complessi dei suoi personaggi, riuscendo così a ottenere quell’effetto tridimensionale e quasi fotografico tipico del suo stile. La scultura lo aiutava a definire le sue celebri anatomie ipertrofiche, rendendo la massa muscolare dei personaggi coerente da ogni angolazione. Siamo arrivati ormai all’inizio degli anni ’80, quando lo stile di Corben dal punto di vista tecnico aveva raggiunto un livello di perfezione difficilmente migliorabile e dal punto di vista espressivo aveva messo in campo le principali ossessioni che lo avrebbero caratterizzato nell’arco di tutta la sua carriera: l’incanto del grottesco e la sublimazione della bruttezza, la sacralità delle anatomie ipertrofiche ed esagerate, la potenza sconvolgente della sessualità e la malinconia della fine. Corben, disegna la “bruttezza”, intesa come asimmetria, ipertrofia, deformità o eccesso , con la stessa cura devozionale che riserva al “bello”. Usando l’aerografo per creare volumi scultorei, la avvolge in un’illuminazione quasi soprannaturale che la esalta e la redime. Corben non nasconde la bruttezza, la esaspera finché non diventa una forma d’arte pura, costringendo lo spettatore a trovarvi una strana, ipnotica fascinazione. L’anatomia dei protagonisti di Corben è talmente esagerata da suggerire una forza vitale inarrestabile, una sorta di scintilla divina. Come gli eroi dei miti greci, la loro bellezza fisica è il segno visibile del peso spirituale, sono gli unici in grado di reggere il peso del mondo sulle proprie spalle. Per Corben la sessualità femminile è la vera forza motrice dell’universo. È una potenza superiore a quella muscolare degli uomini, che davanti a essa rimangono soggiogati diventando devoti alla donna. Corben disegna donne dalle proporzioni generose e statuarie, che richiamano le veneri paleolitiche. La loro bellezza celebra la fecondità e la carnalità come unica “religione” rimasta in mondi devastati. Se i corpi ipertrofici, maschili a femminili, sono il “grido” della vita, i suoi paesaggi decadenti e desolati sono il silenzio dell’eternità. La malinconia che emanano è una forma di consapevolezza metafisica, l’idea che tutto, per quanto potente, è destinato a diventare polvere. I cieli verdi o gialli o viola realizzati con l’aerografo sembrano sempre sul punto di spegnersi evocando un angosciante “senso della fine”. La natura nei fumetti di Corben è sempre indifferente, la vita continua anche se noi non ci saremo. Questo è ciò che rende il suo mondo fantastico struggente. Navigazione articoli MATITE BLU 478 EMINENCE, MILO MANARA E LE MUTANDE