Quando la rivista di grande formato Raw apparve nel 1980 a New York, fondata da Art Spiegelman e Françoise Mouly, il fumetto d’autore americano stava attraversando un momento di crisi identitaria. La stagione dell’underground, esplosa con l’albo Zap Comix di Robert Crumb, aveva liberato la forma dalle convenzioni industriali, ma l’aveva anche relegata nell’ambito della controcultura e della marginalità. Quello dei due curatori di Raw era un tentativo di portare il linguaggio dei comics alternativi nel territorio dell’arte, restituendo al mezzo la complessità narrativa ed estetica degli esordi. Il risultato fu una rivoluzione silenziosa: la rivista trasformò il fumetto alternativo in arte preparando il terreno per il riconoscimento del graphic novel come forma culturale autonoma. Non a caso, Maus di Art Spiegelman, serializzato sulla rivista, vincerà il Premio Pulitzer nel 1992, dando il via ad una nuova e più consapevole stagione del fumetto d’autore. Art Spiegelman Art Spiegelman oltre che co-fondatore fu l’autore principale di Raw, dove, sul n.,2 del dicembre 1980 apparve, sotto forma di albetto inserito all’interno. Il primo capitolo del suo capolavoro: Maus. Il ritmo “a fascicoli” impose a Maus una costruzione modulare e meditata che alla fine risultò parte integrante del suo fascino e della sua potenza narrativa. Ogni capitolo era pensato come un’unità autonoma ma allo stesso tempo concatenata con i capitoli precedenti e quelli successivi, con i quali condivideva lo stesso flusso di memoria, il meccanismo dell’intervista al padre ex prigioniero dei lager nazisti e la messa in scena grafica. A sua volta, Maus donava a Raw un asse narrativo forte essendo l’unica serializzazione “di lungo corso” della rivista e costituendone il titolo di punta per tutti gli anni Ottanta. Fin da subito la serie si identificò con la rivista e la rivista con la serie, questo da una parte fece sì che l’altissima levatura della serie diede immenso prestigio alla rivista ma dall’altra ne determinò la chiusura alla sua conclusione. Gary Panter Il rapporto di Gary Panter con la rivista Raw è stato simbiotico. Raw, con la sua formula innovativa e le sue ambizioni “alte”, mise a disposizione di Panter un luogo dove le sue opere potevano essere presentate a un pubblico in grado di apprezzarne fino in fondo la valenza artistica. Panter, da parte sua, grazie alla sua linea “grezza” e ai suoi temi ultra-violenti, diede alla rivista una forte identità estetica e culturale. Portò in dono anche il suo personaggio più iconico, quel Jimbo che, nato sulle pagine della fanzine Slash, stava avviandosi a divenire uno dei personaggi “alternativi” più importanti del decennio. Jimbo, diventò quasi subito uno dei “volti” più riconoscibili della rivista, pur non avendo una serializzazione continuativa come quella di Maus. Lo diventò grazie alla intensa energia che emanava anche da brevi storie autoconclusive di poche pagine. Jimbo ebbe anche l’onore di inaugurare la collana dei Raw One-shot, volumi monografici dedicati a un singolo autore. Charles Burns Charles Burns esordisce su Raw disegnando una breve storia di una pagina sul n. 3 del luglio 1981. Diventa uno dei volti grafici della rivista l’anno successivo firmando la copertina del n. 4 (marzo 1982), quella con lo scheletro con la pistola che guarda la televisione, un manifesto dell’estetica perturbante di Burns e dell’ambizione “artistica” della rivista. Lo stile nero compatto, i corpi mutanti, le tinte da noir postmoderno (che culminerà in Black Hole) diventarono dei “pilastri” estetici di Raw. Sul n. 5 (1983) fa la sua prima apparizione Big Baby, personaggio caratterizzato da un viso infantile ma con una psiche attratta dalla violenza e dall’horror. Sul n. 7 (1985) conosciamo Dog-Boy che verrà pubblicato anche in Italia, su Frigidaire n. 51-52 nel febbraio del 1985. Il n. 5 della collana Raw One-Shot, interamente dedicato a Charles Burns, presenta una storia lunga che si intitola “Curse of the Mole Man”, la quale consacra Big Baby come uno dei personaggi chiave dell’universo Raw. Mark Beyer Mark Beyer, con le sue storie nere e infantili e il suo segno naïf e geometrico, rappresentò alla perfezione l’anima “outsider” di Raw. Portò in dote la cinica coppia di personaggi composta da “Amy e Jordan”, due vittime eterne che sembrano bambole, una vestita con un camice a rombi, l’altro tutto in nero con un mirino sul petto. Le loro storie disperate fatte di morte, depressione e paure esistenziali, contrastano in modo stridente con uno stile all’apparenza giocoso e infantile. In realtà l’innocente e oscuro senso dell’umorismo e l’onnipresente senso di inquietudine che le pervadono si sposano alla perfezione con le geometrie ossessive e disturbanti, le quali caratterizzano lo stile affascinante e originalissimo di Beyer. Storica la copertina del n. 6 di Raw con uno sciame di insetti schematizzati che assale tre inquietanti commensali. Attraverso il suo percorso su Raw, Beyer vide il suo segno “primitivo-macabro” venire elevato ad arte. Richard McGuire Richard McGuire arriva a Raw alla fine degli anni Ottanta con l’avvio della seconda serie (che adottava un formato più piccolo orientato al circuito librario) trovando un terreno fertile per le sue sperimentazioni. In questo contesto, nel 1989 McGuire pubblica la versione originaria di Here, sei pagine in bianco e nero che saranno subito percepite come un lavoro spartiacque. L’intuizione era semplice quanto radicale: mostrare sempre lo stesso angolo di stanza attraverso tempi diversi, sovrapponendo “finestre” (vignette dentro vignette) che aprono epoche lontanissime tra loro e le fanno coesistere all’interno della stessa tavola. Here dimostrò che non ci volevano più di sei pagine per cambiare il modo di pensare il fumetto. L’impatto sui colleghi fu immediato: Chris Ware lo definì un’opera che “apre una nuova via d’espressione”. Nel 2014 McGuire espanse quelle sei pagine in un libro a colori di circa 300 pagine che consacrò Here come classico contemporaneo. Joost Swarte L’olandese Joost Swarte è noto per avere coniato il termine ligne claire (nel 1977) uno stile di disegno caratterizzato da linee precise, contorni neri definiti e assenza di ombreggiature reso popolare da Hergé e ampiamente imitato all’interno della scuola franco-belga. La sua presenza sulle pagine di Raw afferma che il fumetto d’autore non deriva solo dall’underground Usa ma allarga gli orizzonti fino a comprendere l’avanguardia europea. Swarte esordisce su Raw n. 5 con una tavola misteriosa che sembra disegnata da Hergé dopo avere preso lezioni di pittura astratta. Sul n. 6 è presente con una storia di 4 pagine intitolata “Modern art” che mette in mostra linee pulite, figure piatte e architetture impeccabili che parlano la lingua della grafica moderna europea. Su Raw seconda serie n. 1 è presente con una pagina dove presenta un segno ormai fortemente ibridato con la cultura americana, dove in particolare Swarte guarda al Geo McManus di Arcibaldo e Petronilla. Jacques Tardi Il francese Jaques Tardi è presente su Raw fin dal primo numero. Fu fortemente voluto da Art Spiegelman, a cui serviva un “ambasciatore” che mostrasse al pubblico americano quello che stava succedendo in Europa in quegli anni. Nel 1980 Tardi era già un autore molto noto in Europa per aver creato Adèle Blanc-Sec, Spiegelman però sceglie un’altra sua opera per presentarlo al pubblico americano, si tratta di “Manhattan”, un noir esistenzialista ambientato a New York che parla della alienazione e della violenza contemporanea. Un uomo vaga tra le strade di New York, percependola allo stesso tempo come simbolo di modernità e luogo dell’annientamento umano. È la visione “dall’esterno” di un europeo che osserva l’Impero di cui Spiegelman aveva bisogno per definire in modo completo l’estetica cupa della rivista. Su Raw appariranno anche le prime traduzioni in inglese del capolavoro “C’était la guerre des tranchées” e pezzi originali come “Dr. M’abuse”. Lorenzo Mattotti Siamo nei primi anni Ottanta: Lorenzo Mattotti ha già pubblicato in Italia su Alter Alter e Frigidaire e ha appena realizzato “Il Signor Spartaco” (1982), un racconto cromatico e silenzioso che in Europa ha colpito la critica per la sua novità: un fumetto costruito come un quadro. Françoise Mouly, sempre attenta alla grafica internazionale, nota il suo lavoro nei festival e nelle riviste europee e lo segnala ad Art Spiegelman. I due capiscono che Mattotti è l’autore perfetto per incarnare quella che chiamano la “dimensione pittorica del fumetto”. Mattotti esordisce su Raw seconda serie n. 1 con Zephyr, realizzato in tandem con Jerry Kramsky (pseudonimo di Fabrizio Ostani). Per i lettori americani fu una rivelazione: le tavole dipinte a pastello più che fumetti sembravano paesaggi dell’anima. Spiegelman, che di solito privilegiava il bianco e nero, rimase colpito dall’uso “musicale” del colore. Il passaggio su Raw proiettò Mattotti nell’Olimpo del fumetto internazionale. Chris Ware Chris Ware, uno dei fumettisti più celebrati di questi anni, un vero e proprio ingegnere dell’emozione capace di costruire pagine densissime dove l’ordine grafico illumina la fragilità umana, nasce su Raw. Le sue prime strisce apparvero alla fine degli anni ottanta sulla pagina dei fumetti del The Daily Texan, il giornale studentesco dell’Università del Texas ad Austin. Spiegelman e la Mouly, sempre in cerca di nuovi talenti lo notano e lo invitano a pubblicare su Raw. Esordisce sul n. 2 della seconda serie nel 1990 con una storia di 4 pagine intitolata “Waking up Blind”. Sul n. 3 l’anno seguente pubblicherà “I Guess” di 6 pagine, un pezzo chiave in cui il testo racconta una storia (autobiografica, digressiva) mentre le immagini ne mostrano un’altra (pastiche di comics supereroistici d’epoca) unendo due narrazioni parallele e disgiunte nella stessa pagina. Linda Barry e Aline Kominsky-Crumb Si tratta di due presenze marginali ma significative della volontà della rivista di dare spazio anche alle voci femminili dell’underground americano e alle loro innovative proposte fumettistiche. La Barry debutta su Raw seconda serie n. 2 con il racconto di 8 pagine “Sneaking Out”, un’istantanea feroce e tenera sull’adolescenza (famiglia, alcool, sesso, classi sociali), disegnata con il suo tratto volutamente anti-virtuoso e ingenuo. La Barry inserisce nella rivista una intimità autobiografica e un approccio “di vita vera” che la porteranno a essere riconosciuta come una delle fondatrici del genere del “graphic memoir” statunitense. La presenza di Aline Kominsky, moglie di Robert Crumb, ha soprattutto un valore simbolico, Spiegelman la considera una delle voci storiche dell’underground e la invita per ribadire quali siano le radici della rivista. Navigazione articoli HO INCONTRATO ANDREA PAZIENZA A PORTA PORTESE MATITE BLU 455