Gary Panter (nato nel 1950 a Durant, in Oklahoma) è un artista difficile da inquadrare. Fumettista non convenzionale, illustratore, pittore, designer e a tempo perso anche musicista, il suo nome è indissolubilmente legato al movimento punk e alla creazione di un estetica anti-establishment. Quando Panter arriva a Los Angeles alla fine degli anni Settanta, la scena punk è in fermento, gruppi come The Germs, X e The Screamers si esibivano ogni sera in locali come il Masque e il Whisky a Go Go. Panter si inserì in quel tessuto disegnando per la fanzine Slash, fondata da Steve Samiof e Melanie Nissen nel 1977. Inizialmente concepita come un tabloid con fotografie in bianco e nero, interviste, recensioni e materiale del movimento punk, si costruì in poco tempo un profilo visivo forte anche grazie ai lavori di Panter che attraverso Slash riuscì a far circolare il suo immaginario tra alcuni lettori eccellenti della rivista tra i quali il grande Art Spiegelman di Maus. Hup (1977) Hup è una delle prime opere di Gary Panter di cui abbiamo conoscenza, un mini-comic del 1977 che testimonia la fase sperimentale giovanile dell’autore e anticipa molte delle sue ossessioni tematiche e stilistiche. Hup è un fumetto autoprodotto di 32 pagine con dentro circa 28 pagine in bianco e nero e una fotocopia a colori per copertina. Sul sito specializzato Lambiek viene citato come «a comic about a samurai». È considerato il primo “underground comic book” dell’autore, stampato in poche copie dal suo amico George DiCaprio. È estremamente raro, tanto che su AbeBooks viene offerto a 2000 dollari. La trama è piuttosto vaga, alcuni bloggers la raccontano come “una lunga battaglia tra Hup (il samurai) e un insetto antropomorfo ambientata su Marte”. Il tratto è già nervoso e irregolare, la linea sfilacciata, grezza, tremolante e piena di “imprevedibilità”, il tutto richiama lo spirito punk del “non rifinito” e il ripudio della pulizia a favore della forza espressiva del segno. Okupant X (1979) Okupant X fu pubblicato nel 1979 da Diana’s Bimonthly Press, con il sostegno di una sovvenzione del National Endowment for the Arts. È un “volume” di circa 38 pagine con la copertina e i contenuti interni in bianco e nero. L’opera racconta una specie di dramma da teatro delle marionette dove il protagonista, Okupant X, fa una passeggiata e si imbatte in una proprietà aziendale (corporate property). Qui viene attaccato da uno “strano mostro” che assomiglia a un batterio gigante dai molti occhi e dalle molte braccia. Panter sostiene che nella realizzazione di questo fumetto si è ispirato al teatro giapponese kabuki. L’autore sperimenta più tecniche di resa grafica nel libro, passando da tratti più “puliti” a segmenti caratterizzati da forti contrasti e un uso marcato delle ombre scure. L’opera anticipa temi che Panter svilupperà in seguito: il conflitto tra individuo e struttura aziendale e le contaminazioni fra mito, pop culture, mostri e performance teatrali. Jimbo (1982) Il personaggio Jimbo, creato da Panter già nei primi anni settanta sulle pagine di Slash, diventa quasi da subito un simbolo del punk. È un outsider muscoloso con i capelli a cresta e la canottiera: appare spesso in situazioni assurde, sempre in lotta con mondi alieni, forze misteriose, grandi aziende e mostri, rappresentando perfettamente il cuore dello spirito punk fatto di conflitto, alienazione e ribellione. Il celebre “A Raw One-Shot: Jimbo”, pubblicato nel 1982 da Raw Books & Graphics (la casa editrice di Art Spiegelman), è il primo grande “libro” autonomo dedicato a Jimbo e segna l’ingresso ufficiale di Gary Panter fra i “grandi” del fumetto. Si tratta di un portfolio in cartone ondulato con dorso in tela stampato in parte a colori e in parte in bianco e nero. Il libro contiene una raccolta di storie di Jimbo apparse in tempi diversi e rimontate in un corpus unico. Porta nella vetrina di Raw l’energia “sporca” e lo spirito punk che Panter aveva forgiato in Slash: segno irregolare, collage di citazioni pop e montaggi “confusi”. Dal Tokyo (1983) Nel 1983 il settimanale L.A. Reader pubblica le prime 63 strisce di Dal Tokyo, una saga pseudo fantascientifica dove si immagina un città unica nata dalla ibridazione di Dallas e Tokyo (da qui “Dal Tokyo”) dove convivono lavoratori texani e giapponesi. Panter inizia a lavorare a quest’idea bizzarra già nei primi anni Settanta e continuerà a esplorarla nel corso degli anni. Dopo la prima run, uscita come striscia settimanale negli anni 1983-84, Dal Tokyo riprenderà in Giappone sulla rivista Riddim con uscite mensili per oltre un decennio. La serie si compone di micro-episodi che accumulano dettagli su uno strano mondo, più che presentare delle vere e proprie trame. Il vero protagonista è una città-mostro e la sua vita quotidiana fatta di traffico, media, sottoculture, residui punk e pop e satira sociale. È un’opera realizzata in un Linguaggio ibrido (gag opache, nonsense, deragliamenti) che nella sua follia riesce a stregare completamente il lettore. Invasion of the Elvis Zombies (1984) Nel 1984 Raw Books & Graphics pubblica “Raw One-Shot # 4” Invasion of the Elvis Zombies, un “libro” con dorso in tela e progettazione grafica accreditata a Mark Michaelson, Françoise Mouly e Art Spiegelman, che contiene una storia a fumetti di 32 pagine. Panter scrive e disegna un pastiche horror-pop in cui Elvis (già trasformato in “zombie” in alcuni suoi disegni del 1979) vaga attraverso un incubo americano fatto di showbiz, religione bizzarra e cultura di massa cannibale. La pagina alterna splash “sporche” e sequenze serrate in bianco e nero che esaltano la sua celebre linea grezza. L’operazione guarda con grande consapevolezza ai “B-movie” degli anni Cinquanta, “ricreando un film horror scalcinato sulla pagina”, con sangue, goffaggine voluta e umorismo nero in primo piano. L’opera è figlia della fascinazione punk di Panter per gli idoli mutanti (Elvis riadattato agli anni ottanta) dentro una narrazione compatta che indugia ambiguamente tra l’idolatria e la critica. Jimbo: Adventures in Paradise (1988) Si tratta di un volumetto tascabile edito da “Raw/Pantheon” uscito nell’agosto 1988 di circa 86–92 pagine (a seconda delle catalogazioni) che raccoglie e rimonta un decennio di storie di Jimbo in un percorso coeso, sotto la regia editoriale di Art Spiegelman. È il ritratto satirico e apocalittico dell’America reaganiana visto cogli occhi di un personaggio che nonostante il passare degli anni rimane “profondamente punk” nell’animo. Jimbo continua il suo vagabondaggio in una landa desolata fatta di incontri impossibili, scarafaggi giganti e paure nucleari attraversando un paesaggio ibrido fra la downtown newyorkese e le freeways losangeline. Dominano su tutto la linea “sporca” di Panter (un segno nervoso, impreciso, grezzo e materico) e una narrazione molto compatta che procede all’unisono coi disegni. Molte soluzioni di ritmo, montaggio e iconografia pop/mostruosa qui messe a punto anticipano le grandi riduzioni letterarie degli anni 2000 che porteranno l’autorevole Comics Journal a definirlo: “il più grande cartoonist vivente”! Jimbo (1995) Durante gli anni Novanta Gary Panter riprende il suo personaggio principale in una nuova serie a fumetti intitolata Jimbo, a partire dal n. 1 che esce nel 1995. La serie viene pubblicata dalla Zongo Comics, l’etichetta “adulta” della casa editrice Bongo fondata da Matt Groening (l’autore dei Simpson). Alcune pagine interne presentano campiture di colore piatte e digitali, integrate al solito segno nero sporco e tremolante. Il colore non è “pittorico” ma è utilizzato da Panter in modo grafico, segnaletico, simbolico e disturbante, a costituire una sorta di significato aggiuntivo che contribuisce in qualche modo ad ammorbidire lo spigoloso linguaggio punk degli esordi, aprendo la strada a un tipo di narrazione più spirituale. Critici e studiosi (come Dan Nadel e Chris Byrne) sostengono che Jimbo 1995 costituisca il momento di transizione tra il Panter “espressionista punk” degli anni Ottanta, e il Panter “illuminato e visionario” dei Duemila. Jimbo in Purgatory (2004) Jimbo in Purgatory è un grande volume cartonato con copertina in tela impressa a caldo pensato per dare respiro a pagine densissime di segni, citazioni e giochi tipografici, pubblicato da Fantagraphics nel 2004. Panter rilegge nientemeno che il Purgatorio di Dante sostituendo i personaggi originali con avatar pop (rockstar, robot, draghi eccetera), in un’ambientazione contemporanea. Consta di 33 pagine, una per ogni canto del Purgatorio, dove si ibrida la spiritualità del medioevo con la banalità della odierna cultura di massa. I dialoghi sono composti da una serie di citazioni che si susseguono in un’altalena di rimandi tra cultura alta e bassa. Rispetto allo stile a cui Panter ci aveva abituato qui il tratto è più disciplinato, anche se rimane pervaso da una insopprimibile energia. Nonostante il cinismo e il sarcasmo rimangano alla base della narrazione emerge in sottofondo una nuova spiritualità che potremmo chiamare postmoderna. Jimbo’s Inferno (2006) Panter porta avanti la sua fascinazione per Dante con un secondo volume che mette a confronto l’inferno con la moderna cultura pop intitolato Jimbo’s Inferno (Fantagraphics, 2006). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una graphic novel oversize dove l’inferno è un centro commerciale di Los Angeles disposto a spirale discendente e Virgilio è rimpiazzato da Valise, il robot/guida di Jimbo. Più libero e meno “accademico” del Purgatorio, non rispetta l’ordine dei canti che vengono spesso fusi, invertiti e parodiati in un adattamento dallo spirito decisamente punk. Il lettore si trova di fronte a un flusso di 33 pagine realizzate in uno stile che sembra ibridare Jack Kirby e Picasso. Da Kirby Panter prende l’energia cinetica, le anatomie “a blocchi” e i macchinari ipertecnologici che “copiavo da piccolo”. Da Picasso prende la scomposizione e la ricomposizione dell’immagine, i piani che slittano, i volti deformati e l’intensità da “quadro”. Songy of Paradise (2017) Songy of Paradise (Fantagraphics, 2017) prende spunto non dal Paradiso di Dante ma da Paradise Regained di John Milton, di cui segue la struttura sostituendo però Gesù con Songy, un ragazzo ingenuo in cerca di visioni. La sostituzione di Jimbo con Songy come protagonista segna uno spostamento del baricentro simbolico nel mondo di Gary Panter dal punk apocalittico al misticismo psichedelico. Rispetto al densissimo Purgatory, Songy è più leggero e comico, senza per questo rinunciare alla pletora di riferimenti alti (Milton, la Bibbia) e bassi (pop, folklore americano). Se nei fumetti di Jimbo il punk era una strategia di sopravvivenza in un mondo in rovina, in Songy of Paradise, Panter guarda alla cultura hippie nel tentativo di trovare una nuova spiritualità. Songy è un campagnolo, che affronta Satana nel deserto ridendo e giocando. Porta con sè un messaggio di speranza: riuscire a trasformare la rabbia in compassione cosmica. Navigazione articoli MATITE BLU 454 “LE CANARD ENCHAÎNÉ”, IL RIVALE DI “CHARLIE HEBDO”