Molti studiosi dell’opera di
Andrea Pazienza hanno sostenuto che gran parte dei suoi disegni, soprattutto negli ultimi anni, funzionano come forme di auto-analisi visiva, quasi delle sedute di psicoterapia fatte con il disegno invece che con la parola.
In Pazienza il disegno è spesso un
atto immediato della psiche. Molti suoi fogli sembrano pieni di immagini che emergono senza filtro. Questo è molto vicino a quello che in psicologia si chiama associazione libera, lasciare emergere contenuti dell’inconscio senza censura.
In molte tavole compaiono temi  ricorrenti: demoni, scheletri e figure deformate. Queste immagini ricordano molto il concetto junghiano di
Ombra, cioè la parte oscura della psiche che l’individuo fatica ad accettare.
In alcune opere il disegno sembra quasi un
atto di confessione visiva. È come se il fumetto fosse un modo per mettere ordine nel caos interiore. Molte delle sue immagini sono metafore visive di un conflitto interno continuo. Vediamone alcune.

Questa illustrazione, tratta dagli ultimi giorni di Pompeo (1985), è molto densa di simboli e lavora su più livelli: mitologico, psicologico e quasi alchemico. Il grande volto centrale ha tratti caricaturali e quasi grotteschi: naso lungo, palpebre abbassate, un’espressione sospesa tra concentrazione e pietà. Sotto ci sono i rimasugli di un volto in decomposizione ormai infestato dai vermi. Si tratta di un volto corrotto, quasi una reliquia della morte.

I piccoli vermi che escono dal volto sono un simbolo molto antico. In iconografia significano la caducità della carne. È un motivo che appartiene alla tradizione del memento mori medievale. In basso c’è una figura nuda, di spalle. Sulla sommità del capo c’è un uccello scheletrito che tiene un verme nel becco. Qui sembra quasi una corona rituale. Come se il personaggio fosse uno sciamano. I capelli sono un groviglio quasi barocco.

Sembrano un bosco mentale. Questa zona rappresenta probabilmente l’immaginazione.


Questa vignetta di
Andrea Pazienza è del 1978.
Il disegno è intitolato “La siringa” (o talvolta identificato come Topolino “vignette”) ed è una delle opere più emblematiche del periodo della rivista Cannibale. Appartiene a un registro molto diverso dall’immagine precedente: qui il linguaggio è satirico, crudele e autoironico, ma sotto la superficie grottesca resta una forte dimensione psicoanalitica e autobiografica.
La figura è un
ibrido mostruoso,
metà topo-cartoon (le orecchie ricordano chiaramente un Mickey Mouse deformato) metà corpo umano scheletrico. Questa deformazione è tipica di Pazienza, l’autore trasforma il proprio alter ego artistico in una creatura ridicola e disturbante. È una rappresentazione dell’artista come mostro psichico.
Il balloon ripete compulsivamente:
VIGNETTE VIGNETTE VIGNETTE… disegnare non è più un gesto creativo libero, ma una compulsione produttiva. La siringa nella mano è un simbolo esplicito. Tutti sappiamo che la dipendenza dall’eroina fu centrale nella vita di Andrea. Qui però la droga sembra necessaria alla produzione.

Questa illustrazione di Andrea Pazienza è probabilmente una delle immagini più perturbanti e simbolicamente dense della sua produzione. A differenza della vignetta precedente, qui il registro è quasi tragico e onirico, molto vicino a una visione psicoanalitica dell’esperienza della dipendenza e della dissociazione. L’ambiente è quasi spoglio, tutto è ridotto all’essenziale. La stanza diventa uno spazio mentale. È la camera dell’inconscio.
La figura è piegata in modo innaturale,
convulsiva. È il corpo che perde il controllo. Il volto è nascosto. Senza volto non c’è identità. Da sotto il letto emerge un braccio mostruoso che si alza verso l’alto. Questo è probabilmente il simbolo più forte della immagine. Sembra quasi che una seconda entità stia venendo a galla. La mano deforme non afferra nulla. Sta tastando il vuoto. È un gesto molto tipico dell’iconografia della disperazione.

Questa tavola realizzata per la rivista Cannibale (il numero 3 del giugno 1978), è un esempio molto raffinato di come l’autore unisca grottesco, satira sociale e perturbante psicoanalitico dentro una scena apparentemente comica. A prima vista sembra una gag domestica, in realtà è una piccola scena di teatro dell’inconscio.
Vediamo una specie di
vasca da bagno dentro cui sono immersi due personaggi deformi, uno grande e uno piccolo. Il collo del personaggio grande è innaturalmente lungo, quasi elastico. Il collo allungato aggiunge una componente di isteria all’espressione del volto già molto carica. Il personaggio piccolo è molto interessante, psicoanaliticamente potrebbe rappresentare l’Io infantile che cerca nutrimento. Ma il nutrimento è disturbante, il seno sembra grottesco e mostruoso. La vasca da bagno ha un forte valore simbolico, diventa una specie di utero artificiale. Uno spazio dentro il quale ha luogo una regressione psichica.

In questa tavola, pubblicata sulla rivista Frigidaire nel 1981, il registro diventa pop, satirico e violentemente simbolico, ma sotto la superficie colorata si nasconde una riflessione molto amara su famiglia, identità e narrazione autobiografica. La composizione imita volutamente una copertina di rotocalco, ma l’immagine mostra una scena emotivamente violenta.
Il neonato è rappresentato in modo anomalo: volto rosso acceso, bocca spalancata in un urlo, occhi chiusi dalla tensione. Non è il bambino dolce della retorica familiare. È quasi una
creatura demoniaca. Il rosso è centrale è il colore dello shock di esistere. La donna è rappresentata con tratti molto stilizzati, la lingua fuori suggerisce indifferenza verso il dramma del bambino. Uno dei dettagli più enigmatici è la mano scura che tocca il bambino. È molto più realistica del resto del disegno, sembra quasi provenire da un’altra realtà visiva. È la mano del destino.

Questa illustrazione è una delle immagini più emblematiche della poetica di Andrea Pazienza. Una scena apparentemente semplice, un uomo che fuma con un uccello sulla spalla, che diventa una allegoria visiva della coscienza e dell’autodistruzione.
Il personaggio ha molte caratteristiche riconducibili allo stesso Pazienza. È quasi certamente una forma di
autoritratto simbolico. Il gesto è molto significativo, la mano copre parzialmente il volto (crisi di identità) mentre fuma (interiorità che evapora). È un gesto di riflessione malinconica, ma anche di stanchezza esistenziale.
L’uccello è la chiave dell’immagine. Non è un semplice animale, è un
corvo caricaturale, quasi da cartoon. La composizione ricorda la figura archetipica del genio con il demone sulla spalla. Ma Pazienza la trasforma in qualcosa di molto contemporaneo, non un demone tragico, ma un compagno sarcastico che ride mentre l’artista si consuma.

Questa illustrazione del 1986 è una delle immagini di Andrea Pazienza più visionarie e stratificate. Sembra quasi una copertina, ma in realtà funziona come una allegoria della mente dell’artista e della nascita dell’immaginazione. La composizione è divisa in due livelli molto netti. In basso un paesaggio reale, in alto un cielo completamente riempito da volti, occhi, mostri e figure. È come se sopra il mondo reale si aprisse una tempesta mentale. In basso dei vestiti appoggiati a una sedia, è probabilmente una rappresentazione simbolica dell’artista che ha perso la propria identità. L’albero a sinistra è molto importante. Non è un albero realistico, è nervoso, sofferente. Sembra fatto di nodi, torsioni e linee contorte. È il dolore che alimenta l’arte. Un’arte fatta di figure che invadono il cielo. Ma non è un cielo atmosferico. È psichico. È come se la testa dell’artista fosse esplosa e avesse riempito il cielo di immagini.

Questa immagine, spesso intitolata San Sebastiano (omaggio a Schifano), è stata realizzata nel 1986, un periodo in cui Pazienza stava sperimentando un linguaggio quasi pittorico-allegorico. È una delle sue composizioni più simboliche, rappresenta una allegoria contemporanea della società e dell’artista. La posa della figura deriva chiaramente dal tema iconografico di San Sebastiano. Tradizionalmente San Sebastiano è legato a un albero e trafitto dalle frecce. Qui però non ci sono frecce.
Il martirio è diverso. Il dolore non è fisico ma
esistenziale. Il corpo è enorme, titanico. Domina completamente il paesaggio. Il gigante sembra quasi un dio caduto sopra il mondo contemporaneo. Ai piedi della figura però non c’è natura. C’è una massa di rifiuti e oggetti industriali.
Pazienza spesso torna sull’idea molto forte dell’artista come
figura sacrificale. Non nel senso religioso. Ma nel senso di essere troppo sensibile e vedere troppo chiaramente, dentro una società che non capisce. Questo gigante sembra un martire della modernità.

Questa tavola è tratta da Campofame (1987), uno dei capolavori dell’ultimo Pazienza, dove il fumetto diventa quasi un diario metafisico sulla morte, la dipendenza e la dissoluzione dell’identità. L’immagine è costruita come un collage simbolico, quasi pittorico, dove ogni elemento rappresenta un livello diverso della coscienza.
Al centro vediamo un uomo nudo seduto e piegato su sé stesso. La postura è molto significativa, la testa abbassata e le spalle curve sono la manifestazione evidente di una
sconfitta e di stanchezza assoluta. La figura più inquietante però è quella sulla destra, uno scheletro coperto da un mantello rosso sangue che è chiaramente una personificazione della morte. La frase centrale è fondamentale: “Il mostro stava nella stanza”. Il mostro non è fuori. E’ dentro. Trattandosi di Pazienza, il mostro è chiaramente la dipendenza, ma anche qualcosa di più profondo, la parte oscura della psiche.

In questa tavola, il cosiddetto “Zanardi equestre”, che fu dipinta nel 1984 su otto grandi pannelli di legno che servivano da recinzione per il cantiere di restauro della Fontana Masini a Cesena, Andrea Pazienza cita esplicitamente uno dei dipinti più famosi del Rinascimento fiorentino: San Giorgio e il drago di Paolo Uccello. Nel dipinto di Uccello il cavallo entra nella scena in diagonale, nell’immagine di Pazienza succede la stessa cosa. Il cavallo attraversa letteralmente il quadro come una forza distruttiva. Nella tavola di Pazienza però non c’è un drago vero e proprio. Ci sono corpi umani, un teschio e figure deformate. Il cavaliere quindi non combatte un mostro esterno. Combatte il proprio caos interno.
Nel mondo di Pazienza il vero drago è spesso la dipendenza e la spinta autodistruttiva. Qui vediamo
un uomo che combatte i suoi demoni e forse sta perdendo. Nell’iconografia classica il cavaliere domina il cavallo. Qui  il cavallo sembra travolgere tutto, come se la lotta fosse diventata incontrollabile. È molto vicino alla visione tragica di Pazienza, dove l’artista è contemporaneamente cavaliere e drago.

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