Il Venezuela, ricco stato petrolifero dell’America del Sud, affacciato a settentrione sul Mar dei Caraibi ed esteso a meridione fino alla foresta amazzonica, ha un padre italiano piemontese. Si tratta di Carlo Luigi Castelli, nato nel 1790, figlio di un medico di San Sebastiano da Po, in provincia di Torino sulla collina chivassese.
Castelli si arruola molto giovane nelle armate napoleoniche, poiché nel primo decennio dell’800 il Piemonte fa parte dell’impero francese. Partecipa alla campagna bellica in Spagna, impara alla perfezione la lingua spagnola, che parlerà con i suoi soldati fino alla fine della vita.
Diventa ufficiale senza seguire i corsi di studio come cadetto di un’accademia militare, ma meritandosi i gradi da tenente grazie alla propria diretta esperienza sul campo.

Sconfitto ed esiliato Napoleone nel 1814, Castelli accetta la proposta inglese di essere ingaggiato per combattere per l’indipendenza delle colonie spagnole in America Latina.

Nel ‘500 i conquistadores avevano distrutto gli antichi e splendidi imperi degli Aztechi e degli Incas. Per tre secoli il Sud America era stato dominato e sfruttato dalla Spagna che, con le ricchezze agricole e minerarie delle sue colonie, aveva potuto mantenere in Europa una politica di potenza sproporzionata alle reali capacità del Paese.
Con l’invasione napoleonica l’autorità del governo di Madrid era venuta meno e le colonie americane avevano tagliato ogni rapporto di sudditanza, dichiarando l’indipendenza.

Ritornato sul trono, il Borbone Ferdinando VII, re presuntuoso e incapace, cercò di recuperare con la forza i paesi ribelli, inviando truppe di occupazione e repressione. Ciò però era in contrasto con la politica dell’Inghilterra che, essendo padrona dei mari, aveva in mano il commercio tra Europa e America Latina e preferiva quindi trattare i propri affari con stati indipendenti piuttosto che con gli esosi governatori coloniali spagnoli.

Castelli attraversa l’Oceano Atlantico su una nave inglese carica di soldati, equipaggiamenti e munizioni per gli indipendentisti. Arriva nell’isola di Haiti nel 1816 e qui conosce Simon Bolivar, anima e cervello della lotta contro la Spagna colonizzatrice.
Bolivar è un uomo geniale, ha dichiarato l’indipendenza di diverse colonie e lotta per la creazione di uno stato grandissimo e sperabilmente ricco: l’intero continente Sudamericano, che potrebbe formare una confederazione di stati analoga agli Usa. Nel 1815 però ha dovuto ritirarsi da tutta la terraferma americana davanti al contrattacco di 45.000 spagnoli comandati dal generale Pablo Morillo.
Le grandi capacità politiche e diplomatiche di Bolivar hanno fatto sì che l’Inghilterra appoggiasse direttamente la sua causa. Il condottiero sudamericano apprezza molto Castelli, lo terrà presso di sé come proprio braccio destro e lo metterà al comando di una compagnia delle sue migliori truppe, le “Guardie d’Onore”.

Carlo Luigi Castelli (disegno di Beniamino Delvecchio)

 

Sbarcate sul continente, le truppe indipendentiste sono impegnate con alterne fortune in numerosi scontri campali contro gli spagnoli e i “fideles”, gli spietati latinomericani che combattono per conservare il regime coloniale. Bolivar invia Castelli all’interno del Venezuela per reclutare, organizzare e addestrare gli Indios. Qui collabora con il giovane José Antonio Paez, un grande proprietario terriero capo della ribellione nella regione. In futuro, dopo Bolivar, diventerà presidente del paese sudamericano.
Si combatte lungo i fiumi Apure e Orinoco, in territori ancora selvaggi e inesplorati, coperti da foreste tropicali e infestati da alligatori, serpenti velenosi e da miriadi di insetti che trasmettono gravi febbri.

Nel 1821 il piemontese unisce le proprie forze con quelle del Libertador Bolivar, il battaglione dei Bravos de Apure, creato ex novo da Castelli e da lui condotto per centinaia di chilometri in decine di combattimenti, è il primo a lanciarsi all’attacco nella battaglia di Carabobo, che sarà decisiva per spezzare la dominazione spagnola in Venezuela.
I “Bravos” e la legione di soldati inglesi mandati in appoggio a Bolivar avranno la maggior quantità di caduti e feriti rispetto agli altri reparti indipendentisti.

Bolivar continua la sua campagna, libera la Colombia, l’Ecuador, si incontra con l’esercito del generale San Martin, condottiero a capo di truppe alleate provenienti dall’Argentina e dal Cile. Gli eserciti riuniti delle nuove nazioni schiacciano le forze dell’ultimo governatore spagnolo ancora in carica, quello del Perù, vincendo nel 1824 la battaglia di Ayacucho sulla cordigliera delle Ande. Si chiudono così definitivamente tre secoli di colonizzazione in America.

Castelli intanto, come luogotenente di Bolivar in Venezuela, ottiene la resa delle ultime piazzeforti spagnole, in particolare di Maracaibo, la seconda città più importante dopo Caracas. All’età di trentatré anni è colonnello e governatore di diverse provincie del Venezuela e diventa generale nel 1830. Lo stesso anno però Bolivar muore, e con lui finisce la speranza di unire il sud America in una sola repubblica federale.
L’America Latina si suddivide in tante “repubbliche delle banane”, stati territorialmente vasti ma dall’economia debole, incapaci di vero sviluppo malgrado le ricchezze naturali. Sono succubi inoltre degli influssi di potenze europee o degli Stati Uniti e governati da dittatori arraffoni e sanguinari e saranno  rovesciati spesso da colpi di stato militari.

Castelli ne fa subito le spese. Ha accusato il generale Obando di aver fatto assassinare Sucre, uno dei più abili collaboratori di Bolivar, ma Obando, persona senza scrupoli e assetata di potere, diventa dittatore dopo aver organizzato la ribellione e la secessione della Colombia dal Venezuela.
Come è consuetudine, il nuovo padrone elimina ogni dissidenza e, tra i molti, fa arrestare anche il piemontese. Castelli scampa alla fucilazione ma viene esiliato dalla Colombia. Anche in Venezuela non c’è pace. Ora al potere siede il vecchio compagno di lotta Paez, che però teme il prestigio e la competenza del generale piemontese. Contro di lui viene ordita una persecuzione politico giudiziaria: false accuse lo trascinano diverse volte sul banco degli imputati, anche se alla fine verrà comunque assolto.

Nel 1841 Castelli ricuce le relazioni con la sua patria d’origine. Tornato in Piemonte si sposa con una cugina di Torino, Paola Emilia Sacchero. La cerimonia avviene nella parrocchia di san Carlo sulla piazza omonima. Viene ricevuto dal re Carlo Alberto. Il Savoia è un riformatore e guarda con simpatia alle repubbliche americane come nuovi partners commerciali.
In Italia si attende il momento opportuno per avviare un movimento di unificazione che, inevitabilmente, dovrà essere capeggiato dal Piemonte, unico Stato con una tradizione di vera indipendenza, un governo stabile e una economia ben organizzata. Presso la corte e l’esercito personalità come Castelli e poi Garibaldi, che hanno combattuto le guerre d’indipendenza oltre oceano, vengono osservate con interesse.

Carlo Alberto nomina Castelli console del regno di Sardegna in Venezuela. Non è ancora un’ambasciata quella da aprire a Caracas, ma con la futura unificazione dell’Italia è destinata a diventarlo. Forte di questa carica il piemontese progetta nel 1844 l’immigrazione di trecento agricoltori specializzati, che possano portare in Venezuela le tecniche più avanzate per la bonifica e la coltivazione delle terre incolte. Ma la nave che dovrebbe andare ad imbarcarli a Civitavecchia fa naufragio e lo stesso Castelli si salva a stento.

Tornato in Venezuela, oltre all’incarico diplomatico in favore degli emigranti italiani, Castelli viene investito di alte cariche: ministro della guerra e della marina, inviato speciale presso il governo colombiano, capo di stato maggiore dell’esercito, ma deve fronteggiare i continui tentativi di rovesciamento del potere costituito, che travagliano il Venezuela come tutti gli altri stati latino-americani.

Paez è già stato presidente dal 1830 al 1835 e dal 1838 al 1842. Spinto dall’avidità di potere, nel 1848 tenta la riconquista della leadership contro il presidente Monaga legalmente eletto. Castelli lo affronta nella laguna di Maracaibo e lo sconfigge in diversi combattimenti via terra e via mare. Paez fugge allora negli Stati Uniti, dove resterà in esilio per un decennio.

Nel 1858 Monagas, davanti alla minaccia di sollevazione militare capeggiata dal generale Juliano Castro, fedele a Paez, cede la presidenza. Castelli non può opporsi all’ascesa dell’ex presidente e nuovo dittatore, che non rispetterà la sua età avanzata né le molte benemerenze acquisite per il Venezuela, e lascerà senza pensione il generale anziano e malato.
Paez verrà a sua volta rovesciato nel 1863, dopo cinque anni di sanguinosa guerra civile, e morirà in esilio a New York. Il suo partito continuerà però a rendere turbolenta la politica venezuelana. Il figlio di Castro, Cipriano, reggerà con modi autoritari la nazione sudamericana dal 1899 al 1908, inimicandosi gli Stati Uniti e le nazioni europee, tanto da spingerle al blocco navale contro il Venezuela. La storia si ripete.

Alla sua morte nel 1860 il generale piemontese può contare ben 51 anni di carriera militare, 47 dei quali in America, avendo riportato ferite e mutilazioni che hanno paralizzato il suo braccio sinistro e menomato il piede destro.

Nel 1876 il corpo di Carlo Luigi Castelli viene tumulato nel pantheon nazionale di Caracas, il luogo degli eroi della nazione. Dalla figlia Carolina Castelli, sposata al dottor Crescentino, discendono diverse famiglie attualmente residenti in Venezuela.

Il primo monumento innalzato a Caracas fu dedicato al Libertador Bolivar. Castelli non poté veder inaugurare la statua del suo vecchio amico e compagno di battaglie, ma era stato lui, anni prima, a formare il comitato promotore destinato a raccogliere i fondi per la fusione in bronzo del monumento ancora oggi esistente.

 

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