Petrachi e Ventura


Nell’autunno del 2025 i tifosi del Torino vivono una fase di diffusa apatia: da anni la squadra si piazza stabilmente attorno al decimo posto, troppo lontana dalle posizioni utili per l’accesso alle coppe europee e, al tempo stesso, sufficientemente distante dalla zona retrocessione da non dover lottare per la salvezza.
Il presidente Urbano Cairo ha avuto il merito di garantire continuità sportiva e stabilità finanziaria a un club che, dopo anni di sofferenza, nel 2005 era andato incontro a un rovinoso fallimento; tuttavia, dopo vent’anni di presidenza, non è ancora riuscito a compiere quel salto di qualità che permetta al Toro di competere con continuità almeno per un posto nelle competizioni internazionali.

Eppure c’è stato un periodo in cui la situazione del club, sempre sotto la guida di Cairo, era decisamente peggiore di quella attuale. Siamo nel maggio del 2011 e si è appena concluso il campionato di Serie B: a vincerlo è l’Atalanta, mentre il Torino chiude all’ottavo posto. Davanti ai granata, oltre agli orobici, si classificano Siena, Novara, Varese, Padova, Reggina e Livorno. L’ottava posizione significa mancata qualificazione ai playoff per la Serie A, mentre l’AlbinoLeffe della “vecchia conoscenza” granata Emiliano Mondonico, con appena nove punti in meno, è costretto a disputare i playout per evitare la retrocessione in Serie C.

È in questo contesto che, alla vigilia del terzo campionato consecutivo in cadetteria senza intravedere una reale via d’uscita, il presidente Cairo e il direttore sportivo Gianluca Petrachi affidano la panchina a Gian Piero Ventura. Genovese di Cornigliano, classe 1948, il tecnico ha già conquistato due promozioni in Serie A con Lecce e Cagliari e ha allenato per alcune stagioni nel massimo campionato, ottenendo come miglior risultato il decimo posto con il Bari nel 2009-2010.
Spesso lodato per la qualità del gioco espresso dalle sue squadre e per la capacità di valorizzare i singoli, Ventura ha già lavorato con Petrachi ai tempi del Pisa, mentre in Puglia si è guadagnato il soprannome di Mister Libidine. Ora è alla ricerca di un progetto che lo consacri definitivamente come grande allenatore, e il Torino – nobile decaduto nelle mani di un Urbano Cairo che nel giro di pochi anni rimpolperà il proprio impero imprenditoriale acquistando La7 e il Corriere della Sera – può rappresentare l’occasione giusta.

L’obiettivo primario è ovviamente il ritorno in Serie A, anche perché mai nella sua storia il Toro è rimasto lontano dal massimo campionato per più di tre stagioni consecutive. Dall’esperienza di Bari, Ventura porta con sé il difensore polacco Kamil Glik, che sotto la Mole collezionerà 171 presenze e 13 gol, conquistando la fascia di capitano a partire dalla stagione 2013-2014. Alla prima giornata il Toro vince 2-1 in rimonta ad Ascoli, mentre l’esordio casalingo contro il Cittadella si chiude con un pareggio.
Seguono altri otto risultati utili consecutivi prima della sconfitta per 1-0 contro il Gubbio dell’ex granata Luigi Simoni. Si tratta di un normale incidente di percorso: il Toro perderà infatti solo altre due partite nel resto del girone d’andata, mantenendosi saldamente al comando della classifica. Un rendimento analogo caratterizza anche il girone di ritorno e il 20 maggio 2012 i granata festeggiano in casa il ritorno in Serie A, grazie al 2-0 sul Modena. Il campionato si chiude con il secondo posto e 83 punti, gli stessi del Pescara di Zdeněk Zeman, primo in virtù di una migliore differenza reti.

Nella stagione 2012-2013 il processo di Calcioscommesse comporta inizialmente un punto di penalizzazione per il Torino, che viene però prontamente “annullato” dal pareggio per 0-0 all’esordio sul campo del Siena. Il calciomercato porta in granata diversi giocatori già allenati da Ventura, confermando la sua nota capacità di valorizzare i singoli: arrivano il portiere Jean-François Gillet, il centrocampista Alessandro Gazzi e gli attaccanti Alessio Cerci e Riccardo Meggiorini. In quanto neopromossa, la squadra deve anzitutto guardarsi alle spalle. Il Toro mantiene sempre un discreto margine sulla zona retrocessione e, nonostante un calo nel finale di stagione con le ultime nove partite senza vittorie, riesce a centrare la salvezza con un sedicesimo posto e 39 punti.

L’anno successivo l’obiettivo è consolidare quanto di buono è stato costruito nel biennio precedente. Il compito non è semplice: Gillet deve scontare una squalifica di un anno per il calcioscommesse e il difensore Angelo Ogbonna viene ceduto alla Juventus. Tra i pali arriva quindi Daniele Padelli, già vice di Gillet ai tempi del Bari di Ventura, mentre in attacco lo storico capitano Rolando Bianchi viene sostituito da Ciro Immobile, capocannoniere in Serie B con il Pescara di Zeman ma reduce da una stagione anonima al Genoa.
L’indebolimento della retroguardia si fa sentire nelle prime giornate, ma viene presto compensato da una maggiore efficacia offensiva dei nuovi “gemelli del gol” Cerci e Immobile. Dal punto di vista tattico il Toro passa dal 4-2-4 delle stagioni precedenti a un più moderno 3-5-2 e colleziona pareggi spettacolari: 2-2 con Milan, Verona e Sampdoria, 3-3 con Inter e Livorno. Dopo una sconfitta contro il Cagliari, i granata spiccano il volo e si inseriscono nella lotta per l’Europa League.

L’entusiasmo dell’ambiente è alle stelle e il Toro vince anche partite incredibili, come quella della 33ª giornata contro il Genoa, in cui Immobile e Cerci segnano rispettivamente al 92’ e al 93’, ribaltando l’iniziale vantaggio rossoblù. La stagione è però ricordata anche per i numerosi torti arbitrali subiti, che portano la Curva Maratona a indire un singolare sciopero del tifo di dieci minuti all’inizio della gara di ritorno contro il Livorno. A fine campionato il sogno europeo diventa realtà: l’errore dal dischetto di Cerci nel finale dell’ultima partita contro la Fiorentina viene “compensato” dalla mancata concessione della licenza UEFA al Parma – escluso dalle coppe e destinato al fallimento l’anno successivo – che libera il posto europeo in favore dei granata.

L’approdo in Europa è un successo per tutti: per Cairo, che raggiunge un traguardo importante dopo nove anni difficili alla guida del club; per Petrachi, arrivato a metà della stagione 2009-2010 in un contesto pieno di criticità; e per Ventura, che a 66 anni vive la migliore stagione della sua carriera in Serie A e disputa per la prima volta le coppe europee.

Anche la stagione 2014-2015, tuttavia, inizia in forte salita. Il mercato estivo porta alla cessione di Cerci e Immobile, rimpiazzati dagli ultratrentenni Amauri e Quagliarella e dalla giovane scommessa Josef Martínez. Per tutto il girone d’andata il Toro galleggia nella seconda metà della classifica, mentre in Europa riesce a farsi strada grazie anche a sorteggi nel complesso favorevoli: eliminati gli svedesi del Brommapojkarna e, con qualche difficoltà, i croati dell’RNK Spalato, i granata superano anche la fase a gironi chiudendo secondi in un gruppo con Bruges, Copenaghen e HJK Helsinki. Ai sedicesimi di finale, però, l’avversario è il temibile Athletic Bilbao, mai sconfitto in trasferta da una squadra italiana e capace, pochi mesi prima, di eliminare il Napoli di Rafa Benítez dalla Champions League.

Il Toro corre ai ripari e nel mercato di gennaio acquista dal Chievo l’attaccante Maxi López, reduce da stagioni poco brillanti. La mossa si rivela decisiva: è proprio l’argentino a segnare, tra andata e ritorno, tre gol ai baschi, permettendo alla squadra di Ventura di qualificarsi agli ottavi grazie alla vittoria per 3-2 nel temibile stadio di San Mamés. Il cammino europeo si interrompe al turno successivo contro lo Zenit San Pietroburgo, ma nel frattempo la squadra si è definitivamente risollevata anche in campionato, collezionando vittorie storiche. Prima arriva il successo a San Siro contro l’Inter, con il gol di Moretti al 94’; poi quello contro il Napoli, deciso da una rete di Glik, che in quella stagione segna ben otto gol; infine, il 26 aprile 2015, il Toro torna a vincere il derby dopo vent’anni. Al vantaggio iniziale di Pirlo rispondono Darmian e Quagliarella, e i granata rientrano pienamente in corsa per l’Europa.

La stagione si chiude con un nono posto finale: la qualificazione alle coppe sfuma per appena due punti, ma per le emozioni regalate ai tifosi si tratta del miglior campionato dal 1994 fino al momento in cui questo articolo viene scritto.

La stagione 2015-2016 segna la naturale conclusione del ciclo aperto con Ventura: il Toro chiude dodicesimo, in una posizione di piena metà classifica che solo quattro anni prima sarebbe sembrata utopistica per l’intero ambiente granata. Al termine del campionato il tecnico genovese lascia la panchina per sedersi su quella della Nazionale, in un’avventura che non darà i frutti sperati. Petrachi, invece, resta al Torino fino al 2019, quando con Walter Mazzarri in panchina ottiene un’altra qualificazione all’Europa League, questa volta ai danni del Milan, escluso dalla competizione per violazioni delle regole sul fair play finanziario.

Gli anni successivi saranno difficili: nel 2020 e nel 2021 il Toro lotta fino all’ultimo per evitare la retrocessione, mentre a partire dalla stagione 2021-2022 si assesta in anonime posizioni di centro classifica.
Riuscirà il ritorno di Petrachi, annunciato il 10 dicembre 2025, a innescare un nuovo salto di qualità per la squadra granata?

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