Paul Cuvelier nasce a Mons in Belgio nel 1923. Fino dall’infanzia è evidente una sua inclinazione per il disegno, ma non frequenterà mai istituti o accademie di arte, i suoi studi si svolgono in un liceo classico.
Il fumetto lo conosce e apprezza attraverso gli albi di Tintin, il personaggio di Hergé. Le sue letture preferite sono i romanzi stile feuilleton di Paul Feval (1817-1887) e Robinson Crusoe di Defoe. Nel 1946 alla fondazione del settimanale Tintin, Hergé già apprezza le doti grafiche di Cuvelier, e gli dà carta bianca per sviluppare il suo personaggio a fumetti, che si chiamerà Corentin, come il protagonista del romanzo di Feval letto nei suoi anni verdi.
È un ragazzo orfano maltrattato, che fugge su una nave e inizia una serie di avventure che lo porteranno a risiedere alla corte di un maragià in India, con i suoi inseparabili amici: il ragazzo indù Kim e la principessa bambina Sa Skia.

 

Queste storie trovano il gradimento del pubblico giovanile per la qualità sia del disegno che delle vicende del piccolo avventuriero, ma dopo i primi tre episodi iniziano per Cuvelier le disaffezioni verso l’arte fumettistica. Lui spiegava che non gli piaceva fare troppi disegni. Gli dispiaceva non potersi fermare su una sola immagine. Odiava le pagine da fare a pagamento, poiché il fumetto non era la sua vocazione. La sua formazione era stata artistica, e preferiva qualsiasi disegno di un maestro di pittura al fumetto. Sono mondi molto differenti.

Cuvelier aveva aperto un atelier a Mons con un suo amico. Aveva deciso di occuparsi solo di pittura, ma andò male, e dopo otto anni dovette ritornare al fumetto per campare. Fu molto aiutato da Greg (Michel Regnier, 1931-1999, disegnatore, soggettista e scrittore belga, autore di Achille Talon, Modeste et Ponpon e altri) Così crearono insieme Fiamma d’argento, un avventuroso medievale alla Robin Hood (pubblicato in Italia nel 1966 sul Corriere dei Piccoli) e poi Wapi, il piccolo pellerossa. Ancora Cuvelier trovò una collaborazione con un settimanale per ragazze, e creò la la giovane Line, che ebbe un buon successo (pubblicata in Italia come Anna sul Corriere dei Piccoli nel 1968).

Ma arrivando gli anni ’60 iniziarono i fumetti “impegnati” e quelli per adulti, così tramite amicizie andò dall’editore belga Eric Losfeld (1922-1979). Costui aveva pubblicato clandestinamente il romanzo “Emmanuelle” della Arsan, e con Barbarella di Forest, Jodelle di Pellaert, Saga de Xam di Rollin si impegnava anche nel fumetto erotico.
L’idea era di sviluppare una vicenda mitolgica. L’ispirazione all’arte classica antica dava la possibilità di disegnare tutti i personaggi nudi. Alla fine ebbe la sceneggiatura dallo scrittore Jean Van Hamme, e nel 1968 venne stampato Epoxy.

Epoxy è una ragazza che dopo un naufragio in mare si trova catapultata nuda nell’antica Grecia. Fa parte per poco delle guerriere amazzoni, poi incontra i centauri, i satiri, le ninfe, gli déi dell’Olimpo con numerose situazioni erotiche. Il disegno è di una estrema pulizia, mai volgare, nonostante l’evidente sensualità dei soggetti e delle situazioni.

Tuttavia quando Epoxy ritorna all’epoca attuale nelle ultime pagine dell’opera il segno si appesantisce e opacizza; Cuvelier era stanco, o voleva significare la incoerenza del nostro tempo e del nostro tipo di espressività, anche artistica, rispetto alla pura bellezza dell’antichità?

In realtà a lui occorreva un modello per disegnare bene, non avendo il senso del colore, preferiva il bianco e nero, e aveva bisogno di fare schizzi e prove per arrivare a un buon risultato. Ciò che lo attirava erano le forme animate che hanno un aspetto di sensualità. Niente arte astratta, solo il corpo era il soggetto fondamentale.

Ma c’era anche bisogno di denaro, ed ecco che ricascava nel fumetto, pur non riuscendo a produrre più di quindici tavole l’anno, se non costretto con l’acqua alla gola. Allora ne terminava due in una settimana. Non aveva nemmeno voglia di leggere le sceneggiature, perché temeva di scoraggiarsi prima ancora di iniziare il lavoro, così andava avanti memorizzando la vicenda per creare due tavole alla volta, ma gli succedeva di rifare fino a tre volte i disegni finché non lo soddisfacevano, cercando la linea pura, le forme umane e i nudi.

La complicata situazione di Cuvelier era di non essere pittore perché non ci si dedicava abbastanza, e nemmeno autore di fumetto perché non era il proprio ideale. Il racconto a vignette per lui era un genere ibrido, né letteratura né disegno, un’arte, ma minore. “Darei tutti i fumetti per uno schizzo di Ingres o Michelangelo!”, esclamava.

Cuvelier, indubbio grande e raffinato artista ebbe in vita delle ingiuste denigrazioni. Lo accusarono di ritrarre delle modelle femminili troppo giovani. Fu un nuovo duro colpo che mandò l’autore belga in depressione, e fu una delle cause della sua prematura morte nella natìa Mons il 5 luglio 1978 all’età di 54 anni.

Lo scrittore, attore e regista francese Numa Sadoul (n. 1947), che riusci a strappargli forse l’unica intervista qui sotto riassunta (Schroumpf n. 8, 1973), elogiava l’artista belga con sentite parole di ammirazione parlando di Epoxy e di tutta le restante arte di Cuvelier.

 

Una costante dell’estetica di Cuvelier, era il fondamento della festa carnale in tutti i suoi esseri disegnati: la leggerezza sublime e coinvolgente, la grazia, la suprema eleganza del corpo umano viste da un sibarita amato dagli déi. La raffinatezza sublime trasfigura ogni sua creazione. Hergé diceva che Cuvelier l’aveva sempre impressionato con il suo “disegno di una eleganza straordinaria”. Ecco ciò che è raro nella nona arte, quella del fumetto: una onnipresenza della grazia che trasforma in angelo o in dio qualsiasi bipede dotato di movimento. I giovani che cercano il piacere, le ragazze che imparano la seduzione, le donne eteree, i cavalieri fulminei, i guerrieri in combattimento, gli uomini che cadono, corrono, si rannicchiano… tutto è elegante in Cuvelier, distinto al massimo grado. Anche gli esseri rugosi o frusti diventano figure aeree sotto la sua matita; anche i brutti e cattivi hanno la loro aureola luminosa, come nei film di Fellini l’orribile e pesante sono magnificati dall’estrema passione del creatore, dalla sua grazia e dal suo spirito.

Il sensualismo di Cuvelier non è univoco, ha molte dimensioni con una prodigiosa ricchezza emozionale. Tutto ciò che è bello e buono è degno di essere valorizzato. Tutto ciò che può onorare la carnalità è un mezzo di espressione naturale. Il puro erotismo è quello che provoca emozione; Cuvelier eccelle in questo facendo vivere i suoi desideri disegnati e facendoli vivere a noi lettori. Diffuso, perpetuo, il suo sensualismo non è un banale richiamo ai sensi, è un atto di mitizzazione, un richiamo al completamento dell’essere. Epoxy lo proclama specialmente. La sensualità che consacra: l’erotismo di Cuvelier è sempre carico di mistero e di sacro, è una festa del corpo e dell’anima, un rito che si compie per unire il corpo e lo spirito alla conquista dell’indicibile. Occulte nozze di un’emozione di essenza divina. Il sentimento che viene provocato è una potente vertigine, un sacro benessere, niente a che vedere con la voglia lubrica del voyeur.

 

(Questo articolo non è stato ottenuto tramite intelligenza artificiale).

 

Un pensiero su “PAUL CUVELIER DA CORENTIN A EPOXY”
  1. Che ti piglia Sauro ? Perché rovini le immagini di Epoxy ? Chi ti ha obbligato a farlo ?
    C’è allora una evidente contraddizione tra quello che pubblichi scritto e ciò che pubblichi di illustrazione. Non sei più d’accordo con la “estrema pulizia mai volgare” e l’apprezzamento della sensualità di Numa Sadoul su Cuvelier ?
    Spiegati, oppure elimina l’articolo, ma con un motivo plausibile.

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