«Nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando» [H.P. Lovecraft] Il culto dell’ignoto e il volto del terrore cosmico Nel vasto e tenebroso pantheon delle creature scaturite dall’immaginazione di Howard Phillips Lovecraft, nessuna figura ha assunto una carica simbolica tanto potente né un’identità visiva tanto riconoscibile quanto quella di Cthulhu. Creatura titanica e indecifrabile, Cthulhu compare per la prima volta nel racconto Il richiamo di Cthulhu (The Call of Cthulhu), scritto nel 1926 e pubblicato due anni dopo sulle pagine della rivista pulp Weird Tales. Da quel momento, l’essere dalla testa tentacolata è assurto a incarnazione definitiva del terrore cosmico: non più un semplice mostro, ma la sintesi narrativa e filosofica dell’angoscia esistenziale. Con la sua immagine aliena, disturbante e insieme magnetica, Cthulhu ha attraversato decenni di cultura letteraria e pop, trasformandosi in un simbolo persistente di ciò che l’umanità teme ma non può comprendere. Al cuore del suo mito pulsa una visione radicale dell’universo, che è un cosmo vasto, remoto e impassibile, in cui l’essere umano non è che un incidente della materia, una scintilla passeggera di coscienza destinata a svanire sotto il peso dell’inconoscibile. Cthulhu non rappresenta soltanto l’ignoto: è il volto imperscrutabile dell’Altro assoluto, la divinità che non ascolta, che non giudica, ma che esiste al di là di ogni nostra logica. Il numero di febbraio 1928 di Weird Tales con la prima pubblicazione di Call of Cthulhu Il linguaggio dell’ignoto: come si pronuncia Cthulhu? Anche il nome Cthulhu, come tutto ciò che lo riguarda, si sottrae alle regole comuni della comprensione. La sua pronuncia non è mai stata fissata in modo definitivo e non a caso. È un enigma fonetico che riflette la natura stessa dell’essere che designa. Lovecraft, nelle sue lettere e annotazioni, propose diverse varianti per tentare di avvicinarsi a una possibile sonorità, tra cui la gutturale e arcana “Khlûl’-hloo”, un suono viscerale, quasi disumano, pensato per essere articolato con difficoltà anche da bocche umane. Tuttavia, con la diffusione del personaggio e del suo mito, si è affermata una pronuncia più semplificata e accessibile al pubblico anglofono: “Ka-thu-lu”. Questa forma, seppur largamente adottata, non è da considerarsi corretta in senso assoluto, perché il presupposto stesso da cui parte Lovecraft è che il nome proviene da una lingua non umana, totalmente (e letteralmente) aliena e dunque non trascrivibile né articolabile secondo le strutture fonetiche del linguaggio terrestre. In questo senso, l’impronunciabilità del nome non è un ostacolo accidentale, ma un elemento narrativo essenziale. Rientra nella poetica dell’indicibile che Lovecraft teorizza e pratica nei suoi racconti: l’orrore non risiede tanto nell’aspetto visivo della creatura, quanto nella sua assoluta estraneità a tutto ciò che conosciamo. Se anche il suo nome sfugge alla nostra articolazione linguistica, è perché la creatura stessa sfugge alla nostra logica, alla nostra percezione, alla nostra ragione. Non possiamo nominarla come si nomina ciò che conosciamo. E dunque non possiamo dominarla. Questa caratteristica fonetica, apparentemente marginale, è invece profondamente coerente con il cuore filosofico dell’opera lovecraftiana: l’idea che esistano cose che non solo non possiamo capire, ma che nemmeno possiamo nominare. Il solo tentativo di farlo rappresenta un atto di hybris, una presunzione umana di sfida a un cosmo che ci ignora. Chiamare Cthulhu con un nome umano è già, in qualche modo, profanarlo. Eppure, come in ogni mito, è proprio attraverso il nome (e il suo mistero) che la creatura prende forma (e forza) nell’immaginario collettivo. Anche l’atto di provare a pronunciarlo, pur sapendo che è impossibile farlo correttamente, è un gesto rituale che ci mette in contatto con l’ancestrale incomprensibile. Ma chi è davvero Cthulhu? Nel cuore dell’universo narrativo concepito da Lovecraft, Cthulhu occupa un posto centrale, non tanto per la sua effettiva supremazia cosmica, quanto per la potenza archetipica che incarna. È una delle divinità appartenenti alla stirpe dei cosiddetti Grandi Antichi (Great Old Ones), esseri antichissimi e titanici che non rispondono alle leggi della fisica o della biologia, provenienti da dimensioni remote, da epoche preumane e da angoli dell’universo così lontani e incomprensibili da rendere ogni tentativo di classificazione umana inutile. Pur non essendo il più potente fra questi esseri (figure come Yog-Sothoth, Azathoth, Nyarlathotep o Shub-Niggurath lo sovrastano), è certamente il più emblematico. È il volto stesso del Miti di Cthulhu (Cthulhu Mythos, termine coniato da August William Derleth, scrittore contemporaneo e amico di Lovecraft), la figura che più di ogni altra ha saputo imprimersi nell’immaginario collettivo e popolare l’incubo metafisico lovecraftiano con una forma riconoscibile. Secondo la mitologia costruita dallo scrittore di Providence, Cthulhu giace addormentato da ere indicibili nella città perduta di R’lyeh, sprofondata in un punto imprecisato degli abissi dell’Oceano Pacifico. Ma il suo sonno non è inerte né silenzioso, ma uno stato di torpore attivo, colmo di sogni e di echi mentali che si propagano attraverso lo spazio e il tempo. Cthulhu non è semplicemente addormentato: egli sogna e in quei sogni plasma l’immaginazione di coloro che riescono a captarne la presenza. Alcuni di questi individui — dotati di una sensibilità particolare e di una mente aperta (o corrotta) — sono in grado di recepire questi sogni e interpretarli come visioni sacre. È attraverso questa dimensione onirica che l’influenza del dio dormiente si estende, generando culti sotterranei e superstizioni arcane in ogni angolo del pianeta. Questi culti, spesso nascosti e ai margini della civiltà, continuano a tramandare simboli, rituali e formule appartenenti a un’epoca remota, in attesa del risveglio del loro signore. Perché, come recita la formula più celebre a lui associata: «Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn» (traducibile, più o meno, con «Nella sua dimora di R’lyeh, il morto Cthulhu attende sognando» — «In his house at R’lyeh, dead Cthulhu waits dreaming»). Origine e genealogia del mito Nella prima apparizione ufficiale di Cthulhu, all’interno del racconto Il richiamo di Cthulhu (The Call of Cthulhu), l’antropologo Francis Wayland Thurston, dopo la morte del prozio, il linguista George Gammell Angell, avvenuta in circostanze sospette, scopre lentamente l’esistenza di un culto globale che ruota intorno a un’entità dormiente, il cui ritorno potrebbe significare la fine dell’umanità. In questo testo, Lovecraft non solo presenta la creatura che darà nome a un intero suo ciclo letterario, ma inaugura una modalità narrativa peculiare: la costruzione del terrore attraverso la frammentazione documentaria. La storia non viene raccontata in modo lineare, bensì attraverso lettere, articoli di giornale, testimonianze disparate, diari e resoconti che insieme delineano un quadro inquietante ma mai del tutto nitido. Il racconto è un autentico manifesto poetico dell’orrore lovecraftiano. La paura non nasce dalla presenza manifesta del mostro, bensì dalla consapevolezza graduale e destabilizzante della sua esistenza. La figura di Cthulhu si manifesta progressivamente: all’inizio come un nome sconosciuto, poi come sogno collettivo, quindi come indizio archeologico, e infine come entità reale, testimoniata in modo fugace da un sopravvissuto naufrago. L’impatto della sua apparizione non risiede tanto nell’azione quanto nella rivelazione. È in quel momento che Lovecraft sancisce una nuova forma di orrore, non più centrata sulla minaccia immediata, ma sullo sgretolamento dell’ordine razionale. In seguito, il nome di Cthulhu ricompare in diverse altre storie, non sempre in posizione centrale, ma sempre a suggerire un orizzonte mitologico coerente e interconnesso. Racconti come Colui che sussurrava nelle tenebre (The Whisperer in Darkness, 1930) e Alle montagne della follia (At the Mountains of Madness, 1936, spesso tradotto anche come Le montagne della follia), estendono il quadro cosmico del Miti e ne ampliano l’universo narrativo, introducendo altre razze aliene, guerre cosmiche e strutture di potere al di là dello spazio e del tempo, approfondendo le relazioni tra Cthulhu e gli altri Grandi Antichi. Cthulhu, in questo mosaico, diventa un tassello fondamentale, un riferimento ricorrente che offre coesione a un intero corpus di racconti. Ma la vera potenza del mito si attiva dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1937. Il cosiddetto Ciclo di Cthulhu si trasforma progressivamente in un universo letterario espanso, arricchito da altri scrittori come (tra gli altri) August Derleth, Robert Bloch, Clark Ashton Smith, Ramsey Campbell, Neil Gaiman, Alan Moore, Brian Lumley, Robert E. Howard e Charles Stross. Alcuni mantengono intatta la visione originaria di Lovecraft, altri ne reinterpretano liberamente i temi. Quella che resta invariata è la forza archetipica di Cthulhu, una creatura che non si esaurisce in una narrazione, ma si ripresenta come simbolo transmediale dell’incomprensibile. Il volto del terrore Una delle caratteristiche più inquietanti e allo stesso tempo più affascinanti di Cthulhu risiede nella sua forma fisica, tanto mostruosa quanto impossibile da afferrare completamente. Lovecraft, fedele al suo stile volutamente elusivo e anti-descrittivo, fornisce solo scorci parziali, frammenti di visione, dettagli scomposti che concorrono a formare un’immagine più evocativa che definita. Il suo aspetto non è solo ripugnante, è cognitivamente destabilizzante e, non a caso, chi contempla la creatura rischia di perdere la ragione. Esso mina le fondamenta della percezione umana, come se la mente stessa non potesse contenere in modo coerente la visione di una simile entità. Le descrizioni più consistenti ci arrivano attraverso le statue rinvenute da cultisti o visionari, scolpite in materiali misteriosi, alieni, spesso descritti come “non appartenenti alla tavola periodica terrestre”. In queste raffigurazioni, Cthulhu appare come un essere di proporzioni colossali, vagamente antropomorfo, con un corpo coperto di scaglie, artigli affilati sia alle mani che ai piedi e ali membranose simili a quelle di un pipistrello. La sua testa, però, è ciò che più colpisce e perturba: una massa tentacolata che richiama la forma di una piovra o di un calamaro, con numerose appendici fluttuanti che ondeggiano come se fossero vive anche in stato di immobilità. Il corpo stesso sembra possedere una consistenza ambigua, a metà tra il gommoso e il viscido, come se non fosse interamente sottoposto alle leggi della materia conosciuta. I cultisti lo raffigurano come dotato di un’aura fluida, perennemente in mutazione, come se la sua forma si dissolvesse e si ricomponesse a ogni istante, in uno stato di perenne instabilità morfologica. In questo senso, più che un mostro, Cthulhu è la rappresentazione del caos incarnato, una figura che rifiuta ogni classificazione e si impone come minaccia ontologica. Non è un caso che Lovecraft lo concepisca come creatura capace di indurre pazzia con la sola apparizione. Chi ha la sfortuna di scorgerlo, anche per un istante, viene sopraffatto da un senso di annientamento interiore. Non tanto per l’orrore fisico, quanto per la realizzazione improvvisa dell’insignificanza dell’essere umano di fronte a una tale manifestazione dell’ignoto Il culto che non muore Attorno alla figura di Cthulhu ruota un culto che si protrae da tempi immemorabili e che, secondo le narrazioni lovecraftiane, non si è mai estinto del tutto. In villaggi isolati, in giungle remote, in angoli oscuri delle metropoli moderne, piccoli gruppi di devoti tramandano antichi rituali, pronunciano formule arcane e compiono sacrifici sanguinosi nella speranza di risvegliare il loro dio dormiente. Questo culto non è semplicemente una religione primitiva o un residuo folklorico, è la testimonianza vivente dell’influenza di Cthulhu sulla psiche umana. I suoi seguaci non lo venerano per amore o speranza, ma per un misto di terrore reverenziale e attrazione apocalittica. Essi bramano il ritorno di Cthulhu nonostante, o forse proprio perché, ciò significherebbe la fine della civiltà come la conosciamo. Credono che quando R’lyeh emergerà nuovamente dalle acque e il loro signore si ridesterà, il mondo precipiterà in un’epoca di caos assoluto, dove l’umanità, impazzita, danzerà e urlerà nella follia sotto cieli alieni. Il culto, secondo alcuni racconti, è guidato da individui che sembrano non invecchiare, forse protetti dal potere del dio stesso. Altre storie narrano della presenza di esseri non umani tra i ranghi dei devoti: creature come gli Abitatori del profondo (i Deep Ones)1 , ibridi anfibi che abitano le profondità marine, o i Mi-go2, entità alate provenienti da Yuggoth3, capaci di trasportare cervelli umani in contenitori metallici per viaggi interstellari. Il culto è ovunque e da nessuna parte, nascosto negli interstizi del mondo moderno, come un’infezione dormiente pronta a esplodere. Il loro grido, «Cthulhu fhtagn» (abbreviazione spesso utilizzata per il già citato «Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn») risuona ancora, sussurrato nei sogni da chi, senza saperlo, è già sotto l’influenza del dio dormiente. Un’icona (anche) della cultura pop A differenza di altre creature dell’immaginario horror (come vampiri, lupi mannari, fantasmi eccetera) Cthulhu non nasce per rappresentare un elemento folklorico, né per incarnare un conflitto morale o psicologico. La sua natura è puramente cosmica, aliena, amorale. Eppure, proprio questa radicale alterità lo ha reso una delle figure più popolari e trasversali dal XX secolo in avanti. Ci sono almeno tre motivi principali per spiegare questo sorprendente successo. 1 – L’impatto visivo Cthulhu possiede una forma immediatamente riconoscibile, che si è fissata nell’iconografia contemporanea. Il volto tentacolato, il corpo mostruoso, le ali da pipistrello, la mole sovrumana, a differenza di altre entità lovecraftiane (come Azathoth o Shub-Niggurath, spesso descritte come masse informi di materia), Cthulhu ha una fisicità coerente, una silhouette visiva che lo rende rappresentabile e replicabile. Questa qualità ha favorito la sua diffusione nelle arti visive, nel fumetto, nell’illustrazione fantasy e nella cultura pop in generale. In più, la forma di Cthulhu è estremamente duttile e può essere ritratto come entità terrificante, come creatura grottesca, oppure in chiave ironica o persino kawaii (adorabile e carino), come dimostrano le infinite versioni chibi4 e cartoon circolanti in rete. La sua versatilità estetica lo ha reso un vero meme culturale, capace di sopravvivere alla saturazione iconografica senza perdere il proprio potenziale simbolico. 2 – La risonanza con paure profonde Cthulhu incarna paure arcaiche, stratificate nella psiche collettiva. La sua dimora negli abissi oceanici richiama la paura primordiale degli spazi acquatici sconfinati e oscuri (talassofobia). La sua antichità e la sua indifferenza all’esistenza umana evocano l’angoscia esistenziale di fronte all’infinito, al tempo profondo, al vuoto cosmico. Lovecraft stesso era profondamente segnato da queste paure: la vastità dello spazio, la relatività del tempo, l’insignificanza dell’individuo di fronte al cosmo. Cthulhu, in questo senso, non è un semplice mostro, ma una proiezione narrativa del terrore filosofico, una forma di orrore che non colpisce il corpo, ma la mente e le sue certezze, facendole vacillare e sgretolare sotto il peso di concetti tanto vasti quanto inconcepibili e inarrivabili. 3 – Il potere mitopoietico del Mythos Il mito di Cthulhu è diventato, nel tempo, qualcosa di più di una sequenza di racconti. È una mitologia aperta, un universo espandibile, dove ogni autore può aggiungere frammenti, reinterpretare antichi testi, inventare nuovi culti, creature, luoghi. Questa qualità “open source” ha permesso al Mythos di evolvere con la cultura, di adattarsi a nuovi linguaggi (fumetto, cinema, giochi di ruolo, videogiochi) e di raggiungere pubblici molto diversi, dai lettori di weird fiction ai gamer. Il suo potere evocativo è cresciuto proporzionalmente alla sua esposizione: più Cthulhu veniva rappresentato, più diventava iconico; più diventava iconico, più si prestava a nuove riletture. Il risultato è una figura che sfugge ai limiti del suo creatore e diventa archetipo moderno dell’invisibile, dell’incomprensibile, dell’orrore che abita la soglia tra ciò che vediamo e ciò che non vogliamo vedere. Pubblicità del videogioco Call of Cthulhu (Cyanide, 2018/2019) Cthulhu, lo specchio del nostro abisso Nel corso del tempo, Cthulhu ha smesso di essere soltanto un personaggio dell’opera di Lovecraft per trasformarsi in qualcosa di ben più ampio: un simbolo polimorfo e persistente del perturbante moderno. È la proiezione narrativa di un orrore che non si consuma nel sangue o nella violenza, ma si sedimenta nella mente, scava nelle certezze, erode il senso del mondo. Cthulhu non è malvagio — perché in fondo non ha nemmeno una morale — ma è indifferente, e in questa indifferenza si annida il suo terrore più profondo. Il suo culto, i suoi sogni, la sua presenza sotterranea sono manifestazioni di un’angoscia che ci riguarda da vicino: l’inquietudine che nasce di fronte all’incommensurabile, alla consapevolezza che la nostra esistenza, per quanto significativa per noi, è nulla in rapporto a un universo che non conosce pietà, giustizia o finalità. Lovecraft, attraverso Cthulhu, ci parla della fragilità della ragione, della provvisorietà delle nostre convinzioni, dell’abisso che si apre non fuori da noi, ma dentro le nostre mappe cognitive. Ed è forse proprio per questo che Cthulhu continua a esercitare un fascino così duraturo. Non è una figura statica, ma una lente attraverso cui guardare il caos. È un linguaggio del mistero, un alfabeto dell’indicibile, una metafora attiva con cui le culture contemporanee misurano i propri limiti, le proprie paure e, paradossalmente, il proprio desiderio di comprendere l’incomprensibile. Cthulhu è più di un personaggio. È una metafora dell’indicibile, una maschera del caos, un modo per nominare ciò che ci sfugge. Il suo culto è l’espressione di un bisogno umano antico: dare forma al mistero, affrontare il vuoto, cercare senso nel disordine. Come tutte le grandi icone, Cthulhu ha smesso da tempo di appartenere a un solo autore. È diventato un archetipo condiviso, un simbolo dell’orrore che ci attira proprio perché non può essere pienamente spiegato. Finché ci saranno domande senza risposta, abissi che non osiamo esplorare e sogni che sfuggono alla logica, Cthulhu continuerà a dormire. E a sognare. Dentro di noi. «La vita non ha un significato o un principio guida. L’uomo non è altro che un microscopico frammento in quel cosmico ammasso di materia che è il luogo d’elezione di capricciose, incontrollabili forze naturali.» [H.P. Lovecraft] L’edizione speciale del manga Il richiamo di Cthulhu di Gou Tanabe (Ed. J-Pop, 2020) Varie pubblicazioni riguardanti Cthulhu NoteGli Abitatori del profondo (Deep Ones) sono creature create da Lovecraft. Appaiono per la prima volta nel racconto La maschera di Innsmouth (1931), ma saranno poi utilizzati anche da altri autori, come August Derleth.[↩]I Mi-go sono creature extraterrestri appartenenti alla mitologia horror creata da H. P. Lovecraft. Spesso citati nelle opere dello scrittore, fanno la loro apparizione nel racconto Colui che sussurrava nelle tenebre (1930).[↩]Yuggoth è un pianeta del Ciclo di Cthulhu[↩]Nel linguaggio colloquiale giapponese, chibi (ちび) indica una persona bassa di statura o un bambino piccolo. Il termine si è poi diffuso nel mondo dei manga e degli anime, dove ha assunto un significato più specifico: descrive uno stile grafico in cui i personaggi vengono rappresentati in versione miniaturizzata, con corpi tozzi, teste grandi e tratti infantili. Questo stile, oggi riconoscibile a colpo d’occhio, è usato per enfatizzare situazioni comiche, tenere o surreali. È molto frequente in scene umoristiche o parodiche, anche se raramente viene adottato per un’intera serie. _Chibi_ non va confuso con l’aggettivo giapponese chiisana (小さな), che significa semplicemente piccolo. In ambito pop, è diventato ormai un’espressione estetica e affettiva a sé stante.[↩] Navigazione articoli IL PIEMONTESE PADRE DELL’INDIPENDENZA DEL VENEZUELA LA EC COMICS E LA CATASTROFE DEL FUMETTO