Agli inizi, e cioè nei primi anni venti di questo secolo, le parole “Centro Intermodale” lette nei giornali locali suonavano agli oristanesi come un’espressione appartenente a qualche oscuro gergo professionale, che portava i non addetti ai lavori a pensare più a una piattaforma di lancio missilistica che a un’area riservata al parcheggio delle auto e dei pullman a ridosso di una stazione ferroviaria. A difesa di questa coraggiosa scelta lessicale c’era lo sguardo al futuro dei suoi ideatori, che esigeva una terminologia al passo con i tempi. Un bel giorno, contro ogni pronostico, ultimarono i lavori, e da progetto futuristico il Centro Intermodale divenne realtà. Il parcheggio si riempì di macchine, di pullman e di pedoni appena emersi dal sottopassaggio accompagnati dal caratteristico rotolio dei trolley. Ci ritrovammo improvvisamente nel ventunesimo secolo. Di colpo, i paesi circostanti ci sembrarono regrediti all’alba dei tempi, quando il Sardus zeddianicus si distingueva dal Sardus nuraxinieddicus dall’arcata ciliare pronunciata e dalla mandibola prominente. Oristano era saltato a piedi giunti nel futuro. Restava solo da eliminare la vecchia segnaletica: quelle indicazioni con la scritta “Stazione” o peggio ancora “Stazione ferroviaria”, che implicava un’età del ferro e della ruggine per il trasporto su rotaie. In pochi giorni i cartelli furono adeguati alla nuova realtà. Non tutti, però. Facendo un giro in macchina per la città ho notato due eccezioni. Una alla rotonda di via Solferino, l’altra all’inizio di via Tirso. Perché lasciare questi segnali obsoleti? Sono talmente immersi nella vegetazione che nessuno li vede direbbe qualcuno, tanto vale lasciarli. Può darsi. Le chiome degli alberi e le siepi traboccanti, più specializzate nei segnali di stop che nelle indicazioni stradali, conoscono bene il loro mestiere. Quando ci si mettono è impossibile vedere alcunché. Non credo neanche che si tratti di un favore ai nostalgici dei vecchi cartelli. Credo, invece, che sotto sotto, il futuro, per quanto inizialmente allettante, faccia paura e che questi cartelli rappresentino, a livello psicologico, una sorta di via di fuga, un portale per il passato. A questo dovrebbero aggrapparsi i turisti che in pochi giorni hanno visto il loro mondo cambiare, le loro convinzioni crollare e si sono ritrovati a dipendere da Google Maps o a chiedere in giro per sapere dove prendere il treno. Effetto collaterale di un mondo sempre più moderno. Ormai, la strada è segnata. La prossima tappa potrebbe essere il rebranding dell’ospedale San Martino con “Centro di Convergenza Biologica e Ripristino Funzionale”, mentre le ambulanze si potrebbero designare con l’enigmatica espressione “Unità di Flusso Sanitario” o “Modulo di intervento rapido” (Mir). E il cimitero? Forse con un asettico “Hub di sosta permanente”. Navigazione articoli Come proteggere le stampe dall’umidità e dal tempo negli album fotografici