scuola

 

L’Italia appena unificata era illetterata. Nel 1881 il 61% dei maschi ed il 74% delle femmine erano analfabeti. Lo Stato cercava di rimediare; le leggi Casati del 1859 e Coppino del 1877 avevano istituito la scuola obbligatoria e gratuita per i bambini dai 6 ai 9 anni. Solo tre classi di elementari, ma organizzare i locali, radunare gli allievi e dotarli di un insegnante era un’impresa molto difficile, specie nelle regioni del Sud.

Per questo, oltre ai maestri uomini era necessaria la presenza delle maestre, ma anche in questo campo il lavoro femminile era sottovalutato e sfruttato.

Italia Donati nasceva a Cintolese, piccolo paese presso Mosummano Terme in provincia di Pistoia. Suo padre era un artigiano che costruiva scope e spazzole. Aveva due figli, altri erano morti piccoli. Italia crescendo manifestò il desiderio di studiare per diventare maestra. Fu difficile convincere il genitore, ma alla fine, con molti sacrifici, la ragazza riuscì a ottenere il diploma. Il provveditorato la destinò pochi chilometri più lontano, a Porciano, quattro case sopra una collina.

Siamo nel 1883. Nelle campagne la scuola era vista dai più come una perdita di tempo, che toglieva alle famiglie le braccia per i campi. Di più, la donna insegnante era mal considerata perché dipendente dello Stato non sottomessa ai lavori domestici, bensì stipendiata (poco) e quindi troppo libera secondo la visione tradizionale.

Italia a Porciano aveva trovato un locale arrangiabile ad aula, ma non un’abitazione per lei. Dovette rivolgersi al notabile locale, Raffaello Torriggiani, che come sindaco di Lamporecchio aveva per legge l’incombenza dell’istruzione nel suo comune.

Torriggiani si offerse anche di ospitare l’insegnante nella sua villa di Papiano. Alcune persone del posto dimostrarono la propria meschinità, ritenendo per certo che Italia fosse diventata l’amante del sindaco.

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Italia Donati

 

Nell’estate del 1884 il magistrato di Pistoia ricevette una lettera anonima che accusava Italia di aver abortito un figlio indesiderato. Il documento era stato prodotto certamente da un avversario politico di Torriggiani, che per questo fu costretto a dimettersi. I carabinieri indagarono e accertarono la falsità delle accuse, e la Donati stessa si offriva di essere visitata per far accertare la propria verginità.

La cosa non finì lì, perché l’anno seguente arrivarono altre insinuazioni che lei fosse nuovamente incinta. La povera ragazza sprofondò sempre più nella depressione, finché la sera del 31 maggio 1886 uscì di nascosto e si recò alla roggia di un mulino ad acqua. Si gettò dentro, non sapeva nuotare e annegò.

La mattina seguente venne trovato il suo corpo a galla, e sulla riva in una tasca di un grembiule rosso un foglio scritto spiegava le ragioni del suo suicidio. Scongiurava il suo unico fratello di organizzare un’autopsia che accertasse la sua castità. La cosa fu eseguita. In un estremo atto di pudore Italia aveva chiuso l’orlo della sua gonna con delle spille da balia, perché non trovassero il suo cadavere con le gambe scoperte.

La tragedia ebbe risonanza. Gli accusatori, sbugiardati, credettero di farsi perdonare pagando il funerale, ma essendo suicida il prete della parrocchia la fece seppellire in un angolo del piccolo cimitero. Nelle sue ultime volontà la sfortunata maestrina voleva essere inumata al suo paese di origine, ma né il padre e neppure il fratello disponevano della somma necessaria.
Sembra a noi oggi una eccessiva miseria, ma negli stessi anni Carlo Collodi riferiva che il falegname Geppetto aveva venduto la sua unica casacca per comprare l’abbecedario a suo figlio Pinocchio per mandarlo a scuola. E Collodi era originario di Pescia, un paese dei dintorni.

Dovette muoversi Matilde Serao, scrittrice e giornalista che scrisse un articolo intitolato: “Come muoiono le maestre” e lanciò una sottoscrizione, che raccolse i quattrini necessari per la traslazione, e la lapide con sopra scritto: A Italia Donati, maestra municipale a Porciano, bella quanto virtuosa, costretta da ignobile persecuzione a chiedere alla morte la pace e l’attestazione della sua onestà.
Avanzeranno ancora dei soldi per l’indigente famiglia Donati.

A Torino Edmondo De Amicis aveva già pronto il testo di Cuore, che venne pubblicato a ottobre del 1886, e fu come il manifesto della scuola di stato per le classi più povere. De Amicis continuò con il Romanzo di un maestro del 1890, Amore e ginnastica del 1892 con una maestra di educazione fisica, e la maestrina degli operai del 1895, insegnante degli adulti nelle scuole serali.

L’attenzione finalmente si rivolgeva agli insegnanti e alla loro dura e malpagata missione, ma le condizioni finanziarie e morali non cambieranno. A Pavia accadranno due suicidi di maestri annegati nel fiume Ticino, uno nel 1880, l’altro nel 1979, e quest’ultimo a uccidersi fu Lucio Mastronardi, autore del racconto di denuncia Il maestro di Vigevano, diventato anche un film di Elio Petri con Alberto Sordi.

Un altro film, del regista Giancarlo Zagni nel 1966, Testadirapa, riprende la storia di una maestrina in Toscana nell’800 (probabilmente in Maremma, poiché si vedono i butteri). In forma di “musicarello” interpretato dalla cantante Gigliola Cinquetti, racconta la prima esperienza di insegnamento di Angelina, giovane maestra. Il cocciuto e retrivo contadino Testadirapa entra in classe e strappa via dal banco il proprio figlio Gosto. Arrestato dai carabinieri, Testadirapa viene condannato a sei mesi di prigione. Allora Angelina prende con sé il ragazzino ormai solo, e con dolcezza ed affetto lo porta a fargli amare la scuola.

Tuttavia l’ostilità verso di lei non si attenua. I genitori impongono ai loro figli di non rispondere alle domande di un ispettore del ministero della pubblica istruzione. Angelina è nei guai, perché sembra incapace di insegnare. A questo punto però Gosto salta su e risponde esattamente a tutti i quesiti, dimostrando il buon mestiere della maestra. Al ritorno di Testadirapa, Gosto è istruito e conosce molte più cose di suo padre, che così si convince della bontà della scuola e vorrà istruirsi pure lui.

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