La parola “pulp” viene dalla polpa di legno (wood pulp), dalla quale si ricavava la carta economica con cui, tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento, venivano stampate le riviste di racconti popolari negli Stati Uniti. Erano riviste a basso costo con storie d’avventura, gialli, horror, fantascienza e western. Il fatto che fossero riviste economiche e popolari attirava un determinato pubblico, non era quello dei romanzi d’appendice o dei feuilleton ottocenteschi, ma ci andava vicino. Un racconto pubblicato su una rivista economica che doveva vendere tanto e in fretta doveva necessariamente avere uno stile diretto, veloce e pieno di azione. Pur se trassero ispirazione da Edgar Allan Poe e da Arthur Conan Doyle, gli scrittori delle pulp non ebbero mai lo stile ricercato, atmosferico e psicologico di Poe o quello logico, deduttivo e positivista di Conan Doyle. Adottarono uno stile più rapido e colloquiale, meno complesso e più legato al parlato. Mentre il romanzo di fine ottocento era legato al pensiero, le pulp di inizio Novecento puntavano tutto sull’azione. Se quindi l’arma principale di Sherlock Holmes era il suo cervello, i detective hard boiled che spopolavano su riviste pulp come Blak Mask si trovavano più a loro agio con pugni e pistole. Questi ultimi detective non passavano molto del loro tempo ad analizzare indizi in silenzio, ma entravano in un locale, prendevano a pugni qualcuno, tiravano fuori la pistola e lo interrogavano con brutalità. La Prima guerra mondiale aveva cambiato le carte in tavola. Prima, nell’epoca di Sherlock Holmes, c’era fiducia nel progresso, nella scienza, nella logica e nell’ordine sociale. Holmes funzionava perché il mondo, per quanto potesse apparire misterioso, era sempre razionalmente spiegabile. Dopo la guerra e i milioni di morti era arrivato il proibizionismo che rese le città americane più violente e fece crescere la criminalità organizzata. In un mondo così caotico e corrotto un detective che sopravvive usando pugni, cinismo e pragmatismo aveva più senso di uno che spiegava tutto con la deduzione scientifica. Le riviste che costavano poco, erano quindi piene di azione e usavano un linguaggio semplice, non erano appannaggio della élite colta ma di operai, impiegati, e giovani che potevano permettersi di leggerle. Le pulp cambiarono irrevocabilmente il rapporto tra letteratura e mercato. A questo punto dovremmo chiederci se le riviste pulp abbiano davvero creato dal nulla la cosiddetta cultura popolare o abbiano semplicemente amplificato e strutturato qualcosa di già esistente. Prima delle pulp esistevano già storie popolari, le pulp hanno prodotto storie in modo industriale, creato personaggi seriali, standardizzato i generi (horror, detective, sci-fi) raggiungendo così un pubblico enorme. Il modo di raccontare però rimaneva fondamentalmente lo stesso dai tempi di Omero. L’epica di Omero come le pulp ha un eroe centrale, prove di coraggio e scontri, violenza, colpi di scena e figure “archetipiche”. Solo il modo di produzione e di consumo delle storie cambia radicalmente nel Novecento. Nell’epoca di Omero, i finanziatori dei racconti erano una comunità, un aristocratico, o una corte. Ai tempi delle pulp chi paga lo scrittore è l’editore. Con le pulp si sviluppa grandemente la stampa industriale, la distribuzione nazionale, il metodo di pagare gli scrittori a parola, la concorrenza tra riviste e la necessità di vendere ogni mese. Il racconto entra dunque in un sistema di produzione seriale, che lo rende standardizzato e orientato al consumo rapido. La forza archetipica dei racconti rimane comunque intatta. Modelli universali di personaggi si ripetono, esistono strutture narrative ricorrenti, simboli antichi continuano a parlare all’inconscio. L’Ulisse omerico e un detective pulp degli anni Trenta sono apparentemente mondi lontanissimi, ma entrambi affrontano pericoli, attraversano uno spazio ostile, devono usare astuzia, incarnano una forma di resilienza. Sì, l’archetipo sopravvive. Lo spazio del mito rimane dunque intatto, ma di quale spazio stiamo parlando? Lo spazio simbolico? (lotta bene/male, prova iniziatica…). Lo spazio narrativo? (viaggio, discesa negli inferi…). Oppure lo spazio sacro, separato dal quotidiano? Nel mito classico lo spazio è separato, straordinario, pieno di mostri e dèi. Nelle pulp lo spazio è urbano, corrotto, realistico. Il detective che cammina in una città notturna e violenta non sta forse attraversando una versione moderna dell’Ade? Allora il mito più che restare “intatto” viene trasformato. Tarzan, Conan the Barbarian, John Carter di Marte sono tutti personaggi nati nelle pulp americane. Questi personaggi vivono in spazi “dell’altrove” (giungla primordiale, età barbarica, pianeti esotici), combattono mostri o civiltà decadenti, incarnano forza, coraggio, istinto. Sembrano molto più vicini all’epica antica rispetto al detective urbano hard-boiled. Le pulp avventurose e fantastiche compiono un recupero quasi mitico dell’eroe primordiale. Tarzan è un eroe moderno o un ritorno all’archetipo originario? Tarzan più che un mito condiviso è una fuga dalla realtà. Ma è una fuga psicologica del lettore? Una fuga ideologica (via dalla modernità industriale)? Oppure la costruzione di un mondo alternativo? Tarzan, creato da Edgar Rice Burroughs, nasce nel 1912, in piena modernità industriale. C’è da chiedersi come mai In un mondo fatto di fabbriche, città affollate, burocrazia e guerra industriale, un uomo nudo nella giungla, forte, libero, autosufficiente diventa così affascinante. Tarzan non può essere considerato solo evasione, contiene in sé anche una critica al mondo moderno. Ma in che senso? Critica morale? (la civiltà è corrotta). Critica sociale? (la modernità indebolisce l’uomo). Critica tecnologica? (la macchina distrugge l’istinto). Se Tarzan rappresenta la superiorità della natura rispetto alla civiltà, questa è solo una critica oppure è anche un mito compensatorio per una società che si percepisce come decadente? Il mito di Tarzan prende forma quando comincia a declinare il mito della frontiera, del Far West. Quando si comincia a percepire la fine dello spazio geografico inesplorato è la fine di un modello di uomo? Oppure la fine di un’illusione nazionale? Nel 1893 lo storico Frederick Jackson Turner parla di “chiusura della frontiera”. La frontiera aveva formato l’identità americana fatta di individualismo, forza e autonomia. Se lo spazio selvaggio scompare cosa succede al mito dell’uomo autosufficiente? Ecco allora che la giungla di Tarzan può essere interpretata come l’ultimo surrogato possibile della frontiera. Non è più la vera frontiera, è una sua ricostruzione immaginaria. Perché serve un surrogato? La frontiera storica era legata all’espansione territoriale, alla conquista, alla costruzione dello Stato. Tarzan invece vive in uno spazio eterno, senza Stato, senza progresso, senza fine. La frontiera reale finisce. La giungla di Tarzan no. Chiediamoci dunque se le pulp conservano il mito, oppure lo trasformano in fantasia compensativa permanente. Quella che per i lettori fu una fantasia compensativa per gli scrittori fu un’immersione nella nostalgia. Ma queste due cose sono davvero separate oppure si alimentano a vicenda? Pensiamo a Edgar Rice Burroughs, viveva in un’America già industriale, urbana, burocratica: probabilmente provava nostalgia per uno spazio perduto e scrisse qualcosa che intercettò un bisogno simile nei lettori. Ma non era solo nostalgia. Non era solo compensazione. Era la produzione industriale di un mito che si stava aggiornando alla modernità. Si trattava nella sua essenza di un mito autentico e necessario. Ma necessario per cosa? Per l’equilibrio psicologico individuale? Per l’identità collettiva? Per compensare una perdita storica? Per alimentare un mercato? Nel mito antico il racconto serviva a:spiegare il mondo, a dare modelli di comportamento e a rafforzare l’identità collettiva. Tarzan non spiega il cosmo. Non fonda una città. Riorganizza simbolicamente il desiderio individuale dell’uomo moderno. Attorno al fenomeno pulp si coagula ben presto una sorta di patrimonio condiviso del Novecento. Ma in cosa consiste? Qual è la differenza rispetto al mito antico? Con Personaggi come Tarzan e Conan il Barbaro il mito pulp non sostituisce il mito antico, ma lo riformula dentro la logica della trasformazione creando figure archetipiche che diventano parte integrante della pop culture attraverso la diffusione di massa. Dopo aver dominato il mercato negli anni Venti e Trenta, le pulp iniziano a declinare quando compaiono all’orizzonte nuovi media come i comic book e il cinema sonoro, che permettevano di “vedere” l’azione oltre a leggerla. Nel secondo dopoguerra (anni Quaranta e Cinquanta) il tempo libero aumenta e i nuovi media, che richiedono meno concentrazione individuale e offrono un’esperienza più immersiva, finiscono per prendere il sopravvento. Con il fumetto lo stesso immaginario delle pulp cambia forma. Tarzan nasce nelle pulp, poi diventa cinema, poi fumetto, poi serialità continua. Il contenuto di base (eroe primordiale, giungla, lotta) resta, e il mezzo cambia. Le pulp non muoiono, si trasformano dentro altri media. Più che un declino è una metamorfosi. All’inizio i generi delle pulp vengono effettivamente trasferiti quasi “intatti” nel cinema e nei fumetti. Ma ogni mezzo ha una grammatica sua propria, un diverso rapporto con lo spettatore e una diversa economia produttiva. Quindi non dovremmo parlare di semplice trasporto, ma piuttosto di ricodifica. Quando un genere passa da testo a immagine sequenziale o in movimento non può restare davvero identico. Il fumetto e il cinema danno vita anche a generi autonomi apparentemente non mutuati dalle pulp. Questi nuovi generi però non nascono da zero, nascono dall’incontro tra le pulp e le specificità dei nuovi mezzi. Sia il fumetto sia il cinema potevano fare qualcosa che la pulp non poteva fare. Le pulp fondarono l’immaginario moderno, ma cinema e fumetto lo espansero creando forme autonome. La fruizione dei contenuti sembra diventare sempre più visiva. Si configura una sequenza dove la pulp offre un testo e una copertina illustrata, il fumetto un testo con immagini integrate, il cinema immagini in movimento e suono, la televisione immagine continua nello spazio domestico. Se confrontiamo fumetto e serie Tv abbiamo lettura individuale e ritmo controllato dal lettore contro narrazione audiovisiva e ritmo controllato dal montaggio. Quale dei due richiede il maggiore investimento produttivo? E quale dei due ha la maggiore diffusione globale immediata? Le serie Tv non hanno inventato qualcosa di nuovo, hanno solo potenziato la serialità che era già tipica delle pulp e poi dei fumetti. Si dice che rispetto alle serie Tv il fumetto sia oggi perdente. Ma cosa perde? Forse centralità economica? Prestigio culturale? Forse deve rivedere la sua stessa funzione? Il fumetto può cedere la sua funzione ai nuovi media solo se trova per sé nuove funzioni. Ma quale era la funzione principale del fumetto nel Novecento? Fornire un immaginario avventuroso? Creare serialità popolare? Offrire evasione a basso costo? Sperimentare linguaggi visivi? E dove deve spingersi il fumetto per trovare nuove funzioni? Verso una maggiore libertà autoriale? Verso una sperimentazione grafica radicale? Verso una narrazione più intima e personale? Se vuole sopravvivere forse il fumetto deve concentrarsi su quello che è impossibile da replicare completamente in una serie Tv. Una serie Tv non può fermare il tempo su una pagina, far convivere simultaneamente più momenti nella stessa pagina, usare il bianco della pagina come silenzio o trasformare la gabbia in significato. Il futuro del fumetto sembra essere nella nicchia, anche se la sinergia con i social media potrebbe aprire spazi nuovi. Quando parliamo di nicchia parliamo di meno pubblico, ma più qualità? Meno centralità culturale? Maggiore specializzazione? Oggi succedono due cose contemporaneamente: il graphic novel diventa oggetto culturale raffinato (festival, librerie specializzate), mentre il webcomic e il formato verticale (tipo Webtoon) acquisiscono sempre nuovi spazi su internet. Forse il fumetto non diventerà solo “nicchia”, ma si biforcherà e l’alta sperimentazione autoriale conviverà con una produzione seriale digitale integrata nei social. E lo spirito delle pulp non morirà mai. Navigazione articoli Il BIDET NATO E ABOLITO IN FRANCIA BIBIANA, GLI ARIANI, LA FRUSTA E LA COLONNA MAGICA