Telefonate troncate, parcheggi miracolosi, colazioni mai finite e appuntamenti senza indirizzo: breve viaggio in quell’universo parallelo dove la vita quotidiana funziona molto meglio della nostra.



Piccole assurdità della vita sullo schermo

C’è una cosa che il cinema, dopo più di un secolo di onorata carriera, non ha ancora imparato a fare: dire «ciao».

Non parliamo dei grandi addii, naturalmente. Quelli gli riescono benissimo. Il cinema sa salutare un amante in partenza sotto la pioggia, un soldato che sale su un treno, un astronauta destinato a perdersi oltre Saturno, un padre morente, un cane fedele, perfino un robot che ha appena scoperto di possedere qualcosa di molto simile a un’anima. Quando vuole, sa trasformare un commiato in dodici minuti di musica, primi piani, controluce e fazzoletti in sala.
È nelle telefonate normali che perde completamente le buone maniere.
Due personaggi parlano. Si scambiano informazioni essenziali. Uno dice: «Ho trovato qualcosa. Devi venire subito». L’altro risponde: «Arrivo».
E riattacca.
Fine.
Niente «ciao». Niente «a dopo». Niente «va bene, ci vediamo lì». Nemmeno quel «ok, ciao» pronunciato già mentre il pollice cerca il tasto rosso, forma minima di civiltà che perfino noi, esseri umani imperfetti, frettolosi e spesso irritati, riusciamo generalmente a concederci.
Al cinema no. Al cinema si riattacca in faccia e basta.
E nessuno si offende.


Il mistero del telefono senza buone maniere

Provate a comportarvi così nella vita reale. Chiamate un amico, chiedetegli se ha voglia di bere qualcosa, concordate il locale e poi, appena ottenuta l’informazione necessaria, interrompete la comunicazione senza salutare.
Dopo pochi secondi, riceverete probabilmente un messaggio:
«Tutto bene?»
Perché nella vita reale una telefonata troncata bruscamente segnala almeno una delle seguenti possibilità: siete arrabbiati, è caduta la linea, vi hanno rapito, avete avuto un malore oppure siete diventati improvvisamente insopportabili.

Nel cinema, invece, è normale.
Il detective chiama il collega: «Controlla i tabulati del 14 marzo».
Riattacca.
Il collega non pensa: «Ma guarda questo str… maleducato». Si mette a controllare i tabulati.
La moglie chiama il marito: «La cena è alle otto».
Riattacca.
Il marito non richiama per chiedere se sia successo qualcosa. Guarda l’orologio con aria preoccupata.
Il presidente degli Stati Uniti riceve la notizia che un meteorite grande quanto il Belgio sta puntando verso la Terra. Dice: «Convocate i capi di Stato maggiore».
E riattacca.
Nemmeno davanti alla fine del mondo qualcuno trova il tempo per un «grazie».
Beh, in effetti quello ci può anche stare (specialmente ora), ma è solo un caso…

La spiegazione, naturalmente, è semplice: i saluti non fanno avanzare la storia. Sono tempi morti. E il cinema, che può dedicare quattro minuti a un uomo che cammina lentamente verso una porta perché dietro quella porta forse c’è un assassino, considera evidentemente intollerabile perdere due secondi per una formula di cortesia.
È una questione di economia narrativa. Solo che, a forza di vederlo, non ce ne accorgiamo più. Abbiamo accettato l’esistenza di un universo parallelo in cui tutti possiedono telefoni, spesso costosissimi, ma nessuno ha ricevuto un’educazione.

E il telefono è soltanto l’inizio.


Ci vediamo dopo. Dove? Quando? Dettagli please…

Un’altra meraviglia della vita cinematografica è la straordinaria capacità dei personaggi di organizzarsi senza fornire informazioni.

«Dobbiamo parlare.»
«Si, ma non qui.»
«Ci vediamo stasera.»
«D’accordo.»
Perfetto…
Ma dove?
A che ora?
Chi prenota?
Niente. La scena finisce e, qualche minuto dopo, i due sono seduti allo stesso tavolo nello stesso ristorante, come se una forza superiore avesse completato automaticamente i dettagli mancanti.

Nella vita reale, anche solo organizzare un aperitivo fra quattro adulti richiede una commissione parlamentare. Si apre una chat. Qualcuno propone venerdì. Uno non può. Si passa a giovedì. Un altro visualizza e non risponde. Il terzo chiede «zona?». Parte una discussione sul parcheggio. Una persona suggerisce un locale che ha chiuso nel 2021. Qualcuno manda un vocale di tre minuti che nessuno ascolta fino in fondo. Dopo trentasette messaggi si decide di aggiornarsi la settimana successiva.
Al cinema basta un «Alle otto.»
E tutti sanno dove.

Forse è questo il vero elemento fantascientifico di gran parte della produzione mondiale. Non le astronavi, non i viaggi nel tempo, non gli universi paralleli, ma la possibilità che delle persone adulte riescano a cenare insieme senza creare un sondaggio.
Lo stesso principio vale per gli appuntamenti romantici. «Passo a prenderti alle otto», dice lui.
Ma dove abita lei?
Non importa. Lo sa (manco fosse Chuck Norris: lui si che sapeva e poteva tutto, ma questa è un’altra storia).
Va bene, forse glielo ha comunicato in una scena tagliata. O forse esiste un gigantesco archivio segreto degli indirizzi sentimentali. Oppure, più semplicemente, il cinema ritiene che chiedere «mi mandi la posizione?» distrugga irrimediabilmente l’erotismo.
Ok, su questo, bisogna ammetterlo, potrebbe avere ragione.


Il parcheggio davanti alla porta

I personaggi dei film possiedono un altro superpotere che nessuna saga di supereroi ha mai avuto il coraggio di affrontare seriamente: trovano parcheggio.
Sempre.
Ovunque.
Devono andare in tribunale?
Parcheggio davanti all’ingresso.
Devono raggiungere un ristorante in centro il sabato sera?
Parcheggio davanti all’ingresso.
Devono correre in ospedale durante un’emergenza?
Parcheggio davanti all’ingresso (tra le ambulanze e nessuno dice nulla).
Devono incontrare clandestinamente un informatore in una delle zone più affollate di New York City.
C’è un posto libero che aspetta proprio loro.
Nessuno gira per venticinque minuti. Nessuno abbassa il finestrino per chiedere: «Scusi, sta uscendo?». Nessuno vede un posto, mette la freccia per poi scoprire che dentro c’è una Smart. Nessuno litiga con una colonnina, un parchimetro o un’app sul cellulare che pretende una password dimenticata tre anni prima.
Soprattutto, nessuno arriva a un appuntamento furioso dicendo: «Sono qui da mezz’ora, ho lasciato la macchina a due chilometri».
E, ovviamente, nessuno deve fare manovra ma, semplicemente, entra nel senso di marcia, si ferma e scende (di solito senza chiudere la macchina, che tanto chi la ruba!?).
Il cinema elimina il parcheggio per lo stesso motivo per cui elimina i saluti telefonici: non serve alla storia. Ma questa spiegazione razionale non rende meno impressionante il fenomeno. In certi film ambientati a New York, trovare posto sembra più facile che davanti a una farmacia di provincia alle dieci del mattino.

Poi c’è la questione delle automobili, che nei film partono quasi sempre al primo colpo, tranne quando il protagonista è inseguito da un assassino. In quel caso, improvvisamente, il motore riscopre la propria complessità meccanica.
La batteria cede.
La chiave non gira.
Il cambio si blocca.
Il motore tossisce.
È interessante osservare come un’automobile cinematografica possa attraversare il deserto, sfondare tre cancelli, perdere una portiera, saltare da un ponte e continuare a funzionare imperterrita, ma diventi inutilizzabile se a trenta metri di distanza c’è qualcuno con una motosega che (indovinate un po’?) cerca proprio chi è al volante.


Camerieri, conti e caffè che nessuno beve

Anche mangiare, sullo schermo, è un’attività molto diversa da quella praticata dagli esseri umani.
Nei film si ordina moltissimo e si consuma pochissimo.
Due persone entrano in un ristorante. Si siedono. Ordinano. Arriva il cibo.
A quel punto una delle due rivela di avere un amante, un tumore, un figlio segreto, un incarico della CIA o tutte e quattro le cose contemporaneamente.
L’altra si alza sconvolta e se ne va.
Ehi, e il conto?
Problema del ristorante.
A volte qualcuno lascia qualche banconota sul tavolo, gesto elegante che presuppone due circostanze (assai) rarissime: conoscere già l’importo e avere casualmente in tasca la cifra adeguata.

Il caffè cinematografico meriterebbe poi uno studio autonomo.
Viene ordinato, versato, portato al tavolo e quasi mai bevuto. Serve per tenere le mani occupate mentre si parla. È un oggetto di scena liquido.
Nei polizieschi americani, poi, il caffè sembra possedere proprietà farmacologiche sconosciute alla scienza. Il detective ne beve quantità che nella vita reale richiederebbero un consulto cardiologico, ma lui no, ha solo un po’ di acidità di stomaco (e qui entrano in scena le immancabili pastiglie nel barattolo, che il nostro inghiotte come fossero caramelle).

Ancora più straordinarie sono le colazioni familiari. La madre si sveglia evidentemente alle quattro e mezza del mattino per preparare uova, pancetta, pancake, succo d’arancia, latte, cereali, pane tostato e frutta fresca. Il figlio adolescente scende le scale, afferra una fetta di pane e dice:
«Sono in ritardo.»
La madre sorride.
Il padre, intanto, legge il giornale. Un giornale di carta, aperto sul tavolo, mentre tutti gli altri corrono. Poi guarda l’orologio, beve un sorso di caffè e scopre improvvisamente che, anche lui, è in ritardo.
La madre sorride.
Nessuno, in quella casa, sembra avere mai considerato l’acquisto di una sveglia.
Nella vita reale, dopo avere cucinato per novanta minuti (almeno), probabilmente tirerebbe dietro il tostapane a chiunque le passasse sotto tiro.


Le porte non si chiudono, le scarpe non esistono

Il cinema ha un rapporto molto rilassato anche con le porte.
I personaggi entrano in casa e raramente chiudono a chiave. A volte non chiudono nemmeno la porta. Soprattutto nei thriller, o negli horror, dove sarebbe ancora più consigliabile farlo.
Una donna sa che qualcuno la sta seguendo. Corre a casa. Entra. Si appoggia alla porta ansimando e… basta.
Stop. Tutto qui.
Non gira la chiave.
Non mette la catena.
Non sposta un mobile per bloccarla, quella dannata porta.
Evidentemente considera sufficiente il concetto astratto di essere dentro casa.
E negli horror la situazione peggiora, perché se in casa si sente un rumore, nessuno accende tutte le luci e chiama un vicino. Il personaggio prende una torcia (che funziona male) e va a controllare.
«C’è qualcuno?»
Questa domanda viene pronunciata regolarmente in abitazioni dove, con ogni probabilità, c’è qualcuno.
Non è chiaro quale risposta si aspetti.
Forse l’assassino dovrebbe dire: «Sì, sono in cucina».
Forse il demone dell’oltretomba (o il serial killer) di turno dovrebbe avere la buona creanza di presentarsi… prima (e in effetti, un po’ di cortesia da parte di chi, più o meno malamente, sta per spedirti all’altro mondo, o anche peggio, ci starebbe pure…).

Ancora più curioso è il rapporto con le scarpe. Nei film, quando qualcuno arriva a casa stanco, spesso si butta sul letto completamente vestito. Con le scarpe.
Un essere umano che ha camminato per ore nelle strade di una grande città, che ha corso la maratona di New York, o semplicemente che ha passato la giornata a lavorare, entra in camera e appoggia direttamente le suole delle sue scarpe sul copriletto.
Questo, più di qualsiasi possessione demoniaca, è il momento in cui il pubblico dovrebbe urlare.


Il bagno: ultima frontiera del realismo

I personaggi cinematografici non vanno quasi mai in bagno.
Possiamo seguirli per giorni attraverso continenti, combattere guerre, bere litri di caffè (ma non ordinati al bar, ricordate?), partecipare a ricevimenti, fuggire da dinosauri, indagare su serial killer e affrontare demoni provenienti dall’oltretomba o dall’iperspazio (fate voi), ma niente, il corpo umano, una volta entrato in una sceneggiatura, acquisisce una sorprendente autonomia.
Il bagno compare soltanto se deve succedere qualcosa. Una conversazione davanti allo specchio. Una gravidanza scoperta. Una droga assunta di nascosto. Un assassino dietro la tenda della doccia. Ma mai una normale necessità fisiologica.

Il principio è sempre lo stesso: ciò che non produce racconto scompare.
Nessuno vuole vedere James Bond cercare disperatamente un bagno pubblico mentre pedina un agente russo. E nessuno pretende che Indiana Jones interrompa la ricerca dell’Arca dell’Alleanza per esigenze intestinali.

Eppure, è proprio (anche) questa eliminazione sistematica del banale a creare quella strana realtà alternativa che chiamiamo cinema. Un mondo quasi identico al nostro, solo più efficiente.
Più pulito.
Più rapido.
Con meno tempi morti e più esplosioni.
Ma, soprattutto, con molti (molti) più parcheggi.


Nessuno dice mai «come?»

C’è poi un’altra differenza fondamentale fra la vita e il cinema: nei film le persone si sentono.
Sempre.
Un personaggio sussurra una frase dall’altra parte di una stanza affollata e l’interlocutore capisce perfettamente. Due persone parlano in automobile con i finestrini aperti e nessuno dice «non ho capito». In discoteca, fra musica e centinaia di persone, si scambiano informazioni decisive per la trama.
Nella vita reale:
«Ci vediamo alle otto.»
«Alle nove?»
«No, alle otto.»
«Dove?»
«Ho detto alle otto.»
«Sì, ho capito, ma dove?»
«Da Marco.»
«Quale Marco?»
Questa conversazione, perfettamente normale, al cinema durerebbe troppo e farebbe sembrare i personaggi meno brillanti. Quindi viene abolita. Via. Out.
Nessuno chiede di ripetere.
Nessuno finge di avere capito per imbarazzo e scopre tre ore dopo di avere accettato un appuntamento dal dentista.
Nessuno fraintende una parola, a meno che il fraintendimento non serva alla trama, chiaramente. Allora li si può anche essere soli e in un luogo silenzioso, che non si capirebbe comunque nulla.
I personaggi cinematografici possiedono un udito selettivo straordinario. Sentono un sussurro a venti metri, ma non percepiscono l’assassino che cammina alle loro spalle.
Mai.


La vita senza tempi morti

Naturalmente potremmo continuare.
Nei film le password vengono indovinate al terzo tentativo. Le valigie sono leggerissime. I neonati piangono solo quando è narrativamente opportuno. I taxi compaiono alzando un braccio (ma ci avete mai provato?). Le persone ricordano numeri di telefono lunghissimi dopo averli visti una volta. Nessuno cerca per dieci minuti gli occhiali che ha sulla testa. Le stampanti funzionano. Le riunioni iniziano puntuali. I computer non chiedono aggiornamenti proprio quando hai fretta.
E quasi nessuno, mai, perde tempo a cercare il telecomando.

La ragione di tutto questo non è che il cinema non sappia imitare la vita perché non la conosce. È il contrario. La conosce fin troppo bene e sa esattamente quali parti eliminare.
La vita quotidiana è composta in gran parte da attese, ripetizioni, esitazioni, piccoli errori, convenevoli, tentativi falliti e oggetti messi nel posto sbagliato. Diciamo «ciao» al telefono. Chiediamo «dove?» per gli appuntamenti. Richiamiamo perché abbiamo dimenticato di chiedere l’ora. Torniamo indietro perché non ricordiamo se abbiamo chiuso la porta. Cerchiamo parcheggio. Aspettiamo il conto. Controlliamo tre volte di avere le chiavi. Ci alziamo dal divano, andiamo in un’altra stanza e dimentichiamo perché.
Ecco, il cinema tutto questo lo sa e lo butta via.
Non perché sia falso, ma perché è troppo vero.
Ed è qui che si nasconde il trucco: un film non ci mostra la vita come dovrebbe essere, ci mostra una vita dalla quale qualcuno ha eliminato l’attrito.
Nessuna attesa inutile, nessun saluto superfluo, nessuna ricerca delle chiavi, nessuna discussione su chi debba pagare il conto. Perfino gli inconvenienti, quando arrivano, hanno uno scopo.
Se l’auto non parte, c’è un assassino. Se il telefono squilla, la chiamata è importante. Se qualcuno bussa alla porta, conviene preoccuparsi.
Nella vita reale, invece, l’auto non parte perché la batteria è vecchia. Il telefono squilla perché vogliono venderci un nuovo contratto telefonico. E alla porta c’è il corriere che sostiene di non aver trovato nessuno il giorno prima, quando eravamo in casa.
Forse è per questo che non ci accorgiamo più di certe assurdità. Abbiamo imparato la grammatica dello schermo. E l’apprezziamo. La invidiamo pure. Sappiamo che quando un personaggio dice «ci vediamo stasera» non serve conoscere il luogo. Sappiamo che il detective può riattaccare senza salutare. Sappiamo che il protagonista troverà parcheggio. Sappiamo che nessuno finirà quella colazione.
E accettiamo tutto.
Poi il film finisce. Torniamo alla nostra vita, prendiamo il telefono e chiamiamo qualcuno.
Parliamo.
Ripetiamo l’indirizzo.
Chiediamo l’ora.
Ci accordiamo.
Diciamo «va bene».
Diciamo «allora ci sentiamo».
Diciamo «ciao».
Poi restiamo entrambi in linea per altri tre secondi, perché nessuno dei due ha capito chi dovrebbe riattaccare per primo.
In quel momento, bisogna riconoscerlo, il cinema sembra davvero una grande invenzione.

E in effetti lo è!
Non dubitatene mai.

4 pensiero su “NEI FILM NESSUNO SALUTA PRIMA DI RIATTACCARE”
  1. Bell’articolo. C’è solo una cosa che manca: l’uso smodato di “drink” di ogni tipo (ma sempre alcolici) da parte di determinati personaggi, di solito quelli “alla moda”, e in determinati posti, di solito alberghi o resort di lusso, e questo tutti i giorni a tutte le ore senza che sopraggiungano gravi problemi di salute. Al massimo qualche comportamento un po’ “alterato”, ma dopo qualche ora tutto è a posto e si ricomincia, a pranzo, a cena, spesso anche a colazione e così tutti i giorni. E tutti scoppiano di salute, sempre.
    “White Lotus”, per esempio, è una serie (ottima) in cui questa situazione è particolarmente evidente.

  2. Chi spesso infrange queste “regole” e’ Tarantino. Abbiamo visto Travolta sul wc, abbiamo sentito le iene disquisire di conti e mance, abbiamo sentito dialoghi che non c’entrano nulla con la trama. Lo adoro.

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