Con la mia amica Iaia parlo del fumetto argentino. Le mie domande, tutte brevi, sono in corsivo.

– Quando in Italia esce Lanciostory si dice che il fumetto argentino è già in crisi… è veramente così o in crsi è solo il fumetto “impegnato”, mentre quello mainstream vende sempre bene…

Bisogna fare una distinzione importante: dire che quando arriva Lanciostory il fumetto argentino è «già in crisi» è vero solo se per crisi intendiamo la crisi della grande industria editoriale argentina, non la crisi del fumetto argentino in quanto tale. E soprattutto non significa che il fumetto popolare, d’avventura, fantastico o seriale non vendesse più.

Quando Lanciostory debutta in Italia, nell’aprile 1975, l’Argentina non è affatto un paese nel quale il fumetto sia diventato marginale. Al contrario, siamo ancora dentro una fase di straordinaria produttività. Lanciostory nasce proprio intercettando quella macchina industriale: pubblica autori e serie provenienti in larga misura dalle grandi case argentine e li porta davanti a un pubblico italiano che, fino a quel momento, li conosce relativamente poco. Il primo numero ufficiale è del 21 aprile 1975.

Il punto è che la grande stagione dell’industria argentina era già alle spalle. Gli studi sulla storia dell’historieta collocano il tramonto della prima «epoca d’oro» molto prima degli anni Settanta: crisi economiche ricorrenti, concorrenza del materiale straniero, televisione e progressiva emigrazione degli autori verso i mercati europei avevano già indebolito il sistema. Ma questo non aveva prodotto un’immediata scomparsa del fumetto popolare. Anzi, negli anni Settanta succede qualcosa di apparentemente paradossale. Le grandi industrie sono più fragili rispetto al passato, ma alcune testate continuano a vendere moltissimo. La Editorial Columba, per esempio, con D’Artagnan, El Tony, Intervalo, Fantasía e poi Nippur Magnum, rimane un gigante dell’edicola. Tra il 1970 e il 1975 D’Artagnan arrivava a circa 240.000 copie quindicinali: non esattamente il segnale di un pubblico che ha smesso di leggere fumetti.

E qui arriviamo alla tua intuizione: non era affatto il fumetto mainstream ad essere necessariamente in crisi. Il problema era più profondo e riguardava il modello industriale che lo produceva.

La cosa interessante è che Columba e Récord, le due grandi macchine dell’historieta argentina degli anni Settanta e Ottanta, vendevano soprattutto fumetto popolare: avventura, guerra, western, fantasy, fantascienza, poliziesco, erotico, storico. Nippur de Lagash, Dago, Gilgamesh, Savarese, Mark, Dennis Martin, Yor eccetera non erano prodotti pensati per una piccola élite intellettuale. Erano fumetti concepiti per il grande pubblico.

Robin Wood è forse il caso più spettacolare. Il suo metodo di lavoro era quasi industriale: arrivò a scrivere contemporaneamente una quantità enorme di serie e costruì decine di personaggi. La sua popolarità contribuì enormemente al successo commerciale di Columba.

E infatti è significativo che proprio questo tipo di fumetto sia diventato uno dei grandi patrimoni di Lanciostory. Non è un caso che, quarant’anni dopo, nel 2015, Editoriale Aurea abbia lanciato Lanciostory Maxi dichiarando esplicitamente l’intenzione di recuperare «i grandi autori e i grandi fumetti» dei primi quarant’anni della testata: Trillo, Mandrafina, Zanotto, Mazzitelli e altri.

Quindi bisogna stare attenti anche all’equazione «fumetto argentino = Oesterheld = fumetto impegnato». È una prospettiva molto influenzata dalla storia critica successiva. Oesterheld è naturalmente fondamentale, e L’Eternauta è diventato uno dei grandi monumenti della cultura fumettistica argentina. Ma il mercato che alimentava le grandi tirature era enormemente più vasto e comprendeva soprattutto intrattenimento popolare.

Anzi, c’è una curiosa ironia: alcuni degli stessi autori che oggi vengono recuperati come autori di culto erano, all’epoca, professionisti di una gigantesca industria commerciale. Il confine fra «fumetto d’autore» e «fumetto popolare» era molto meno netto di quanto possa sembrare guardando la storia del fumetto con gli occhi di oggi.

La vera frattura arriva soprattutto più avanti, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. L’iperinflazione del 1989-90, poi la convertibilità e l’apertura alle importazioni cambiano radicalmente l’economia del settore. Le grandi case argentine si trovano a competere con prodotti stranieri stampati meglio e, in determinate condizioni, economicamente più convenienti. Nel frattempo il pubblico cambia e le vecchie formule editoriali diventano progressivamente meno efficaci.

Ed è qui che la distinzione che proponi diventa davvero utile. Non è che il pubblico abbia improvvisamente deciso di non volere più fumetti popolari. È venuto meno un determinato sistema industriale capace di produrli, distribuirli e venderli in massa.

La vicenda di Columba è esemplare. Negli anni Settanta era una macchina editoriale gigantesca; nel 1978, secondo una testimonianza raccolta da Página/12, tutti i suoi titoli arrivavano complessivamente a circa un milione di copie al mese. Negli anni Novanta, invece, la stessa struttura entra in una spirale discendente, fino alla chiusura definitiva nel 2001.

E anche Fierro è importante per capire il problema. La sua storia dimostra che una produzione più sofisticata, autoriale e culturalmente ambiziosa poteva avere un suo pubblico significativo; ma non bisogna confondere questo segmento con l’intero mercato. Fierro e Hum® appartengono a un’altra area editoriale, mentre Columba e Récord continuavano a basare il loro successo soprattutto sui generi popolari.

In altre parole, la situazione argentina si potrebbe descrivere così: il fumetto «impegnato» non è l’unica cosa che entra in crisi; entra in crisi soprattutto l’industria nazionale che produce fumetto su larga scala. Il mainstream, però, resiste più a lungo e in alcuni momenti continua a vendere benissimo.

E c’è un’ulteriore beffa. Quando il sistema argentino comincia davvero a sgretolarsi, una parte enorme della sua produzione trova una seconda vita in Europa. Lanciostory e Skorpio diventano, in Italia, quasi una sorta di grande archivio vivente dell’historieta argentina. La stessa Editoriale Récord aveva costruito negli anni Settanta e Ottanta un rapporto strettissimo con il mercato italiano: gran parte del materiale prodotto dagli autori argentini era destinato proprio anche alle pubblicazioni Eura.

Perciò Lanciostory non arriva in Italia «quando il fumetto argentino è morto». Arriva, paradossalmente, nel momento in cui il sistema argentino è ancora potentissimo ma ha già cominciato a mostrare le crepe che porteranno alla sua lunga crisi.

E forse il modo più corretto di dirlo è questo: nel 1975 l’Argentina non sta perdendo il suo pubblico dei fumetti; sta progressivamente perdendo la capacità di sostenere un’industria nazionale gigantesca. Il lettore di Nippur, Dago o Yor non scompare dall’oggi al domani. Scompare, nel corso di decenni, l’ecosistema editoriale che gli permetteva di trovare ogni settimana decine di riviste, centinaia di pagine e una massa enorme di autori professionisti.

Del resto, la storia italiana di Lanciostory è quasi la dimostrazione sperimentale della cosa: la testata nata nel 1975 è riuscita a sopravvivere per oltre cinquant’anni, mentre nel paese che aveva prodotto buona parte di quel materiale le grandi strutture editoriali sono progressivamente scomparse. E proprio Lanciostory è arrivato al numero 2658 nell’aprile 2026, prima della cessazione delle pubblicazioni dell’Editoriale Aurea.

Quindi sì: la tua seconda ipotesi coglie qualcosa di importante, ma la formulerei in maniera leggermente diversa. Non c’era una semplice crisi del «fumetto impegnato» contrapposta a un mainstream sano. C’erano due mercati e due problemi diversi: da una parte la crisi delle forme più sofisticate e d’autore, dall’altra — e alla lunga ben più devastante — la crisi del grande apparato industriale che produceva anche il fumetto più popolare. Il fatto che Robin Wood, Trillo, Zanotto e compagnia continuassero a essere vendutissimi dimostra che il pubblico non era affatto allergico alla qualità: semplicemente voleva, prima di tutto, belle storie.

– Allora, in estrema sinstesi, elenchiamo gli anni centrali di questa crisi che ha portato alla fine del fumetto mainstream in Argentina…

Se vogliamo ridurla a una cronologia davvero essenziale, io la fisserei così:

1985-1989 → iniziano le crepe. Il grande modello industriale degli anni Settanta e Ottanta è ancora vivo, con Columba al vertice, ma cominciano a pesare la crisi economica, l’inflazione e il cambiamento delle abitudini del pubblico. È la fase in cui, guardando indietro, si può dire che comincia il decennio decisivo.

1989-1991 → primo colpo durissimo. L’iperinflazione argentina sconvolge l’economia editoriale e riduce il potere d’acquisto. Il vecchio fumetto da edicola, economico e prodotto in enormi quantità, entra in difficoltà.

1992 → il punto di svolta strutturale. Con la Convertibilità peso-dollaro e l’apertura alle importazioni cambia radicalmente il mercato. Arriva una concorrenza straniera molto più forte, compresi i comic book dei supereroi, mentre le grandi case argentine fanno sempre più fatica a sostenere il vecchio modello produttivo.

1994-1996 → il mainstream comincia realmente a cedere. Columba praticamente smette di produrre materiale nuovo intorno alla metà del decennio e vive sempre più di ristampe; Récord chiude nel 1996, dopo la fine di Skorpio (la serie originale argentina – NdR). È probabilmente questo il momento in cui possiamo parlare non più soltanto di «crisi», ma di disgregazione dell’industria mainstream tradizionale.

1998-1999 → restano le macerie. Chiude definitivamente Récord dopo un tentativo di rilancio; nel 1999 termina anche l’attività di Ediciones de la Urraca. Il vecchio panorama delle grandi riviste è ormai quasi scomparso.

2000-2001 → epilogo. Columba cancella le testate storiche, prova disperatamente a trasformarle in comic book con personaggi come Nippur e Gilgamesh, ma le vendite non bastano. Nel maggio 2001 escono gli ultimi numeri e Columba chiude definitivamente.

Quindi, se dovessimo scegliere un intervallo centrale, direi 1989-1998. Se invece dobbiamo indicare l’anno spartiacque, direi 1992: lì cambia il terreno economico sul quale il vecchio fumetto argentino aveva prosperato.

E c’è una precisazione importante rispetto a quello che dicevamo prima: il 2001 è la morte ufficiale di Columba, non l’inizio della crisi. Quando Columba chiude, il grande fumetto mainstream argentino è già moribondo da diversi anni. Alcune ricostruzioni osservano addirittura che Columba, dal 1995 circa, produceva ormai pochissimo materiale originale e sopravviveva soprattutto riciclando il proprio catalogo.

In formula ultrabreve: 1985-89 crepe → 1989-92 crisi economica → 1992-96 collasso industriale → 1996-2001 sopravvivenza per ristampe e tentativi di rilancio → 2001 fine del vecchio sistema.

– Ora vediamo la faccenda dall’Italia, in che modo Lanciostory e Skorpio hanno interagito con gli argentini…

Sì: vista dall’Italia, la storia è persino più interessante, perché Lanciostory e Skorpio non si limitarono a importare fumetti argentini: finirono per diventare uno dei principali ponti attraverso cui l’historieta argentina continuò a vivere quando il suo sistema industriale cominciava a indebolirsi.

La dinamica parte nel 1975, quando nasce Lanciostory. La scelta editoriale è molto precisa: puntare sulla scuola sudamericana, allora poco conosciuta in Italia, e soprattutto su quel particolare ambiente argentino nel quale non esisteva una separazione rigida fra «fumetto popolare» e «fumetto d’autore». Due anni dopo, nel 1977, arriva Skorpio, costruito sullo stesso modello.

E qui avviene una cosa fondamentale: l’Italia diventa quasi contemporaneamente mercato di sbocco e mercato di consacrazione per gli autori argentini. Eura acquistava materiale prodotto dalle due grandi industrie argentine, soprattutto Ediciones Récord e Editorial Columba, e lo proponeva al pubblico italiano praticamente mentre usciva in Argentina. Per esempio, un episodio di Precinto 56 pubblicato in Argentina su Skorpio nel 1975 poteva arrivare sulle pagine italiane di Lanciostory pochi mesi dopo. Questa rapidità è importante. Non stiamo parlando di un recupero storico fatto vent’anni dopo: il lettore italiano degli anni Settanta leggeva spesso gli stessi autori che in quel momento leggeva il lettore argentino. È una delle ragioni per cui Eura diventa così importante nella circolazione internazionale dell’historieta. Poi c’è il caso straordinario de L’Eternauta. In Argentina era una storia del 1957-59, quindi già vecchia di quasi vent’anni quando arriva in Italia. Ma sulle pagine di Lanciostory nel 1977 diventa una rivelazione. La redazione Eura avrebbe poi ricordato vendite nell’ordine delle 350-400 mila copie settimanali durante la pubblicazione dell’opera: numeri che spiegano molto bene perché l’editore romano continuasse a guardare con enorme interesse alla produzione argentina. E L’Eternauta non è un caso isolato. Lanciostory e Skorpio fanno conoscere al pubblico italiano Robin Wood, Carlos Trillo, Juan Zanotto, Enrique Breccia, Domingo Mandrafina, Horacio Altuna, Alberto Breccia, Juan Giménez, Enrique Alcatena, Carlos Meglia e molti altri. La cosa interessante è che arrivano insieme generi diversissimi: western, guerra, fantascienza, poliziesco, avventura, erotico, storico, fantasy. Non viene importato «il fumetto argentino impegnato»: viene importata un’intera industria narrativa. E qui il rapporto si fa ancora più stretto. L’Eura non si limita a comprare storie già esistenti: comincia progressivamente a diventare un committente importante per gli autori argentini. Il caso più clamoroso è Cybersix: nel 1991 Eura affida a Carlos Trillo la creazione di un nuovo personaggio destinato proprio alle proprie riviste. Trillo e Carlos Meglia creano così Cybersix, che debutta su Skorpio nel 1992. Quindi siamo già oltre l’importazione: un editore italiano finanzia e commissiona produzione argentina pensata per il proprio mercato. Questo meccanismo diventa particolarmente importante negli anni Ottanta e Novanta, quando l’industria argentina comincia ad avere problemi. L’Eura, da parte sua, si accorge che il flusso di materiale argentino non è più quello di prima e cerca nuove fonti. Ma non abbandona gli argentini: anzi, continua a costruire intorno a loro una parte fondamentale della propria identità editoriale. Una ricostruzione della presenza di Robin Wood in Italia racconta proprio questo passaggio: negli anni Ottanta il materiale proveniente dallo Skorpio argentino arriva all’Eura in maniera più limitata, mentre l’editore romano comincia a guardare anche alla Columba e ad altri mercati. E c’è un dettaglio che secondo me dice tutto: Eura non vendeva soltanto le storie; costruiva il prestigio degli autori. Tra il 1986 e il 1988, per esempio, dedica inserti monografici a Enrique Breccia, Domingo Mandrafina e Carlos Trillo, ristampandone le opere. Negli anni Novanta farà la stessa cosa con Savarese, Loco Chávez e Alcatena.

Quindi il rapporto Italia-Argentina può essere visto quasi come una staffetta.

Negli anni Settanta: Argentina → Italia.
L’Eura compra il materiale delle grandi case argentine e lo porta nelle edicole italiane.

Negli anni Ottanta: Argentina ↔ Italia.
Gli autori lavorano sempre più stabilmente per il mercato internazionale; Eura diventa un committente importante e gli autori argentini sono ormai parte dell’identità delle sue testate.

Negli anni Novanta: Italia → Argentina e Italia come rifugio editoriale.
Mentre Columba e Récord entrano nella fase terminale, l’Eura continua a pubblicare, ristampare e commissionare materiale argentino. La crisi dell’industria nazionale argentina non coincide dunque con la fine professionale degli autori: molti di loro hanno ormai un secondo mercato, quello europeo, e soprattutto italiano.

È questo forse l’aspetto più importante della vicenda: Lanciostory e Skorpio contribuirono a separare il destino degli autori argentini da quello dell’industria argentina.

Quando Columba o Récord entrano in crisi, Wood, Trillo, Mandrafina, Alcatena, Meglia, Zanotto eccetera non diventano improvvisamente «ex fumettisti». Possono continuare a lavorare perché esiste un circuito internazionale nel quale l’Italia occupa una posizione decisiva. Eura diventa, per usare una formula molto efficace che compare in una testimonianza dell’epoca, quasi «la casa degli argentini».

E infatti succede una cosa quasi paradossale: il lettore italiano può continuare a leggere nuovo fumetto argentino anche mentre il lettore argentino vede scomparire progressivamente le grandi riviste che avevano prodotto quel fumetto.

Per questo Lanciostory e Skorpio non sono semplicemente «due riviste italiane che pubblicavano argentini». Sono state, per un quarto di secolo, uno dei principali dispositivi di sopravvivenza internazionale della scuola argentina. E questo spiega anche perché, quando si studia la crisi del fumetto mainstream argentino, bisogna guardare contemporaneamente alle edicole di Buenos Aires e a quelle italiane: la storia non finisce nello stesso momento nei due paesi.

– Ora descrivimi in breve la reale situazione del fumetto in Argentina oggi, non mi interessano i fumetti underground, parliamo sempre del mainstream…

Se restiamo rigorosamente sul mainstream, la situazione è abbastanza netta: in Argentina il vecchio fumetto mainstream nazionale è praticamente scomparso come industria di massa. Non è semplicemente «in crisi»: il modello che produceva El Tony, D’Artagnan, Skorpio, Nippur, Fantasía ecc. non esiste più.

La svolta decisiva è tra anni Novanta e primi Duemila. Le grandi case come Columba e Récord collassano; Columba chiude definitivamente nel 2001. La vecchia produzione industriale, basata su riviste popolari a periodicità regolare, grandi tirature e una rete capillare di edicole, non viene sostituita da un’altra industria argentina di dimensioni comparabili.

Oggi il lettore argentino che vuole fumetto mainstream trova soprattutto materiale straniero: manga, supereroi americani, fumetto europeo, spesso pubblicati da editori locali che lavorano su licenze internazionali. Il manga, in particolare, occupa una posizione dominante nell’offerta delle fumetterie e delle librerie specializzate. Il fumetto argentino, invece, continua a essere prodotto, ma non dispone più di quella macchina industriale nazionale che trasformava un autore come Robin Wood in un autore da centinaia di migliaia di lettori. Esistono editori argentini e una produzione professionale, ma il mercato è molto più piccolo, frammentato e dipendente da editori indipendenti, librerie specializzate, fiere e distribuzione alternativa. Uno studio sul settore definisce infatti la vecchia industria argentina di historietas ormai scomparsa e descrive il mercato post-2001 come drasticamente ridotto. E la situazione economica recente ha reso tutto ancora più difficile: nel 2024 il forte aumento dei prezzi ha colpito libri, fumetti e riviste, fino a rendere molte pubblicazioni argentine molto costose rispetto ai redditi locali.

Quindi, detta nel modo più secco possibile:

1970-85: enorme industria mainstream nazionale.
1985-92: comincia la crisi.
1992-2001: collasso delle grandi case.
Dopo il 2001: il mainstream argentino come industria di massa non viene ricostruito.
Oggi: esiste ancora fumetto argentino professionale, ma non esiste più un equivalente argentino di Columba/Récord capace di produrre sistematicamente fumetto popolare per il grande pubblico.

E questo rende ancora più significativo il caso italiano: mentre in Argentina spariva il sistema industriale, in Italia Lanciostory e Skorpio continuavano a dare spazio proprio a quella scuola di autori. In un certo senso, il mainstream argentino è morto prima in patria che all’estero.

– Secondo me alla lunga Lanciostory e Skorpio hanno chiuso perché non arrivavano più fumetti argentini…

Sì, la tua ipotesi ha una base molto solida, ma la formulerei con una precisazione: Lanciostory e Skorpio non chiudono semplicemente perché «non arrivavano più fumetti argentini»; il problema è che veniva progressivamente meno quella macchina produttiva argentina che per decenni aveva alimentato le due riviste.

All’inizio il rapporto era quasi perfetto: Eura aveva bisogno di una quantità enorme di storie e l’Argentina aveva un’industria capace di produrle. Columba e Récord sfornavano continuamente western, guerra, avventura, fantascienza, erotico, poliziesco ecc. Eura poteva quindi acquistare materiale in quantità e costruire due settimanali intorno a quel serbatoio.

Poi il serbatoio si prosciuga.

Negli anni Novanta le grandi case argentine entrano in crisi, diminuiscono la produzione originale, chiudono testate e alla fine scompaiono. Di conseguenza Eura deve progressivamente ricorrere a ristampe, materiale europeo, autori di altri paesi e nuove formule editoriali. È significativo che Lanciostory e Skorpio abbiano continuato a vivere molto più a lungo dell’industria argentina che li aveva alimentati: non erano più, almeno da parecchio tempo, semplicemente «riviste argentine tradotte».

Però c’è un punto ancora più interessante: gli argentini continuavano a lavorare, ma sempre meno per l’industria argentina. Trillo, Mandrafina, Alcatena, Meglia, Zanotto e altri potevano continuare a produrre per l’Italia e per altri mercati. Quindi non mancavano necessariamente gli autori: mancava la produzione industriale argentina continua, abbondante e seriale che serviva a riempire due riviste settimanali.

È una distinzione fondamentale.

In origine:

industria argentina enorme → moltissimo materiale → Eura compra → Lanciostory/Skorpio pubblicano.

Dopo il collasso argentino:

industria argentina ridotta → poco materiale nuovo prodotto in Argentina → Eura deve cercare altrove → Lanciostory/Skorpio cambiano progressivamente natura.

E questo spiega anche perché la loro storia sia così lunga. Se fossero state esclusivamente riviste di fumetto argentino, probabilmente sarebbero morte molto prima. Sopravvivono proprio perché Eura riesce a trasformarle da contenitori della produzione argentina a riviste internazionali, mantenendo però fortissima l’impronta della scuola argentina.

Perciò direi che la tua intuizione è corretta se la trasformiamo in questa frase:

Lanciostory e Skorpio non sono morte perché gli argentini avevano smesso di fare fumetti; alla lunga hanno perso il loro principale serbatoio di produzione perché era morta l’industria argentina capace di produrre quel fumetto in quantità industriale.

E c’è quasi un paradosso: la crisi argentina non distrugge immediatamente il rapporto Italia-Argentina; lo trasforma. Gli autori argentini diventano sempre più internazionali proprio mentre il loro mercato nazionale si restringe.

Questa, secondo me, è la chiave per capire perché le due riviste abbiano potuto resistere così a lungo.

Di Sauro Pennacchioli

Contatto E-mail: info@giornale.pop

2 pensiero su “LA MORTE DEL FUMETTO ARGENTINO”
  1. Si faceva troppa fatica a scrivere un articolo senza l’aiuto dell’IA? Quanto meno si poteva dichiararlo nella prima riga, non nell’ultima…

  2. Es interesante tu inquietud, aunque el título que elegiste es provocador. Respecto del uso de una herramienta de búsqueda es muy útil, por el tiempo que ahorra en la obtención de datos precisos, escritos previamente por otros humanos. Atentos a que se trata de una elaboración en la que la IA usa como punto de partida escritos extraídos de distintas fuentes, resulta leal con tus lectores citar esas fuentes que ha leído en segundos para proporcionarte el artículo, incluyendo enlaces para acceder a las notas originales que han servido de fundamento. Saludos! (desde Argentina)

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