A distanza di un anno dalla prematura scomparsa, ripercorriamo la vita e la carriera di un’attrice mai degnamente valorizzata ma che, per chi è stato ragazzo negli anni ‘90 o 2000, ha rappresentato un volto familiare con cui crescere. Michelle Trachtenberg: perché l’abbiamo amata (e perché l’avreste amata anche voi). Credo che tutti noi (o almeno chi ha un po’ il pallino del cinema e delle serie tv) abbiamo degli attori non famosissimi, ma ai quali, per un motivo o per l’altro, siamo affezionati più che a tanti nomi blasonati. Nel mio caso, tra i primi posti in cima alla lista c’è sempre stata Michelle Trachtenberg. Classe ‘85, newyorkese di Brooklyn, nata in una famiglia di immigrati ebrei composta dal padre Michael (tedesco, ingegnere della fibra, scomparso nel 2013), la madre Lana (manager bancaria russo-ucraina), e la sorella Irene (maggiore di sei anni, che lavorerà alla divisione marketing della Paramount). La stragrande maggioranza di chi si ricorda di lei l’ha conosciuta grazie ai suoi due ruoli televisivi più celebri, ovvero Dawn Summers, sorellina della protagonista in Buffy L’Ammazzavampiri (2000-2003), e la ricca, perfida e manipolatrice Georgina Sparks in Gossip Girl (2007-2012). O tutt’al più per quello di Chloe Payne, infermiera alle prime armi in Mercy, serial ospedaliero durato una sola stagione nel 2010. Michelle però recitava da quando aveva tre anni, per aiutare economicamente la famiglia. Tanti spot pubblicitari, una comparsata non accreditata in Law & Order, qualche puntata de La Valle Dei Pini, e l’approdo ai telefilm di Nickelodeon (lo storico canale Paramount dedicato a bambini e ragazzi). Inizialmente si esibì con un episodio di Clarissa (la sitcom che lanciò Melissa Joan Hart prima di Sabrina Vita Da Strega), poi con un ruolo ricorrente ne Le avventure di Pete & Pete: era Nona F. Meckleberg, una bambina con il braccio sempre ingessato (non perché fosse rotto ma perché amava la sensazione di prurito che le dava) il cui papà era interpretato dalla leggenda del punk Iggy Pop. Crescendo era stata una delle pochissime (forse solo lei e Hilary Duff) baby star anni ‘90 a non bruciarsi una volta maggiorenni. Non aveva abbandonato la recitazione, come la sua compagna di scuola media Mara Wilson (Mrs. Doubtfire, Matilda 6 Mitica…), ma nemmeno si era rovinata vita e carriera con pettegolezzi, scandali, feste sfrenate, arresti per guida in stato d’ebbrezza, e altri comportamenti da oca autodistruttiva alla Paris Hilton. Anzi, proprio tra la fine degli anni ‘90 e il primo decennio dei 2000, Michelle si era rimboccata le maniche azzeccando alcuni ruoli al cinema con cui sfoggiare la sua versatilità nel passare da un genere all’altro: il cartoonesco Inspector Gadget (1999, dall’omonima serie animata anni ‘80), il romantico Un pezzo di paradiso (2000, con Ralph “Karate Kid” Macchio), il demenziale EuroTrip (2004, uno degli epigoni di American Pie più divertenti e tutto sommato meno volgari), il dramma sulla pedofilia Mysterious Skin (2004, acclamato a Cannes), l’horror Black Christmas – Un Natale rosso sangue (2006, remake dell’omonimo cult anni ‘70), la commedia dolce-amara Beautiful Ohio (2006, con William Hurt), quella per famiglie 17 Again – Ritorno al liceo (2009, con Matthew Perry e Zac Efron), e quella d’azione Poliziotti Fuori (2010, con Bruce Willis). Era stata anche protagonista di alcuni film per la tv: il drammatico Il Pontile Di Clausen (2005, tratto dal romanzo di Ann Packer e prodotto dalla Icon, la compagnia di Mel Gibson), l’automobilistico Un Trofeo Per Kylie (2008), e Un Regalo Per Natale (2015), tipica commediola romantica (ma ispirata a una storia vera) da usare come tappabuchi nei palinsesti festivi. Parlando fluentemente russo grazie a sua madre, aveva ottenuto il ruolo di Marina, la moglie sovietica di Lee Harvey Oswald, in Killing Kennedy (2013), film per la tv prodotto da Ridley Scott per il National Geographic Channel. Nonostante tutto ciò, Michelle non ha mai veramente sfondato a Hollywood, ma è sempre stata il tipico esempio di “star di fascia intermedia”: protagonista in progetti modesti, personaggio secondario in produzioni importanti. Era facile infatti vederla spuntare in episodi singoli di celebri telefilm: una cantante problematica simil-Britney Spears in Six Feet Under, una videoblogger in Law & Order: Criminal Intent, la figlia di un senatore in NCIS: Los Angeles, una paziente del Dr. House, un’assassina psicopatica in uno dei più memorabili episodi di Criminal Minds, e altro ancora. Questo suo essere molto presente su grande e piccolo schermo, ma al contempo perennemente sottovalutata, unito al fatto che è stata la prima celebrity di cui ho memoria ad essere un po’ più giovane di me, me la resero sempre simpatica, invogliandomi a seguire la sua carriera negli anni, tifando per lei e sperando nel “grande salto” che l’avrebbe resa una diva conosciuta da tutti come meritava. E, in effetti, era stata la prima scelta della regista Catherine Hardwicke per la parte di Bella Swan in Twilight, occasione sfumata per impegni precedentemente presi, ma io in quel grande salto avevo continuato a sperarci. Anche quando, intorno al 2015, aveva drasticamente ridotto le sue apparizioni sugli schermi, re-inventandosi come produttrice esecutiva, sceneggiatrice, ospite di show televisivi, e doppiatrice di cartoni animati. Questo anche a causa dei primi problemi di salute: dolori alla schiena e alle ossa, stanchezza cronica, stati confusionali, oltre a un visibile aumento di peso. Viceversa, dopo il 2020, aveva iniziato a postare su Instagram foto in cui appariva sempre più magra e sofferente, tanto che le malelingue insinuavano di una tossicodipendenza o di una qualche chirurgia estetica malriuscita. In realtà era sopraggiunto il diabete, che aveva causato una steatosi epatica non alcolica, cioè a un accumulo di grasso nel fegato, fino alla cirrosi e a un rischioso trapianto nella primavera del 2024. E, dopo che quel dannato mercoledì 26 febbraio 2025, Michelle è stata trovata morta in casa dalla madre (sempre per complicanze legate al diabete, come stabilito dal tossicologico) fa male sapere che quel grande salto non avverrà mai. Così come fa male pensare che le sia toccato morire mentre era sola in casa. Era infatti un’anti-diva che viveva in appartamento senza domestici, che negli ultimi tempi si era sempre più allontanata dalla mondanità, e che i soldi preferiva devolverli in beneficenza (23 milioni di dollari negli ultimi cinque anni, l’83% del suo patrimonio totale). In primis per la lotta al bullismo, che lei stessa aveva pesantemente subìto da bambina e adolescente per via della fama precoce, ma anche per la protezione degli animali, l’istruzione per i poveri, e altro ancora. Soprattutto, fa male considerare che aveva trentanove anni compiuti da quattro mesi, e quindi aveva ancora davanti, se non una carriera, sicuramente una vita. Se dovessi ricordarla per soli quattro ruoli, oltre a Dawn e Georgina sceglierei i due che l’hanno vista protagonista assoluta al cinema, ovvero a dieci anni in Harriet La Spia (1996) e da ventenne in Ice Princess – Un sogno Sul Ghiaccio (2005). Il primo (tratto dal romanzo “Professione? Spia!”, di Luise Fitzhugh) narra di una bambina che, decisa a diventare scrittrice, inizia a spiare e prendere appunti su tutto e tutti. È un film per famiglie che tratta, in modo leggero ma intelligente, temi come il senso d’abbandono, l’empatia, e l’importanza di ammettere i propri sbagli. Il secondo è una produzione Disney su di una studentessa cervellona che sogna di volteggiare sul ghiaccio anche se la madre ha già pianificato per lei un futuro da fisico ad Harvard. Michelle, che non aveva mai pattinato in vita sua, in soli otto mesi di allenamento intensivo raggiunse livelli agonistici, riuscendo a eseguire quasi tutte le coreografie senza controfigura, a ulteriore dimostrazione di quanto fosse straordinaria la sua dedizione al mestiere d’attrice. Malgrado nell’ultimo decennio Hollywood l’avesse un po’ accantonata, nei giorni successivi alla sua morte i social sono stati inondati dai messaggi di cordoglio da parte non solo di colleghi e amici, ma anche di migliaia di persone comuni da tutto il mondo: da aspiranti scrittori che da piccoli riempivano interi quaderni d’appunti perché volevano essere come Harriet la spia, fino a skater professionisti (come Ryan Dunk e Thita Lamsam) che hanno maturato la passione per il pattinaggio guardando Ice Princess. Ma la realtà è che, per tutti quelli della sua stessa generazione, Michelle Trachtenberg ha rappresentato qualcosa di particolare per ogni stagione della vita. A dieci anni era quella bimba stramba, ma sveglia e divertente, che tutti avrebbero voluto come sorellina, compagna di banco o vicina di casa. A venti era l’ideale della ragazza carina, ma anche simpatica, in gamba, che non se la tira. A trenta era questa sorta di amica mai incontrata, ma con la quale tutti erano cresciuti insieme. E, dopo che a quaranta non c’è arrivata, sarà sempre un simbolo di tutti coloro con cui la vita non è stata generosa come meritavano, ma che con un impegno sodo e costante riescono comunque a conquistare la stima degli altri e a lasciare un piccolo segno nelle loro vite. Ora spetta a noi fan far sì che il mondo non si dimentichi mai di lei. Non solo quell’attrice talentuosa e versatile, ma anche (a detta di chi l’ha conosciuta) di quella ragazza gentile, spiritosa, con la testa sulle spalle e i piedi per terra, che ce la metteva tutta in quel che faceva, e che ha sempre lottato e sofferto per bilanciare la carriera che amava, la salute, e il bisogno di una vita normale e riservata. E allora grazie, Michelle. Per l’esempio, e per tutti i ricordi. Michelle Christine Trachtenberg (11 ottobre 1985 – 26 febbraio 2025) disegnata dall’autore dell’articolo Immagini prese da Google, © degli aventi diritto. Navigazione articoli DREDD 2012: IL VERO SPIRITO DEI CINECOMIC GAMES OF THRONES: LE TRAME TAGLIATE DALLA SERIE
Che bel tributo! La conoscevo solo per il ruolo di Dawn: grazie per avermela fatta conoscere meglio! Rispondi