Metal Hurlant (logo)

Ci sono riviste che segnano un’epoca e altre che la mettono in crisi. Métal Hurlant appartiene alla seconda categoria.
Quando compare in Francia nel 1975, Métal Hurlant non si limita a occupare uno spazio editoriale: ne inventa uno nuovo. In un panorama in cui il fumetto aveva già raggiunto risultati altissimi ma continuava a essere incasellato in forme, generi e aspettative abbastanza riconoscibili, questa testata arriva come un oggetto alieno. O, per essere più precisi, come un oggetto che sembrava provenire direttamente da quel futuro inquieto, sensuale e vertiginoso, che le sue pagine si sarebbero poi incaricate di raccontare.
Parlare di Métal Hurlant significa dunque parlare di molto più di una rivista di fantascienza a fumetti. Significa raccontare il momento in cui il fumetto europeo, e in particolare quello francese, smette di accontentarsi della propria maturità e sceglie di spingere ancora più avanti i propri confini. La fantascienza diventa il motore di questa esplosione, ma non il suo unico orizzonte. Dentro Métal Hurlant trovano posto il gusto per l’eccesso, la provocazione, l’erotismo, l’ironia, la contaminazione con il rock, il cinema, l’illustrazione, l’underground, l’immaginario pulp e la controcultura. Il risultato non è un semplice magazine, ma una specie di laboratorio instabile in cui il fumetto scopre di poter essere più adulto senza diventare per questo più rispettabile, più sofisticato senza perdere energia, più colto senza smettere di essere popolare.




La sua storia non è quella di una marcia trionfale lineare e impeccabile. È piuttosto una storia fatta di intuizioni straordinarie, di scommesse editoriali, di fasi incandescenti e di inevitabili trasformazioni. Ma è proprio questa natura irregolare, nervosa e irrequieta a renderla ancora oggi così viva. Métal Hurlant non fu un monumento: fu una scossa. E le scosse, quando sono autentiche, continuano a sentirsi anche molto tempo dopo.

 

Un’esplosione editoriale nel cuore degli anni Settanta

La nascita di Métal Hurlant nel 1975 è contemporanea alla fondazione degli Humanoïdes Associés da parte dello scrittore e produttore Jean-Pierre Dionnet, del disegnatore e fumettista Philippe Druillet, dello sceneggiatore, disegnatore e fumettista Jean Giraud (in arte Mœbius o anche Gir) e dell’imprenditore editore Bernard Farkas. La formula, almeno sulla carta, era semplice: creare uno spazio che il fumetto esistente non sembrava ancora in grado di offrire davvero. In pratica, però, si trattava di un gesto molto più radicale. Non si voleva soltanto pubblicare altra fantascienza, ma ridefinire il modo in cui la fantascienza poteva apparire sulla pagina, il modo in cui il fumetto poteva dialogare con la modernità e il tipo di lettore a cui rivolgersi.
Il contesto in cui la rivista nasce è fondamentale. La bande dessinée franco-belga aveva già alle spalle una tradizione enorme, con autori, personaggi e riviste. Ma quel sistema, per quanto ricco, conservava ancora una certa idea del fumetto come territorio regolato da consuetudini abbastanza stabili. Métal Hurlant irrompe in quell’equilibrio con l’aria di chi non ha alcuna intenzione di accomodarsi. Il suo progetto è chiaro fin dall’inizio: fare del fumetto un luogo più libero, più adulto e, soprattutto, più disponibile alla contaminazione.
I primi numeri non esplodono subito come successo popolare nel senso più rassicurante del termine. L’avvio è più accidentato di quanto la leggenda successiva lasci immaginare. Ma proprio questo dice molto della natura del progetto. Métal Hurlant non nasce da un calcolo editoriale impeccabile, ma dal convergere di un’urgenza culturale e di una necessità artistica. La sensazione è che, per certe immagini, certe storie e certe ossessioni, fosse ormai indispensabile costruire un contenitore nuovo, capace di usare linguaggi espressivi diversi.
Ed è proprio questa urgenza a dare l’energia. Fin dall’inizio la rivista mostra un tratto insieme lucido e sconsiderato. Da una parte c’è una forte consapevolezza di ciò che si vuole rompere; dall’altra c’è il piacere molto concreto della rottura stessa. In questo senso Métal Hurlant appartiene pienamente al proprio tempo, ma lo supera anche. Nasce dentro la stagione post-sessantottina, in un clima di liberazione dei linguaggi e dei corpi, ma ne traduce gli impulsi in una forma editoriale specifica, capace di incidere profondamente sul fumetto.

Metal HurlantMétal Hurlant N. 1 (gennaio 1975)


Fantascienza, rock, erotismo e il piacere di mescolare tutto

Definire Métal Hurlant una rivista di fantascienza è giusto, ma solo a patto di non prendere la definizione in senso riduttivo. La science-fiction, nelle sue pagine, non è un recinto. È piuttosto una base operativa, un territorio da cui partire per invadere tutto il resto. La rivista attinge al fantastico, all’heroic fantasy, al racconto apocalittico, all’incubo tecnologico, all’humour nero, alla satira, alla sensualità, all’illustrazione visionaria e alla narrativa breve più spiazzante. Il genere, invece di funzionare come una gabbia, diventa una macchina per produrre cortocircuiti.
È qui che Métal Hurlant va oltre: non si limita a dire che il fumetto può parlare a un pubblico adulto, ma mostra che può farlo senza perdere il gusto dell’eccesso, del gioco e della sfacciataggine. In questo senso la rivista non coincide né con una rispettabilità culturale un po’ irrigidita né con la semplice provocazione scandalistica. Sta in una terra di mezzo, molto più fertile. Può essere intellettuale e triviale, concettuale e carnale, raffinata e aggressiva. Può citare l’avanguardia e, al tempo stesso, affondare le mani nei generi più popolari.
In questa alchimia, il rapporto con il rock è tutt’altro che ornamentale. Il rock entra in Métal Hurlant come clima mentale, come postura, quasi come grammatica interna. È il rifiuto della compostezza, l’amore per il rumore, per la sfida, per l’energia imperfetta. La rivista non vuole apparire beneducata. Vuole essere moderna nel senso più elettrico del termine e, proprio per questo, si lascia contaminare da tutto ciò che negli anni Settanta porta con sé un’idea di libertà irregolare: la musica, il cinema di genere, la cultura underground, la sensualità esibita, l’estetica del cattivo gusto trasformata in forza creativa.
Questo non significa, naturalmente, che ogni scelta fosse impeccabile. Anzi, una parte del fascino di Métal Hurlant dipende proprio dalla sua disponibilità al rischio e il rischio comporta inevitabilmente squilibri, eccessi, compiacimenti, momenti in cui la provocazione sfiora il manierismo e persino qualche scivolone. Ma è un limite che coincide anche con la sua vitalità. Le riviste davvero decisive non sono quasi mai perfette. Sono vive perché accettano di sbagliare, di strafare, di risultare persino irritanti pur di non diventare innocue.
In fondo, Métal Hurlant capì una cosa essenziale: un fumetto adulto non doveva per forza avere il tono severo delle cose che vogliono farsi prendere sul serio. Poteva restare febbrile e sporco, sfuggente e sensuale, talvolta perfino un po’ sbruffone. E in questo c’era una forma di vitalità molto più interessante di qualunque compostezza.

Metal HurlantMétal Hurlant N. 6 (marzo 1976)


Gli autori, le visioni, la nascita di un nuovo immaginario

La leggenda di Métal Hurlant non esisterebbe senza gli autori che ne hanno fatto il laboratorio di alcune fra le pagine più memorabili del fumetto europeo. Il nome che emerge più naturalmente è quello di Jean Giraud, o, se si preferisce, Mœbius: una presenza decisiva e in un certo senso emblematica. Nelle sue mani il fumetto si fa insieme rarefatto e sensoriale, silenzioso e cosmico, preciso e allucinato. Opere come Arzach o Le Garage Hermétique (Il Garage Ermetico) non sono state soltanto grandi fumetti: sono diventate la prova che la narrazione disegnata poteva muoversi in territori quasi ipnotici, fondati più sull’evocazione che sulla spiegazione.
Accanto a lui Philippe Druillet che, con opere come Lone Sloane e Salammbô, incarna un’altra anima della rivista, quella dell’eccesso monumentale. Le sue tavole sono cattedrali esplose, architetture cosmiche. È barocco fantascientifico portato a un punto di saturazione quasi mistica. Se Mœbius spalanca il fumetto verso il silenzio e la deriva, Druillet lo spinge verso la sovrabbondanza, il gigantismo, la vertigine decorativa. Sono due poli molto diversi, ma è proprio la loro convivenza a dire qualcosa di fondamentale su Métal Hurlant: la rivista non ha una linea estetica chiusa, ma una costellazione di libertà.
Jean-Pierre Dionnet, oltre a essere cofondatore, è anche il grande tessitore di questo universo, che dirigerà per dieci anni, fino al 1985. Non è soltanto un editor capace di riconoscere il talento; è un mediatore culturale, una di quelle rare figure che sanno intuire non solo che cosa valga, ma anche che cosa sia necessario in un determinato momento storico. Attorno a questo nucleo, la rivista raccoglie una quantità impressionante di autori: Enki BilalCazaTardiRichard CorbenAlejandro JodorowskySerge ClercMargerin e molti altri ancora. Ognuno porta una propria voce, una propria deformazione dello spazio narrativo, una propria idea di futuro.
La grandezza della rivista sta proprio nel non aver mai costretto queste voci dentro una formula uniforme. Métal Hurlant non è una scuola nel senso stretto del termine. È piuttosto un ambiente che consente la coesistenza di poetiche differenti, anche lontanissime, purché animate da una medesima tensione verso l’invenzione. Questo rende le sue pagine imprevedibili. Il lettore vi può trovare di tutto: dal lirismo silenzioso all’incubo tecnologico, dalla satira deformata all’epica visionaria, la malinconia del futuro, la farsa crudele, la sensualità. Più che un catalogo di stili, è un sistema nervoso.
Anche sul piano formale la rivista lascia un segno profondo. La tavola non è più soltanto un contenitore ordinato della narrazione, ma diventa superficie di sperimentazione totale. Il rapporto tra vignette, testo, silenzi, spazi vuoti, esplosioni decorative e improvvise sospensioni contemplative cambia sensibilmente. Il fumetto si apre a nuove respirazioni e nuove densità. Diventa più fisico, più atmosferico, decisamente più rischioso. Non racconta soltanto un mondo, prova invece a farlo percepire.

È qui che Métal Hurlant smette di essere soltanto una grande rivista e diventa un passaggio storico. Perché non pubblica solo opere importanti, ma cambia le aspettative di chi legge e le ambizioni di chi crea.

Metal HurlantMétal Hurlant N. 146 (maggio2006)
Lo speciale da cento pagine che chiude la seconda incarnazione della rivista


L’onda lunga: dal fumetto al cinema, fino alle rinascite

L’impatto di Métal Hurlant supera presto i confini della Francia. Già nel 1977 nasce negli Stati Uniti Heavy Metal, versione americana che inizialmente attinge in larga parte ai materiali francesi e che presto assume una propria fisionomia. Non è soltanto un adattamento editoriale di successo, è la prova che il modello elaborato da Métal Hurlant intercetta qualcosa di profondo e di internazionale. Un fumetto adulto, contaminato, spettacolare, visionario e non intimidito dalla cultura di massa era, evidentemente, ciò che molti lettori non sapevano ancora di aspettare.
Da quel momento in poi, la sua influenza si diffonde ben oltre la pagina stampata. Una certa iconografia del futuro (città smisurate, tecnologie usurate, corpi sensuali immersi in paesaggi meccanici, mondi sporchi e insieme sofisticati) entra stabilmente nell’immaginario pop contemporaneo. Il dialogo con il cinema di fantascienza è evidente. Non si tratta di attribuire automaticamente ogni debito a un’unica fonte, ma di riconoscere che Métal Hurlant contribuisce in modo decisivo a rendere familiare una nuova estetica del futuro. Un’estetica meno levigata e meno ingenua, ma più ambigua e più decadente.




Allo stesso tempo, la parabola della rivista segue anche le leggi normali, talvolta impietose, di ogni avventura culturale. Ciò che all’inizio appare esplosivo, col tempo viene assimilato, imitato e, peggio ancora, normalizzato. Negli anni Ottanta Métal Hurlant resta un punto di riferimento, ma non può più contare sullo stesso effetto di shock degli esordi. Il mercato cambia, cambiano le sensibilità, cambiano anche le forme della modernità. La prima stagione della rivista si chiude nel 1987 con il numero 133, ma ormai il suo lavoro è fatto: ha già modificato l’orizzonte.
Come spesso accade agli oggetti culturali che diventano mitici, però, Métal Hurlant non scompare davvero. Torna nei primi anni Duemila con una nuova serie bimestrale, curata negli Stati Uniti, in formato comic book da 52/64 pagine. Interessante ma inevitabilmente meno dirompente della fase originaria ha vita breve: 12 numeri (134-145) tra 2002-2004 e un ultimo numero (146) da 100 pagine nel 2006). E torna poi nel 2021 con un rilancio che riparte dal numero uno e che, pur non potendo replicare l’effetto storico del 1975 e fin troppo pulita e curata, ha comunque il merito di non ridurre la testata a puro feticcio nostalgico. Il nuovo corso prova a tenere insieme memoria e attualità, omaggio e reinvenzione, passato glorioso e desiderio di restare vivo nel presente.

Forse è proprio questo il punto più interessante delle sue rinascite: non tanto il tentativo di ricreare artificialmente un’età dell’oro, quanto la volontà di dimostrare che Métal Hurlant può ancora essere un nome attivo, non soltanto commemorativo. Un progetto del genere, del resto, tradirebbe sé stesso nel momento in cui accettasse di trasformarsi in oggetto da teca. Se ha avuto davvero un senso, lo ha avuto perché disturbava, spostava, complicava. E una rivista con un nome così non può permettersi di diventare troppo mansueta.

Metal HurlantMétal Hurlant N. 1 (settembre 2021)
Il primo numero della terza incarnazione della rivista


Métal Hurlant

Alla fine, ciò che rende Métal Hurlant una testata decisiva non è soltanto la qualità straordinaria di molte opere che vi sono passate, né il prestigio dei nomi che ne hanno costruito il mito. La sua importanza sta soprattutto nell’aver alterato il perimetro del possibile. Ha dimostrato che il fumetto poteva essere contemporaneamente popolare e sofisticato, selvaggio e intelligente, commerciale e sperimentale, profondamente immerso nella cultura di massa ma capace di reinventarne i codici dall’interno.
Prima di Métal Hurlant, il fumetto europeo aveva già conosciuto eccellenze indiscutibili. Dopo Métal Hurlant, però, diventa più difficile pensarlo come un linguaggio costretto a scegliere fra leggibilità e ricerca, fra intrattenimento e ambizione artistica, fra immaginario di genere e complessità formale. La rivista rompe questa falsa alternativa e apre uno spazio nuovo, in cui tutte queste dimensioni possono convivere e scontrarsi, comunicare e (soprattutto) contaminarsi.

È questo il suo lascito più autentico. Non un’estetica fissa da imitare, non un santuario da venerare, ma un’idea di libertà creativa. Una libertà rumorosa, irregolare, spesso sfrontata, talvolta anche discutibile, ma reale. Le sue pagine hanno insegnato che il fumetto può essere molto più di una storia ben disegnata. Può diventare atmosfera, urto visivo, choc culturale, laboratorio di forme e collisione di immaginari.

A più di mezzo secolo dalla sua nascita, Métal Hurlant, specialmente nella sua prima incarnazione, continua a rappresentare qualcosa di raro, il momento in cui un medium si guarda allo specchio e decide di non riconoscersi più del tutto. Da quella frattura nasce una nuova idea di modernità. Una modernità meno educata e meno ordinata, ma infinitamente più viva.

E forse è proprio per questo che la sua eco non si è mai spenta davvero. Perché non assomiglia al ricordo di una moda passata, ma al rumore persistente di una porta che, una volta sfondata, non è più stata (ri)chiusa.

 

IRREQUIETO…

Metal HurlantIl poster realizzato da Afif Khaled per la retrospettiva Ready For Boarding, allestita al Comic Art Museum di Brussels, dal 28 novembre 2025 al 17 maggio 2026



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