Nel settembre del 1923, il Direttorio del Partito Nazionale Fascista emanò una circolare che imponeva agli iscritti di scegliere: “o con il partito, o con la loggia”, il partito o l’iscrizione alla massoneria. L’iniziativa fu fortemente voluta da Roberto Farinacci, tra i massimi esponenti della corrente più radicale del fascismo. La parte migliore della massoneria, per il suo spirito liberale e la vocazione internazionale, era vista con sospetto da un regime illiberale e nazionalista La decisione del fascismo portò a espulsioni e dimissioni volontarie di numerosi dirigenti fascisti massoni, tra cui l’allora sottosegretario Cesare Rossi. La stretta si completò con la legge n. 2029 del 1925, che sciolse tutte le logge massoniche in Italia. Eppure non era sempre stato così. La massoneria aveva avuto un ruolo non secondario nella nascita del fascismo e nei suoi primi anni (1919–1921). Numerose logge massoniche (soprattutto del Grande Oriente d’Italia) sostennero l’interventismo nazionalista prima della prima guerra mondiale. Inoltre, molti dei sansepolcristi, cioè i partecipanti alla riunione fondativa dei Fasci di Combattimento il 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro a Milano, erano massoni o provenivano da ambienti vicini alla massoneria. Ricordiamo alcuni nomi. Roberto Farinacci Fu ferroviere per 12 anni e telegrafista durante la Prima guerra mondiale. Il 6 dicembre 1915 Farinacci fu iniziato alla massoneria nella loggia Quinto Curzio di Cremona, aderente all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1922, un giorno prima della Marcia su Roma, 150 squadristi cremonesi da lui guidati occuparono la Questura, la Prefettura e gli uffici telefonici e telegrafici di Cremona. L’assalto sfociò in scontri a fuoco. L’insurrezione fu fronteggiata dalla polizia e i fascisti ebbero nove morti, ma il pomeriggio del 28 ottobre la vittoria di Farinacci era completa. Dopo la prima resistenza, però, le forze dell’ordine e i militari cedettero: il prefetto e il colonnello dichiararono la resa alla leadership fascista. Il 28 ottobre la cittadinanza si arrese pacificamente: e il prefetto consegnò formalmente i poteri civili e militari nelle mani di Farinacci. Leandro Arpinati Conterraneo di Mussolini, Arpinati fu interventista, ma con sua somma delusione, dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, fu destinato (come molti ferrovieri) a compiti logistici lontani dal fronte. Fece parte della Massoneria. Nel 1921, in un’Italia lacerata dalle violenze tra squadristi fascisti e socialisti, Leandro Arpinati si fece notare per un’azione spettacolare. Il 14 gennaio venne a sapere che su un treno c’erano a bordo alcuni dirigenti socialisti diretti a una manifestazione in Emilia-Romagna. Appena partito dalla stazione di Bologna il treno che viaggiava sulla linea Bologna-Bazzano fu preso d’assalto a colpi di pistola da una trentina fascisti guidati da Arpinati, che fece fermare il treno e salì a bordo insieme ai suoi uomini armati di manganelli. Davanti ai passeggeri impietriti, infilò i socialisti nelle toilette del treno e le chiuse a chiave dall’esterno. L’azione non solo impedì ai socialisti di partecipare al comizio, ma rafforzò la sua fama di “ras d’acciaio”, capace di combinare brutalità, ironia e controllo territoriale. Michele Bianchi Si interessa di politica e milita nel Partito socialista fin dai primi anni del secolo. Come Benito Mussolini, si schiera nel 1914 su posizioni interventiste. Bianchi fu massone, membro della Gran Loggia di Piazza del Gesù. Nel 1922, fu uno dei quattro quadrumviri che guidarono la marcia su Roma. Il 27 ottobre si trasferì a Perugia, definita da Mussolini ‘la prima capitale d’Italia’, oltre che ‘città fascistissima’, dove i fascisti avevano insediato presso l’Hotel Brufani il loro quartier generale. A Perugia la situazione è drammatica, l’hotel è circondato dalle truppe e dall’artiglieria dell’Esercito, pronto a far fuoco. Bianchi, tubercolotico all’ultimo stadio ma, nonostante questo, tabagista sfrenato, ha appena finito di redigere un comunicato che passerà alla storia. Lo ha fatto completamente immerso nella vasca da bagno, dettandolo a un collaboratore seduto su uno sgabello accanto, mentre fumava un sigaro e sorseggiava un bicchiere di cognac. Sul comunicato c’è scritto che, data la mobilitazione delle forze fasciste, la sola soluzione politica accettabile era “un Ministero Mussolini”. Bianchi era raffinato, colto, istrionico, e rappresentava il lato intellettuale del fascismo. Pietro Bolzon Cresciuto politicamente in Svizzera, negli ambienti anarchici, Il 17 luglio 1911 fu iniziato in Massoneria nella Loggia di Buenos Aires Federico Campanella, dipendente dal Grande Oriente d’Italia. Durante la Prima guerra mondiale combatté negli arditi e una volta congedato fu l’ideatore e il fondatore dell’Associazione Arditi d’Italia. Nel novembre 1919, Bolzon fu tra i fondatori dei Fasci di Combattimento a Milano e, essendo anche un abile disegnatore, fu incaricato di realizzare il loro manifesto elettorale. La sua creazione si rivelò sorprendentemente provocatoria: accanto ai candidati compariva una bomba a mano, una “Thevenot”, usata dagli Arditi durante la Prima guerra mondiale, con i nomi dei membri della lista (compresi Mussolini e Marinetti) scritti proprio sul corpo dell’ordigno. Al posto dei soliti vessilli e slogan gentili, Bolzon aveva ideato una vera e propria dichiarazione di guerra al potere liberale. Mescolando propaganda politica e provocazione visiva, anticipava le forme di comunicazione più moderne. Araldo di Crollalanza Figlio di Goffredo, direttore dell’Istituto superiore di scienze economiche e commerciali di Bari e celebre araldista e genealogista, e di Maria Giuseppina Amalia Noya, dei baroni di Bitetto, il 7 gennaio 1922 fu iniziato in massoneria nella Loggia “Nazionale”, appartenente alla Gran Loggia d’Italia. Nel 1934, mentre era ministro dei Lavori Pubblici, di Crollalanza discusse con Mussolini un progetto per la costruzione del porto di Ostia. Il Duce insistette: “Si deve fare”. Ma il ministro, pur timido e rispettoso, aveva individuato “un coacervo di interessi strani” attorno all’opera, con segni evidenti di affari poco chiari dietro le quinte. Araldo, con un gesto di forte onestà, ebbe il coraggio di contraddire direttamente Mussolini, sostenendo la sua analisi. Il Duce, dopo un attimo di riflessione, gli diede ragione: “Rischiavamo di infilarci in un sentiero pericoloso. Dunque grazie, Crollalanza. Grazie per avermi detto no”. L’aneddoto mette in luce il lato moralmente saldo del suo operato: un fascista della prima ora pronto alla ribellione interna quando il progetto non gli pareva trasparente. Cesare Goldmann Nacque a Trieste in una facoltosa famiglia ebraica, rovinata nel 1873 dal crollo della borsa di Vienna. Di orientamento politico socialdemocratico e anticlericale, si distaccò progressivamente dalla fede ebraica, aderendo alla loggia massonica Pietro Micca di Torino. Il 23 marzo 1919, a Milano, si tenne la storica assemblea che segnò la nascita dei Fasci Italiani di Combattimento. Quel giorno, Mussolini non aveva una sede sua: fu quindi Goldmann, a mettere a disposizione il salone del Circolo dell’Alleanza Industriale e Commerciale, una location elegante e ricercata, per inaugurare il nuovo movimento. La messa a disposizione della sala non era il primo gesto di Goldmann a favore di Mussolini, nel 1917 aveva donato 17.000 lire al giornale Il Popolo d’Italia, contribuendo significativamente alla sopravvivenza del quotidiano tramite il quale Mussolini stava costruendo il suo progetto politico. Goldmann rappresenta il tipo di fascista “da salotto”, pragmatico e istituzionale, in netto contrasto con la violenza squadrista. Giovanni Marinelli Iscritto alla comunione massonica della Gran Loggia di Piazza del Gesù, politicamente cresce nel Partito socialista entrando in polemica con la dirigenza nel 1914 a causa della sua posizione interventista. Aveva rapporti stretti con Benito Mussolini ed era il segretario amministrativo del Pnf, gestendo la “cassa nera” del partito, con cui finanziava le squadre fasciste. Era considerato un “ras” fedele e brutale, con forti legami con la polizia politica e le squadre d’azione. Marinelli fu identificato come il mandante principale del delitto Matteotti: fu lui a fornire il denaro e l’auto per il rapimento. Agì in accordo (o forse con l’“autorizzazione implicita”) dei vertici fascisti, sebbene Mussolini si sia sempre dichiarato estraneo. Marinelli fu arrestato nel 1924, ma nel clima confuso e intimidatorio del regime il processo fu blando. Fu riconosciuto colpevole, insieme a Cesare Rossi, solo di aver dato l’ordine di sequestro di Matteotti ma non quello di ucciderlo. Fu condannato a pochi anni di carcere, ma scarcerato nel 1926 con un’amnistia compiacente. Arnaldo Mussolini Di animo meno irruente e più mediatore del fratello maggiore, pur tuttavia lo seguì in tutte le sue avventure, dall’insegnamento, al socialismo, al fascismo. Il due novembre del 1922 Raoul Vittorio Palermi, Sovrano gran commendatore del Supremo Consiglio della Gran Loggia d’Italia gli rimise le insegne di 33º grado (“Sovrano Grande Ispettore Generale Onorario”) del Rito scozzese antico ed accettato. Nel 1925, durante uno sciopero improvviso dei tipografi del quotidiano Il Popolo d’Italia, che Arnaldo dirigeva, i caratteri mobili per stampare il giornale vennero sabotati. Il testo dell’editoriale di Benito Mussolini, scritto a mano e già approvato, andò perduto. In una situazione di panico totale, con il Duce furioso e i collaboratori paralizzati, Arnaldo si chiuse in una stanza per mezz’ora, poi riemerse e dettò a memoria tutto l’editoriale del fratello, parola per parola. Il giornale uscì in orario. Mussolini, informato del gesto, disse: “Arnaldo è il solo uomo a cui potrei affidare la mia ombra”. Fu sempre considerato il braccio culturale del fascismo, preferendo le scrivanie alle piazze. Umberto Pasella Nato a Orbetello, entra giovanissimo nel sindacalismo rivoluzionario e ricopre la carica di segretario della Camera di lavoro prima a Ferrara, poi a Parma e infine a Piombino. Vive per anni di espedienti vari, facendo il prestigiatore, il commerciante e il «truffatore». Dopo l’esperienza sindacalista, si trasferisce a Firenze dove diventa un acceso interventista e durante la guerra si avvicina alle posizioni di Mussolini. Non mancherà, come riferiscono alcune testimonianze di suoi “camerati d’armi”, di lavorare per il contro spionaggio dando informazioni sul movimento sovversivo. Fu uno dei sansepolcristi facenti parte della Massoneria. Nel corso del biennio rosso, tra il 1919 e il 1920, Pasella, allora segretario nazionale del Pnf, decise di armare i fasci locali per contrastare gli scioperi operai e il movimento socialista. Su sua direttiva vennero costituite vere e proprie “squadre d’azione” composte da fascisti provvisti di manganelli, rivoltelle, bombe a mano e munizioni. Queste squadre vennero impiegate in operazioni controrivoluzionarie dando vita a un periodo di forti tensioni politiche e sociali. Luigi Razza Dirigente dell’Unione sindacale italiana di Filippo Corridoni, fu uno dei sansepolcristi aderenti alla Massoneria. Originario di Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia), non dimenticò mai la sua formazione da sindacalista e giornalista impegnato nelle tematiche sociali. Nonostante si iscrivesse al Pnf e diventasse uno dei capi sindacali fascisti, non rinunciò mai alle sue idee di origine. Durante le agitazioni contadine in Puglia, Razza ripeteva con convinzione e ironia: “Sotto questa camicia nera ero e sono sempre socialista nel cuore”. Questa frase riassume bene la sua identità ambivalente: era pienamente fascista nell’organizzazione e nella carriera (fu segretario sindacale, deputato, ministro), ma il suo occhio rimaneva sempre rivolto ai bisogni dei più deboli. Razza incarnò quella corrente definita “fascismo di sinistra”, che non dimenticava la giustizia sociale. Questa sua impronta sociale creò un certo disappunto nelle stanze del potere, tanto che molti videro nella sua nomina ministeriale del 1935 un modo per allontanarlo dalla sfera sindacale, dove dava fastidio con le sue idee radicali. Cesare Rossi Cesare Rossi, detto Cesarino, uno degli uomini più vicini a Benito Mussolini, fu un sindacalista, giornalista e politico. Rossi aderiva alla massoneria, comunione della Gran Loggia di Piazza del Gesù, dalla quale si dimetterà con lettera il 18 febbraio 1923. Dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), Rossi , fino ad allora capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio e organizzatore della famigerata “Ceka fascista”, entrò in una crisi di coscienza. Dopo essersi dato alla latitanza, il 22 giugno 1924 si costituì e, invece di rimanere in silenzio, scrisse un memoriale esplosivo. Pubblicato da Il Mondo, il 27 dicembre 1924, il testo accusava direttamente Mussolini di aver creato e gestito la Ceka e di aver indirettamente ordinato altri atti violenti. Scrisse testualmente: “Tutto quanto è successo è avvenuto sempre per la volontà diretta o per la complicità del Duce”. Da figura chiave dello squadrismo e del potere, Rossi divenne un “pentito” interno che ruppe con Mussolini, rivelando i retroscena criminali del regime. Costretto a fuggire in Francia nel 1926, tornò in Italia nel 1928 e finì condannato a 30 anni. Uscì solo molti anni dopo e, nel dopoguerra, pubblicò memorie e saggi sul fascismo e il delitto Matteotti. Ernesto Torrusio Il pugliese Ernesto Torrusio fu uno dei sansepolcristi facenti parte della Massoneria. All’inizio della stagione sportiva 1926-1927 a Milano la Unione Sportiva Milanese non navigava in buone acque e Torrusio ne divenne il Presidente. Nel 1927 divenne vice-podestà (vice-sindaco) di Milano. E non era una carica da niente. In seguito, divenne Segretario dell’Ente Sportivo Provinciale Fascista milanese quando si decise di fare di ogni disciplina sportiva (ma soprattutto del calcio) strumento di propaganda politica. Nell’agosto 1928 venne decisa la fusione dell’Inter con l’Unione Sportiva Milanese. Il giorno successivo Torrusio andò alla sede dell’Inter presentando le nuove credenziali di Commissario della Società Sportiva Ambrosiana. Esempio lampante di decisionismo e potere politico totalizzante. La nuova società assume il nome di Società Sportiva Ambrosiana. La maglia sociale sarà bianca. 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