Quando si racconta la nascita della Marvel, i nomi che dominano sempre la scena sono quelli di Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko. Ma prima ancora che esistessero Spider-Man o i Fantastici Quattro, dietro tutto c’era un uomo molto diverso: Martin Goodman. Non era un visionario romantico del fumetto, né un autore pieno di idee rivoluzionarie. Era soprattutto un fiutatore di affari. DALLE PULP A CAPITAN AMERICA Goodman veniva dal mondo delle riviste popolari americane degli anni Trenta, le pulp, un universo editoriale enorme e caotico fatto di storie western, detective, fantascienza e avventura. Pubblicava di tutto, cambiava continuamente nomi alle sue società, apriva e chiudeva etichette editoriali con rapidità impressionante e seguiva una regola semplicissima: se qualcosa vendeva, lui ci si buttava sopra immediatamente. Non era particolarmente interessato ai fumetti come forma artistica. Li vedeva come un altro mercato in crescita. Nel 1938 la concorrenza aveva ottenuto un successo gigantesco con Superman, e Goodman capì subito che i supereroi potevano diventare una miniera d’oro. Così, nel 1939, fondò la sua linea: la Timely Comics. Il primo albo si chiamava “Marvel Comics” n. 1. E qui c’è già un piccolo paradosso storico: il nome “Marvel” esisteva prima ancora che esistesse davvero la Marvel come casa editrice. Dentro quel numero c’erano la Torcia Umana originale — un androide infuocato — e Namor il Sub-Mariner, creatura arrogante e semi-malvagia che oggi è ancora uno dei personaggi più antichi dell’universo Marvel. Il fumetto fu un successo enorme: quasi 900.000 copie vendute contando le ristampe. Goodman aveva colpito nel segno. Il suo talento non era creare personaggi, ma assemblare persone capaci di farlo. Tra i primi grandi acquisti ci furono Joe Simon e Jack Kirby, una coppia creativa esplosiva. Furono loro a inventare Captain America nel 1940. Nella copertina del primo numero di “Captain America Comics”: il supereroe prende a pugni Adolf Hitler. Oggi sembra normale, ma all’epoca gli Stati Uniti non erano ancora entrati nella Seconda guerra mondiale. Era una presa di posizione politica fortissima. Pare che l’ufficio della Timely ricevesse lettere minatorie da simpatizzanti filonazisti americani. Kirby, cresciuto nei quartieri duri di New York, avrebbe risposto più o meno così: “Se vogliono protestare, vengano pure di persona”. Goodman capì immediatamente il potenziale patriottico del personaggio. Captain America divenne un fenomeno editoriale e trasformò Timely in una delle grandi case del fumetto della Golden Age. Durante gli anni Quaranta, i suoi albi erano pieni di eroi che combattevano nazisti, sabotatori giapponesi e spie dell’Asse. Ed è qui che entra in scena un ragazzo chiamato Stanley Lieber, cugino acquisito della moglie di Goodman. Aveva poco più di quindici anni quando ottenne un lavoro da fattorino negli uffici della Timely. Quel ragazzo sarebbe diventato Stan Lee. All’inizio faceva lavori umili: riempiva i calamai, portava il pranzo agli artisti, correggeva bozze. Anni dopo raccontò scherzando che il suo compito principale era “assicurarsi che gli artisti non morissero di fame”. Ma Goodman aveva una caratteristica importante: se vedeva qualcuno lavorare tanto, gli dava spazio. Quando Simon e Kirby lasciarono la Timely per dispute economiche, Goodman promosse proprio Stan Lee a editor ad interim. Aveva appena diciannove anni. Era un’età assurda per dirigere una linea di fumetti nazionale, ma Goodman non era tipo da formalità: voleva qualcuno veloce, economico e affidabile. Questa era la filosofia dell’intera azienda. La Timely non funzionava come una boutique; sembrava più una fabbrica velocissima di idee popolari. Goodman inseguiva continuamente le mode. Se i supereroi vendevano, pubblicava supereroi. Se il pubblico voleva western, crime, horror o storie romantiche, cambiava direzione senza problemi. Non aveva alcuna fedeltà verso i generi: seguiva il mercato con pragmatismo quasi brutale. Durante la guerra, questo metodo funzionò magnificamente. I fumetti erano economici, diffusissimi e perfetti per i soldati al fronte. Captain America, Namor e la Torcia Umana divennero simboli popolari del periodo. Gli uffici della Timely si trasferirono nell’Empire State Building, segno che gli affari andavano benissimo. Eppure Goodman rimase sempre una figura quasi invisibile al pubblico. Non aveva il carisma teatrale che Stan Lee avrebbe mostrato decenni dopo. Non cercava di diventare una celebrità. Era il classico editore dell’epoca: pragmatico, rapidissimo nelle decisioni, spesso spietato negli affari e totalmente concentrato sulle vendite. Verso la fine degli anni Quaranta il boom dei supereroi iniziò a rallentare. Il pubblico cambiava gusti dopo la guerra, e Goodman lo percepì immediatamente. Ancora una volta si preparò a cambiare pelle. Sarebbe stata la premessa della trasformazione successiva: Atlas Comics, e infine la futura Marvel. LA ATLAS Gli anni Cinquanta furono probabilmente il periodo più strano e contraddittorio della carriera di Martin Goodman. La guerra era finita, l’America stava cambiando rapidamente e i supereroi, che durante il conflitto sembravano invincibili, improvvisamente non interessavano più quasi nessuno. Captain America venne cancellato. Anche Namor e la Torcia Umana sparirono dalle edicole. Per molti editori fu un disastro. Per Goodman, invece, fu semplicemente un altro cambio di direzione. La sua filosofia non era “difendere un’identità editoriale”, ma sopravvivere e vendere. Così la vecchia Timely Comics cambiò gradualmente volto e nome, entrando nell’epoca che oggi viene ricordata come Atlas Comics. Il marchio “Atlas” compariva sulle copertine come un piccolo globo geografico, ma in realtà dietro c’era sempre Goodman e il suo sistema industriale quasi compulsivo. Ed è qui che emerge una caratteristica fondamentale di Goodman: pubblicava qualunque cosa sembrasse promettente. Letteralmente qualunque cosa. Westerns, horror, mostri giganti, storie sentimentali, fantascienza paranoica, racconti di guerra, jungle girls, detective, umorismo adolescenziale. Se un genere vendeva bene in un’altra casa editrice, Goodman ordinava immediatamente qualcosa di simile. Stan Lee avrebbe raccontato anni dopo che il metodo era brutale nella sua semplicità: Martin entrava in ufficio, vedeva i dati di vendita e diceva più o meno “questo sta andando bene, facciamone altri cinque”. La Atlas degli anni Cinquanta diventò quindi una macchina gigantesca e disordinata. Pubblicava decine e decine di albi al mese. Non esisteva ancora l’idea moderna di “universo condiviso”: ogni collana viveva per conto proprio. Gli autori spesso lavoravano senza sapere nemmeno chi avrebbe disegnato o scritto la storia successiva. Eppure, dentro quel caos Stan Lee rimase al centro della produzione editoriale. Goodman non aveva problemi a sfruttare anche le ossessioni morali dell’epoca. Quando esplose il panico pubblico contro i fumetti violenti e horror — culminato nel libro “Seduction of the Innocent” dello psichiatra Fredric Wertham — l’intera industria entrò in crisi. Nel 1954 nacque il Comics Code Authority, una specie di sistema di autocensura rigidissimo. Vampiri, sangue, zombie, perfino certe parole considerate troppo inquietanti sparirono dalle copertine. Molti editori piccoli morirono. Goodman sopravvisse ancora una volta adattandosi immediatamente. Ridusse gli horror più estremi e aumentò altri generi. Ma il colpo più duro arrivò poco dopo, e fu quasi grottesco. Per distribuire i suoi fumetti, Goodman si appoggiava alla American News Company, il più grande distributore del settore. Quando la compagnia collassò improvvisamente nel 1957, Atlas si ritrovò praticamente paralizzata. Goodman fu costretto a chiedere aiuto proprio alla sua grande rivale: la DC Comics, attraverso la Independent News. La situazione aveva qualcosa di umiliante. La DC accettò di distribuire i fumetti Atlas… ma imponendo un limite al numero di albi pubblicabili ogni mese. Fu un disastro per Goodman, abituato a invadere le edicole con quantità enormi di titoli. Molti disegnatori persero il lavoro quasi da un giorno all’altro. Anche Stan Lee attraversò uno dei periodi più frustranti della sua carriera. Secondo diverse testimonianze, quando i conti peggioravano, Goodman diventava gelidissimo. Non era un editore sentimentale. Tagliava personale, chiudeva collane e cambiava strategia senza troppe esitazioni. Alcuni collaboratori lo rispettavano per la sua lucidità imprenditoriale; altri lo consideravano avaro e opportunista. Probabilmente era entrambe le cose. Alla fine degli anni Cinquanta ritornò Jack Kirby, che produsse una quantità quasi folle di storie. Kirby disegnava western, mostri spaziali, invasioni aliene, robot colossali e creature improbabili. Molti storici del fumetto vedono proprio in quei racconti apparentemente “minori” il laboratorio da cui nascerà la Marvel moderna degli anni Sessanta. Moltissimi mostri pre-supereroistici della Atlas hanno nomi assurdi e memorabili — Groot, Fin Fang Foom, Goom, Rommbu. Alcuni sarebbero stati recuperati decenni dopo nell’universo Marvel vero e proprio. Groot, per esempio, nasce nel 1960 come gigantesco alieno invasore che urla: “Io sono Groot!”. L’atmosfera dei fumetti Atlas rifletteva anche le paure dell’America anni Cinquanta: la bomba atomica, gli Ufo, la Guerra fredda, le mutazioni radioattive. I protagonisti combattevano formiche giganti, cervelli alieni o creature nate dagli esperimenti nucleari. Era fantascienza pulp, spesso ingenua, ma piena di energia visiva. Intanto la DC rilanciò i supereroi con una nuova versione di Flash e poi con la Justice League. Le vendite cominciarono a salire. Goodman osservò i numeri — come faceva sempre — e arrivò alla conclusione che forse i supereroi potevano tornare di moda. Ancora una volta non si trattava di nostalgia o passione creativa. Era business. Ma quella decisione, presa quasi per istinto commerciale, avrebbe cambiato la storia del fumetto. Nel decennio successivo Martin Goodman avrebbe dato a Stan Lee e Jack Kirby il via libera per creare un nuovo gruppo di eroi. Si chiamavano Fantastic Four. E da lì sarebbe nata davvero la Marvel che conosciamo oggi. IL FENOMENO MARVEL Gli anni Sessanta furono il decennio in cui Martin Goodman contribuì a cambiare per sempre il fumetto americano. Ed è anche il periodo più ironico della sua carriera: proprio lui, che aveva sempre trattato i comics come un semplice prodotto commerciale, si ritrovò proprietario della casa editrice più innovativa del settore. Goodman vide che i supereroi vendevano di nuovo e volle entrare immediatamente nel mercato. Nel 1961 uscirono i Fantastic Four, creati da Stan Lee e Jack Kirby. Goodman forse si aspettava l’ennesima imitazione della Justice League. Invece si ritrovò qualcosa di completamente diverso: eroi litigiosi, insicuri, arroganti, imperfetti. E qui si vede una delle qualità meno raccontate di Goodman: quando intuiva che qualcosa funzionava, lasciava correre. Non era invadente, voleva soprattutto risultati. Finché i fumetti vendevano, Stan Lee e Jack Kirby potevano spingere le idee sempre più lontano. In pochi anni esplose tutto. Arrivarono Hulk, Thor, Iron Man, gli X-Men, Daredevil e soprattutto Spider-Man. Dal punto di vista editoriale, la Marvel degli anni Sessanta aveva ancora mezzi molto inferiori rispetto alla DC. A causa degli accordi distributivi ereditati dagli anni Cinquanta, Goodman poteva pubblicare pochi albi mensili. Paradossalmente, quella limitazione contribuì a creare una linea editoriale più compatta e riconoscibile. La Marvel trasformò questo vincolo in un vantaggio: tutti i personaggi vivevano nello stesso universo narrativo. I Fantastici Quattro potevano incontrare Spider-Man; Hulk poteva scontrarsi con Thor. Oggi sembra normale, ma allora era rivoluzionario. Negli anni Sessanta Stan Lee diventò il volto della compagnia. Scriveva editoriali pieni di entusiasmo, firmava rubriche, inventava slogan come “Veri credenti” e “Excelsior!”. Sembrava quasi il presentatore di un gigantesco club nazionale del fumetto. Goodman lasciò fare anche questo. Lui apparteneva a una generazione completamente diversa. Era un uomo cresciuto nell’epoca dei pulp magazine e delle riviste popolari, non nella cultura pop giovanile degli anni Sessanta. Stan Lee parlava ai lettori come amici; Goodman rimaneva il businessman dietro le quinte. Molti collaboratori dell’epoca ricordano che fosse attentissimo ai costi. La Marvel lavorava spesso in condizioni economiche precarie. Le paghe non erano alte, le scadenze feroci. Jack Kirby produceva quantità di tavole impressionanti, ma avrebbe poi accusato Goodman e Lee di non aver riconosciuto abbastanza il suo contributo creativo. Anche Steve Ditko, co-creatore di Spider-Man e Doctor Strange, era una figura complessa e distante. Goodman non interveniva molto nei conflitti creativi, ma il sistema aziendale restava fortemente sbilanciato verso la proprietà editoriale. I personaggi appartenevano alla compagnia. Nonostante tutto, il successo cresceva continuamente. Verso la metà del decennio, la Marvel divenne un fenomeno culturale universitario. Era una cosa impensabile pochi anni prima. Gli studenti americani leggevano Spider-Man e Silver Surfer come simboli di una nuova sensibilità più nevrotica, moderna e persino filosofica rispetto agli eroi impeccabili del passato. Eppure Martin Goodman continuava a ragionare soprattutto da editore commerciale. Quando vide che i supereroi funzionavano, moltiplicò le serie. Quando capì che i personaggi Marvel avevano un pubblico fidelizzato, spinse merchandising, ristampe e licenze. Nel 1968 prese la decisione più sorprendente della sua carriera: vendette la Marvel alla Perfect Film & Chemical Corporation. La scelta stupì molti. La Marvel stava crescendo rapidamente e i personaggi stavano diventando sempre più famosi. Ma Goodman aveva quasi sessant’anni e ragionava da uomo d’affari classico: vendere al momento giusto era spesso più importante che restare sentimentalmente legati all’azienda. Rimase ancora per un po’ come editore, osservando la compagnia trasformarsi lentamente in qualcosa di molto più grande di quanto probabilmente avesse immaginato nel 1939. Martin Goodman non fu mai un grande comunicatore come Stan Lee né un genio visionario come Kirby. Però senza il suo istinto commerciale, la sua velocità decisionale e la sua capacità quasi brutale di seguire il mercato, la Marvel probabilmente non sarebbe mai esistita abbastanza a lungo da diventare la… Marvel. LA ATLAS SEABORD Gli anni Settanta furono il decennio in cui Martin Goodman perse definitivamente il controllo del mondo che aveva costruito. Ed è una storia molto più amara di quanto spesso si racconti. Quando aveva venduto la Marvel nel 1968 alla Perfect Film & Chemical Corporation, Goodman pensava di poter continuare a gestire l’azienda ancora a lungo, mantenendo il ruolo del vecchio patriarca editoriale. In fondo era stato lui a costruire tutto: dalla Timely degli anni Trenta fino all’esplosione Marvel dei Sessanta. Ma il clima stava cambiando. La Marvel diventava sempre più un pezzo di un gruppo industriale più grande, governato da manager, consigli di amministrazione e logiche finanziarie diverse da quelle del vecchio editore pulp cresciuto nelle edicole di New York. Goodman non si adattò bene. Per decenni aveva comandato praticamente da solo, prendendo decisioni rapidissime e spesso impulsive. Ora invece doveva rispondere a dirigenti aziendali e nuovi proprietari. I rapporti si deteriorarono progressivamente, soprattutto con il nuovo management guidato da Cadence Industries, nome assunto dalla compagnia dopo varie fusioni e riorganizzazioni. Nel 1972 arrivò la rottura definitiva. Martin Goodman lasciò la Marvel. Ed è qui che accade uno degli episodi più incredibili e meno conosciuti della storia del fumetto americano: a quasi settant’anni, invece di ritirarsi, decise di creare una nuova casa editrice concorrente. Si chiamava Atlas/Seaboard Comics. La scelta aveva qualcosa di personale, quasi vendicativo. Goodman voleva dimostrare che il vero motore del successo non era la “Marvel” come marchio, ma lui. Per attirare talenti, usò il metodo più diretto possibile: offrì paghe migliori. Molti autori e disegnatori Marvel, stanchi delle condizioni economiche spesso dure dell’industria, guardarono con interesse alla nuova compagnia. Atlas/Seaboard cercò apertamente di imitare il modello Marvel. Supereroi tormentati, universo condiviso, tono moderno, grafica aggressiva. Alcuni personaggi sembravano quasi versioni alternative degli eroi Marvel e DC. C’erano albi come The Destructor, Ironjaw, Phoenix, Morlock 2001. L’operazione però aveva un problema fondamentale: Martin Goodman era sempre stato bravissimo a seguire le mode, meno a crearne di nuove. Negli anni Sessanta aveva avuto accanto Stan Lee, Jack Kirby, Steve Ditko e altri autori straordinari proprio nel momento perfetto. Negli anni Settanta il contesto era diverso. Inoltre Atlas/Seaboard nacque in modo frenetico e disordinato, molto simile al vecchio sistema produttivo di Goodman. Alcuni autori raccontarono che gli uffici sembravano ancora quelli di un editore pulp degli anni Quaranta, mentre il fumetto americano stava diventando sempre più complesso e competitivo. Goodman lavorava anche allora: continuava a controllare ossessivamente le vendite e le tendenze di mercato, leggendo numeri e distribuzioni come aveva fatto per tutta la vita. Non aveva perso il suo istinto imprenditoriale. Ma il mercato ormai era cambiato troppo. Atlas/Seaboard durò pochissimo. Circa un anno e mezzo. Nel 1975 la compagnia collassò. Fu una sconfitta importante, perché mostrava qualcosa di quasi crudele: Martin Goodman aveva contribuito enormemente alla nascita della Marvel, ma non riusciva più a ricrearne la magia. È difficile capire quanto fosse orgoglioso e quanto amareggiato. Chi lo conobbe lo descriveva come un uomo pragmatico fino all’ultimo, non incline alla nostalgia pubblica. Però il fatto stesso che avesse tentato di rifondare una propria casa editrice suggerisce che non accettasse facilmente di essere stato superato. E in fondo c’era qualcosa di paradossale nella situazione. Per decenni Martin Goodman aveva trattato i fumetti come prodotti usa-e-getta, intercambiabili con pulp, riviste scandalistiche o magazine western. Ma negli anni Settanta scoprì che la Marvel era diventata qualcosa di diverso: un universo narrativo con una propria identità culturale, ormai indipendente perfino dal suo fondatore. Morì nel 1992, abbastanza a lungo da vedere i suoi personaggi diventare fenomeni globali, ma prima che Hollywood trasformasse definitivamente la Marvel in un colosso mondiale. (La Wikipedia in lingua inglese e l’Intelligenza artificiale sono state utilizzate come supporto per questo articolo). Navigazione articoli MATITE BLU 490 MALCOLM WHEELER-NICHOLSON, IL FONDATORE DELLA DC