Circondata da 28 uomini in posa per una foto di gruppo, una sola donna rappresenta una buona metà dell’umanità. Certo, è seduta in prima fila poco distante da Albert Einstein, ma pare perdersi in mezzo a quella marea umana declinata al maschile. La signora si chiama Maria Solomea Sklodowska, meglio nota come Marie Curie dal cognome del marito del quale, all’epoca della foto, era già rimasta vedova. Raggruppati in un hotel di Bruxelles in occasione del “Congresso Solvay”, che ogni tre anni faceva sedere attorno allo stesso tavolo i più importanti scienziati mondiali, il 29 ottobre del 1927 si ritrovarono i numerosi padri e l’unica madre della futura fisica quantistica, ben 17 dei quali erano già stati insigniti, o lo sarebbero stati di lì a poco, del Premio Nobel. Marie Curie, di quei 17 premi, ne aveva vinti due: il primo, per la fisica, nel 1903 insieme al marito Pierre e al collega Antoine Henri Becquerel; il secondo, per la chimica, in solitaria nel 1911. Per arrivare sino a lì, la signora Marie di strada ne aveva percorsa tanta, sempre impegnandosi al massimo perché, a differenza dei suoi colleghi uomini, non solo era una donna, ma proveniva dalla Polonia, Paese allora periferico rispetto all’Europa “che contava”. Per giunta, quando lei nacque il 7 novembre del 1867, la Polonia era spartita in tre zone d’influenza sotto il controllo delle superpotenze continentali di quegli anni: Russia, Prussia e Austria. Inoltre, nella Parigi d’inizio Novecento dove viveva e lavorava, fu considerata per alcuni anni da certa stampa scandalistica alla stregua di una “Messalina” rovina-famiglie perché, dopo essere rimasta vedova, si era follemente innamorata di Paul Langevin, ex studente di suo marito, molto più giovane di lei, sposato e padre di quattro figli. Le lettere d’amore che i due si scambiarono nel 1911 furono date in pasto ai giornali dalla moglie tradita di quell’uomo debole e indeciso che, per un certo periodo di tempo, volle tenere i piedi in due scarpe, finché il forte stress psicologico e la generale ostilità pubblica non posero fine alla relazione. Pertanto Marie Curie, per posare a testa alta in quella foto, dovette combattere per dimostrare di essere e restare sempre, di gran lunga, la prima in tutto. Fu infatti la studentessa più brava, insignita della medaglia d’oro dal suo liceo di Varsavia; una delle prime donne (23 su 1825 studenti in tutto) a iscriversi alla Facoltà di Scienze della Sorbona di Parigi, città dov’era giunta da Varsavia il 3 novembre del 1891 dopo un viaggio in treno durato quaranta ore; la prima giovane a laurearsi nel corso di fisica del 1893 e poi, già l’anno dopo, in quello di matematica; la prima a essere insignita di due Premi Nobel e infine, nel 1906, ancora una volta la prima esponente di sesso femminile a essere ammessa all’insegnamento presso l’Università della Sorbona. In quello stesso 1906, Marie perse in un tragico incidente stradale, schiacciato da un carro i cui cavalli si erano imbizzarriti, colui che nei dodici anni precedenti era stato al tempo stesso marito amato, padre delle sue due figlie, amico e compagno di studi e lavoro: Pierre Curie. Grazie al loro inossidabile sodalizio e agli studi condotti sull’uranio, i due scoprirono un nuovo elemento, il polonio (così chiamato dal nome della patria d’origine di Marie) oltre al radio, in tal modo facilitando le future ricerche in campo atomico e spianando la strada a quelle sulla radioattività che, senza saperlo, avrebbe portato la stessa Marie alla tomba, il 4 luglio del 1934. Due giorni più tardi sarebbe stata sepolta nel piccolo cimitero di Sceaux, vestita di bianco dopo una vita trascorsa a indossare abiti neri, in una bara appoggiata sopra quella del marito. Sul feretro le figlie sparsero, in segno di estremo omaggio, una manciata di terra polacca. Dal 1995 le spoglie mortali dei coniugi Curie riposano nel Pantheon di Parigi, dove la bara di Marie, per timore di contaminazioni radioattive, è stata rinchiusa in una cassa di piombo.(Immagine di apertura di pubblico dominio). Navigazione articoli MESOZOICO CON CAVERNICOLI E DINOSAURI