Intervisto la mia amica Iaia: le mie domande, tutte brevi, sono in corsivo.

– I manga non sono più creativi come negli anni settanra e ottanta…

Se per “creativi” intendi idee più strane, sperimentali e meno vincolate alle formule di mercato, c’è effettivamente qualcosa da dire.

Negli anni ’70 e ’80 il manga attraversava una fase particolarmente fertile: autori come Osamu Tezuka, Katsuhiro Otomo e Go Nagai potevano muoversi in direzioni molto diverse, dal gekiga alla fantascienza, dall’horror alla satira, senza che tutto dovesse necessariamente diventare una lunga serie.

Oggi, soprattutto nei manga mainstream, sono molto più evidenti alcune formule ricorrenti: isekai, reincarnazione, battle shōnen, harem, power scaling, archetipi dei personaggi ecc. Questo può dare la sensazione che molti titoli siano variazioni dello stesso modello.

Però farei una distinzione: non credo che oggi manchi la creatività; è cambiato il luogo in cui trovarla. Le opere più originali spesso stanno fuori dal mainstream o vengono pubblicate su riviste e piattaforme più piccole.

E c’è anche un effetto nostalgia importante: degli anni ’70-’80 ricordiamo soprattutto le opere che hanno superato la prova del tempo, mentre oggi vediamo anche una quantità enorme di titoli mediocri che allora semplicemente non ci sarebbero arrivati.




– La colpa è di Dragon Ball, o meglio del suo editor che ha impostato la formulla del “manga di successo”…

Sì, questa è una tesi molto più interessante: non tanto “Dragon Ball ha rovinato i manga”, quanto il fatto che il suo enorme successo abbia contribuito a trasformare un certo modello editoriale in una formula industriale.

Dragon Ball non nasceva necessariamente come “manuale del manga di successo”. Il problema è ciò che succede dopo il suo successo: l’industria scopre che determinati ingredienti funzionano enormemente bene — protagonista giovane, combattimenti sempre più spettacolari, tornei, trasformazioni, rivali, escalation dei poteri, serializzazione lunga — e diventa razionale per gli editor cercare di replicarli.

E qui Shueisha e soprattutto Weekly Shōnen Jump hanno un ruolo fondamentale. Non perché un singolo editor abbia deciso “da oggi facciamo tutti manga come Dragon Ball”, ma perché il sistema editoriale della rivista ha sviluppato meccanismi per individuare rapidamente ciò che piace ai lettori e spingere gli autori verso ciò che funziona.

La conseguenza è abbastanza paradossale:

Dragon Ball è stato estremamente innovativo → il suo successo ha reso alcuni dei suoi meccanismi facilmente imitabili → l’imitazione ha finito per produrre formule.

E infatti c’è una differenza enorme tra “un’opera influenza altre opere” e “l’industria costruisce un modello commerciale attorno a quell’influenza”.

Detto questo, attribuire tutto a Dragon Ball sarebbe probabilmente ingiusto. Il fenomeno era già iniziato prima e dipende anche dalla trasformazione dello shōnen manga in un mercato sempre più competitivo e orientato ai dati di vendita e al merchandising.

– Come spiega la situazione il vecchio editor di Dragon Ball?

La cosa interessante è che lo stesso Kazuhiko Torishima, il primo editor di Toriyama, non sembra affatto convinto che il modello “Dragon Ball” sia qualcosa da copiare.

Torishima ha raccontato che Dragon Ball all’inizio non era nemmeno particolarmente popolare. Quando le classifiche di gradimento cominciarono a scendere, lui studiò i manga che in quel momento dominavano Jump, in particolare Hokuto no Ken, e da lì spinse Toriyama verso una maggiore componente d’azione e combattimento.

Ma c’è un punto ancora più interessante.

Torishima oggi critica proprio la standardizzazione

Nel 2025, alla Japan Expo, Torishima ha criticato il modo in cui oggi vengono prodotti e consigliati i manga digitali. La sua tesi è praticamente l’opposto dell’idea di “troviamo la formula che funziona e replichiamola”: gli algoritmi tendono a mostrare al lettore cose simili a quelle che ha già letto, restringendo progressivamente la varietà.

E questo si collega molto bene a quello che dicevi tu.

Torishima, infatti, aveva una filosofia editoriale piuttosto particolare. Quando arrivò a Weekly Shōnen Jump, non amava nemmeno lo shōnen manga dell’epoca; preferiva opere shōjo e riteneva che molti manga di Jump mancassero di profondità. Studiò persino i manga della concorrenza tavola per tavola per capire come rendere la lettura più immediata.



Quindi il paradosso è questo:

Torishima contribuì a creare uno dei più grandi “modelli” dello shōnen moderno, ma oggi è proprio uno dei suoi critici.

E soprattutto, non sembra che la sua lezione fosse “fate un altro Dragon Ball”. Era piuttosto:

capite cosa piace al lettore, ma trovate un autore capace di trasformarlo in qualcosa di proprio.

Questo spiega anche perché Dragon Ball stesso sia nato in modo molto meno schematico di quanto immaginiamo oggi: Toriyama partì come autore di gag e Dragon Ball era inizialmente una sorta di road movie ispirato a Il viaggio in Occidente. Quando quel modello perse popolarità, cambiarono progressivamente struttura e ritmo.

Insomma, il “problema Dragon Ball” potrebbe essere proprio che l’industria ha imparato la lezione sbagliata da Dragon Ball: ha copiato gli elementi visibili del successo, invece del processo creativo che lo aveva prodotto.

– Raccontami cosa dice esattamente Torishima sulla famosa trasformazione di Dragon Ball da avventuroso a manga di combattimento…

Sì. Ho verificato le dichiarazioni di Torishima, e la storia è ancora più interessante di come viene normalmente raccontata.

Il punto fondamentale è che Torishima non dice semplicemente “facciamo diventare Dragon Ball un battle manga”. Racconta un processo molto più ragionato, nato da un problema concreto: Dragon Ball stava perdendo popolarità.

1. All’inizio Dragon Ball era un’avventura

Toriyama aveva concepito Dragon Ball come una sorta di “Saiyūki moderno”, cioè un’avventura on the road ispirata al Viaggio in Occidente, con umorismo, viaggio, ricerca delle sfere e incontri con personaggi bizzarri. Toriyama stesso raccontò che l’idea era nata anche dal suo amore per i film di Jackie Chan.

Quindi il Dragon Ball originale non nasce come battle shōnen.

E Torishima racconta una cosa sorprendente: dopo l’arco di Pilaf, quando Shenron esaudisce il desiderio, la popolarità cominciò a scendere. Il problema era che la storia rischiava di sembrare un ciclo ripetitivo: si cercano le sfere, si esprime il desiderio, la storia ricomincia.

2. Torishima individua il problema in Goku

Torishima e Toriyama parlavano praticamente ogni giorno e arrivarono alla conclusione che Goku era troppo poco caratterizzato.

Ed è qui che Torishima interviene in modo molto “editoriale”: invece di aggiungere semplicemente una trama più complicata, bisogna costruire una situazione nella quale il carattere e le capacità di Goku possano emergere attraverso l’azione.

La soluzione fu farlo allenare da Muten.

E non da solo: entra in scena Crilin, creando anche un rapporto competitivo tra i due.

3. Poi arriva l’idea geniale: il Torneo

Torishima racconta che il Tenkaichi Budōkai fu concepito come il luogo nel quale mostrare i risultati dell’allenamento di Goku.

Questa è una cosa importantissima.

Il torneo non serviva inizialmente semplicemente a dire:

“I combattimenti vendono, quindi mettiamo combattimenti.”

Serviva a risolvere un problema narrativo preciso:

Come facciamo a mostrare al lettore che Goku è diventato più forte?

Il torneo dà una risposta perfetta: mettiamo davanti a lui altri combattenti e vediamo cosa sa fare.

E contemporaneamente risolve il problema della struttura: non serve più inventare continuamente un nuovo viaggio; hai una competizione, degli avversari, un obiettivo immediato e una progressione.



4. Ma Torishima guarda anche Hokuto no Ken

Qui arriviamo alla parte che secondo me si collega direttamente alla tua teoria precedente.

Torishima osservò Hokuto no Ken, che in quel periodo era uno dei grandi successi di Jump, e studiò soprattutto come Tetsuo Hara rappresentava l’azione.

La sua osservazione fu, in sostanza:

Hara è straordinario nelle immagini statiche. Toriyama possiede invece una capacità eccezionale di rappresentare il movimento nello spazio tridimensionale.

Quindi Torishima ragiona:

Se Hokuto no Ken ha questo tipo di forza visiva, che cosa possiede Toriyama che Hara non possiede?

La risposta è proprio il movimento tridimensionale.

E questo determina il modo in cui vengono progettati i combattimenti di Dragon Ball.

5. Il ring quadrato non è casuale

Questa è forse la parte più bella.

Torishima spiega che il ring del Tenkaichi Budōkai viene concepito come un palcoscenico quadrato con la regola dell’eliminazione fuori dal ring.

Perché?

Per permettere a Toriyama di sfruttare il movimento nello spazio:

  • avanti e indietro;
  • destra e sinistra;
  • sopra e sotto;
  • salti;
  • cadute;
  • differenze di altezza;
  • combattenti che si muovono in tutte le direzioni.

In altre parole, il regolamento del torneo viene progettato anche in funzione delle capacità grafiche dell’autore.

Ed è una differenza enorme rispetto al semplice:

“Mettiamo un torneo perché i tornei piacciono.”


Ed è qui che secondo me la tua osservazione diventa interessante

La trasformazione di Dragon Ball non fu:

avventura → combattimenti → successo.

Fu piuttosto:

problema di popolarità → analisi dei punti deboli → analisi della concorrenza → individuazione delle qualità specifiche di Toriyama → nuova struttura narrativa costruita intorno a quelle qualità.



Questa è una filosofia editoriale molto diversa dal copiare superficialmente Dragon Ball.

E c’è un dettaglio straordinario: Torishima stesso ha definito Dragon Ball un’opera nata “alla giornata”, non il risultato di un grande piano prestabilito. In un’intervista recente ha riassunto il processo proprio come qualcosa di molto più improvvisato e adattivo di quanto la leggenda faccia pensare.

Quindi, paradossalmente, il metodo che ha prodotto Dragon Ball era molto meno “formulaico” della formula che Dragon Ball avrebbe poi generato.

Ed è probabilmente questo il punto più forte della tua critica all’industria moderna: non hanno necessariamente copiato ciò che Torishima faceva; hanno copiato ciò che vedevano in superficie del risultato.

– Il lavoro degli editor oggi consiste nel proporre le formule che hanno fuzionato in passato, come Dragon Ball. A una nuova serie innovativa non si dà il tempo di essere capita dai lettori.

Sì, e secondo me stai individuando il vero punto della questione. La differenza non è semplicemente tra “manga vecchi creativi” e “manga moderni poco creativi”: riguarda il rapporto fra editor, rischio e tempo concesso a un’opera per trovare il proprio pubblico.

Il meccanismo può diventare questo:

1. Esce una serie innovativa.
All’inizio è difficile da classificare e non produce immediatamente risultati.

2. L’editor deve decidere rapidamente se continuare a investirci.
Se i dati iniziali sono deboli, c’è pressione per modificarla.

3. Si prendono gli elementi delle opere che hanno già funzionato.
“Serve un protagonista più forte”, “servono combattimenti”, “serve un rivale”, “serve un obiettivo più chiaro”, “deve assomigliare a X”.

4. L’opera viene resa più familiare.
Ma proprio ciò che la rendeva diversa può essere progressivamente eliminato.

5. Il lettore non ha mai il tempo di abituarsi alla novità.

Ed è qui che Dragon Ball diventa quasi un caso emblematico. Il paradosso è che Torishima non prese una formula preconfezionata e la impose a Toriyama. Analizzò il problema specifico di Dragon Ball e cercò una soluzione compatibile con quel particolare autore.

La differenza è enorme:

Vecchio modello: “Qual è il problema di questa serie e qual è la soluzione adatta a questo autore?”

Modello più industrializzato: “Quali caratteristiche hanno le serie che funzionano? Mettiamole dentro questa serie.”

Il secondo sistema è molto più sicuro commercialmente, ma rischia di produrre opere che assomigliano alle precedenti prima ancora di aver avuto la possibilità di diventare qualcosa di originale.

E c’è un’altra conseguenza importante: il successo stesso diventa conservatore. Quando una serie esplode, l’editore non vede soltanto un’opera di successo; vede un insieme di caratteristiche apparentemente replicabili. Così Dragon Ball diventa Dragon Ball + variazione, poi quella variazione diventa a sua volta un modello, e così via.

Per questo non direi che Dragon Ball abbia “ucciso la creatività”. Direi qualcosa di più preciso:

Dragon Ball ha dimostrato quanto fosse potente una determinata struttura commerciale; l’industria ha progressivamente imparato a replicare la struttura invece di replicare il processo creativo che aveva portato Toriyama e Torishima a trovarla.

E questo si collega perfettamente a quello che dicevamo prima su Torishima: il suo metodo era sperimentale, mentre il risultato del suo esperimento è diventato una formula.

– Ricostruisci come funzionava il sistema della “classifica dei lettori” di Weekly Shōnen Jump…

Ti ricostruisco il meccanismo in modo preciso, distinguendo ciò che è documentato da ciò che spesso viene semplificato nelle spiegazioni dei fan.

1. Il questionario settimanale: l’«ankēto»

Ogni numero di Weekly Shōnen Jump conteneva un questionario per i lettori. I lettori indicavano le serie preferite del numero; storicamente il sistema prevedeva la scelta delle proprie serie preferite e, oltre alla classifica, raccoglieva anche informazioni più dettagliate sul gradimento di personaggi, disegni e comprensibilità della storia. Negli anni Novanta la redazione arrivò a ricevere decine di migliaia di cartoline alla settimana.

Quindi la redazione non riceveva semplicemente:

One Piece = 1°
Naruto = 2°
X = 15°

Riceveva un’enorme quantità di feedback sul singolo capitolo appena pubblicato.


2. Il punto fondamentale: la classifica non era esattamente la TOC

Qui bisogna correggere una semplificazione molto comune.

La TOC (Table of Contents) è l’ordine in cui i manga vengono presentati nella rivista. L’ordine è fortemente collegato alla popolarità risultante dai questionari, ma non è una fotografia perfetta e contemporanea dei voti.

C’è infatti uno sfasamento temporale: il voto dei lettori viene elaborato e influenza la posizione di un capitolo diverse settimane dopo, tradizionalmente circa otto. Inoltre la redazione può modificare l’ordine per motivi editoriali.

Quindi bisogna pensare così:

capitolo pubblicato → lettori votano → redazione raccoglie i dati → qualche settimana dopo quei dati contribuiscono alla posizione della serie.

Questo dettaglio è importantissimo.


3. Perché mettere una serie davanti o dietro?

La posizione nella rivista era uno dei segnali visibili della situazione di una serie.

In linea generale:

alto nella TOC → buon gradimento

basso nella TOC → gradimento problematico

Una serie che rimaneva per molto tempo nelle posizioni basse poteva entrare nel gruppo destinato alla cancellazione, il cosiddetto uchikiri. Ma non significa che “è arrivata ultima una settimana → viene cancellata”.

La redazione considerava l’andamento nel tempo e altri elementi. Anche oggi gli osservatori della rivista sottolineano che la TOC non va interpretata come una classifica pura: copertine, pagine a colori, debutti e decisioni editoriali possono alterare la posizione.


4. E qui nasce la pressione sull’autore

Immagina di essere un mangaka esordiente.

Hai 8-10 capitoli per dimostrare che la tua serie funziona.

Il lettore non deve decidere:

“Questo manga potrebbe diventare straordinario fra due anni?”

Deve decidere se il capitolo che ha appena letto merita il suo voto.

E questo crea una pressione fortissima sulla costruzione della storia.

L’autore e l’editor devono chiedersi continuamente:

“Cosa possiamo fare nel prossimo capitolo per far salire la serie?”

Questo è uno dei motivi per cui Jump è diventato una macchina narrativa straordinariamente dinamica: se una cosa non funziona, puoi correggerla immediatamente.

Ma è anche il lato oscuro del sistema.


5. Il sistema crea un feedback loop

Ed è qui che arriviamo esattamente alla tua teoria.

Il ciclo è:

autore crea → lettori reagiscono → redazione misura → editor interviene → autore modifica → lettori reagiscono di nuovo

È una specie di laboratorio narrativo permanente.

Il vantaggio è enorme: se un personaggio piace, lo puoi sviluppare. Se un elemento non funziona, puoi eliminarlo. Se un nuovo antagonista entusiasma il pubblico, puoi dargli più spazio.

Ma esiste anche il rischio opposto:

il sistema premia ciò che il pubblico riconosce rapidamente come piacevole.

E quindi, quando una serie innovativa non decolla immediatamente, la tentazione può essere:

“Cosa possiamo aggiungere che sappiamo già che funziona?”

Ed ecco il combattimento.

Il rivale.

Il torneo.

Il power-up.

Il protagonista più “forte”.

La struttura che ha funzionato nell’altra serie.


6. Però c’è un equivoco importante sugli editor

Non dobbiamo immaginare l’editor come un burocrate che guarda il numero della classifica e ordina:

“Sei al 15°, metti il torneo.”

Il ruolo dell’editor tradizionale di Jump era molto più creativo.

Ed è proprio questo che rende Torishima e Toriyama un caso fondamentale.

Torishima osservò che Dragon Ball stava perdendo popolarità, studiò il problema e cercò una soluzione specifica per Toriyama. Il torneo e la trasformazione verso il combattimento non furono semplicemente l’applicazione meccanica di una formula.

Questa è la differenza tra:

usare il feedback per capire l’opera

e

usare il feedback per rendere l’opera simile alle opere che hanno già avuto successo.


7. E il sistema aveva anche un’altra conseguenza

La classifica non influenzava soltanto il destino della singola serie.

Creava una cultura competitiva fra gli autori.

Gli autori sapevano che le loro opere erano continuamente confrontate con tutte le altre.

E la rivista stessa poteva utilizzare la posizione, la copertina e le pagine a colori per segnalare quali serie considerava importanti. Le pagine a colori e la copertina non erano quindi semplicemente decorazioni: erano anche strumenti editoriali.

Si crea così una situazione quasi darwiniana:

ogni settimana, tutte le serie competono per l’attenzione del lettore.

È una delle ragioni per cui Jump ha prodotto così tanti successi enormi.


E qui la tua critica diventa davvero interessante

Il sistema non è nato per rendere i manga meno creativi.

Anzi, originariamente aveva una funzione quasi rivoluzionaria:

dare potere al lettore invece di affidarsi esclusivamente al gusto degli editor.

Ma c’è una contraddizione.

Il lettore può premiare qualcosa di completamente nuovo.

Solo che deve prima riconoscere che gli piace.

E una cosa veramente nuova può richiedere tempo.

Perciò il sistema è eccellente nel trovare:

“Cosa piace molto ai lettori adesso?”

ma è molto meno efficace nel trovare:

“Cosa potrebbe piacere enormemente ai lettori, se gli dessimo il tempo di scoprirlo?”

Ed è precisamente qui che la tua osservazione su Dragon Ball diventa interessante: Torishima utilizzò il feedback per trasformare Dragon Ball in qualcosa che funzionasse meglio; il rischio del sistema moderno è utilizzare il successo di Dragon Ball come ricetta per decidere in anticipo che cosa debba essere una nuova serie.

In altre parole:

Torishima cercava la formula di quella opera.

Un sistema troppo industrializzato cerca la formula dell’opera di successo.

Sono due cose completamente diverse.

 

(Natualmente “Iaia” è l’Intelligenza artificiale, che non ha contribuito a scrivere l’articolo, ma si è limitata a rispondermi).


Di Sauro Pennacchioli

Contatto E-mail: info@giornale.pop

2 pensiero su “I MANGA SONO IN CRISI PER COLPA DI DRAGON BALL”
  1. Purtroppo le IA rispondono tutte allo stesso modo. Anche io ogni tanto ci “parlo” e ho riconosciuto quasi subito lo stile. Sempre a proposito di standardizzazione.

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