Un gotico Hammer meno celebre ma affascinante, dove Terence Fisher trasforma il sogno dell’immortalità in una prigione morale fatta di scienza, ossessione e paura della fine. Un mito antico nel laboratorio della Hammer Nel 1959 la Hammer era già diventata, nel giro di pochi anni, uno dei nomi centrali del nuovo horror britannico. Frankenstein s’est échappé! e Dracula il vampiro avevano ridefinito il gotico cinematografico con colori accesi, sangue più visibile, sensualità più esplicita e una messa in scena capace di trasformare vecchi miti letterari in cinema moderno. In questo momento di grande slancio arriva L’uomo che ingannò la morte (The Man Who Could Cheat Death, 1959), diretto da Terence Fisher (Viaggio nell’interspazio, La maschera di Frankenstein, Dracula il Vampiro, La furia dei Baskerville, La mummia e tanti altri), film meno celebrato rispetto ai titoli maggiori dello studio, ma tutt’altro che trascurabile. Non ha la forza iconica di Frankenstein o Dracula, non ne possiede la stessa energia narrativa, ma resta un’opera interessante, compatta e coerente, capace di lavorare su uno dei temi più antichi del fantastico: il rifiuto della morte. Il film nasce dall’opera teatrale _The Man in Half Moon Street_ di Barré Lyndon1 (già portata al cinema nel 1945 con il suo titolo originale) e viene rielaborato dalla Hammer in pieno clima gotico. La sceneggiatura di Jimmy Sangster conserva, nel bene e nel male, molto dell’impianto teatrale originale. Da una parte questo dà al racconto una struttura chiusa, quasi da camera, concentrata su pochi personaggi e su un conflitto morale molto netto. Dall’altra limita l’azione, riduce gli spazi e rende alcune sequenze più statiche di quanto ci si aspetterebbe da Fisher, regista che nei suoi film migliori sapeva imprimere grande movimento anche a materiali letterari o teatrali. La vicenda si svolge nella Parigi del 1890. Il dottor Georges Bonnet (interpretato da Anton Diffring), medico e scultore, appare come un uomo nel pieno della maturità, elegante, rispettato, sicuro di sé. In realtà ha 104 anni. La sua giovinezza è mantenuta artificialmente grazie a trapianti ghiandolari da ripetere ogni dieci anni e a un elisir che deve assumere con regolarità. Senza quella sostanza, il suo corpo comincia a mostrare i segni della corruzione e la sua mente scivola verso una violenza incontrollabile. La scienza, qui, non è progresso liberatorio, ma un patto oscuro con cui Bonnet ha trovato il modo di rimandare la morte. Ma il prezzo è una vita fondata sul segreto, sul crimine e sull’isolamento. È evidente il dialogo con due grandi modelli della letteratura fantastica come Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson. Dal primo arriva l’ossessione per la giovinezza eterna e per la bellezza come maschera della rovina morale. Dal secondo deriva l’idea della sostanza chimica capace di contenere, o scatenare, una trasformazione fisica e psicologica. Ma L’uomo che ingannò la morte non si limita a sommare questi riferimenti. Il fatto che Bonnet sia anche scultore aggiunge un elemento significativo: il suo rapporto con i corpi femminili, con la forma, con la conservazione della bellezza, passa attraverso l’arte prima ancora che attraverso la medicina. Le sue statue non sono semplici oggetti decorativi, ma segni di un desiderio di possesso e immobilità. Bonnet vuole fermare il tempo, fissare la vita in una forma eterna e negarne il decadimento. Visto in questo senso il film trova una sua precisa identità, anche se non sempre riesce a svilupparla fino in fondo. Una tragedia chiusa in poche stanze L’inizio costruisce bene l’ambiguità del personaggio. Bonnet è un uomo mondano, raffinato, capace di muoversi con naturalezza tra ospiti, donne e colleghi. Ma dietro la facciata affiorano nervosismo e impazienza. Il suo equilibrio dipende dall’arrivo del professor Ludwig Weiss (Arnold Marlé), vecchio amico e complice scientifico, l’unico in grado di praticare il trapianto necessario a mantenerlo in vita. Quando Weiss arriva, però, è ormai troppo anziano e debilitato per operare. La sua mano non è più sicura, il corpo ha ceduto e l’età ha fatto ciò che Bonnet si ostina a rifiutare. In questo confronto il film trova uno dei suoi momenti più riusciti ponendo, da un lato, l’uomo che ha paura di morire, dall’altro, l’uomo che ha imparato a guardare la morte senza illudersi di poterla cancellare. Weiss è una figura importante perché introduce una vera coscienza morale nel racconto. Non è innocente, perché ha partecipato all’esperimento e ha custodito il segreto, permettendo a Bonnet di proseguire nella sua mostruosa sopravvivenza. Ma è anche un uomo arrivato a una forma di lucidità tardiva. Capisce che l’immortalità non è una conquista, ma una condanna. Vivere oltre il tempo umano significa perdere legami, affetti, responsabilità. Bonnet non è solo perché è immortale ma è immortale perché ha scelto di diventare sempre più solo, eliminando tutto ciò che poteva metterlo davanti alla verità. L’arrivo di Janine Du Bois (Hazel Court) complica ulteriormente la situazione. Ex amante di Bonnet, torna nella sua vita accompagnata dal dottor Pierre Gerrard, interpretato dal carismatico Christopher Lee. Janine è ancora attratta da Bonnet e dal mistero che lo circonda, ma la sua presenza riapre un passato che il protagonista aveva cercato di eliminare. È lei, in sostanza, a introdurre un elemento emotivo dentro un meccanismo che Bonnet vorrebbe ridurre a puro calcolo. Il film non approfondisce Janine quanto potrebbe e questo resta uno dei suoi limiti giacché il personaggio ha si peso nella trama, ma non sempre una sua vera autonomia drammatica. Hazel Court, però, le dà presenza, eleganza e una sensualità trattenuta, perfettamente in linea con il tono del film. Fisher la filma con pudore, ma senza cancellare la tensione erotica che attraversa le scene nello studio dello scultore. Quando diventa chiaro che Weiss non potrà operare, Bonnet individua in Gerrard il possibile sostituto. Il personaggio di Christopher Lee rappresenta il polo razionale ed etico della storia ed è centrale. Non è un eroe d’azione, né una figura particolarmente spettacolare, ma un medico con principi, capace di comprendere progressivamente la natura dell’orrore che ha davanti. Lee, ancora non quell’immagine monumentale che gli verrà associata in seguito, porta al ruolo una solidità misurata. Il film lo utilizza in modo forse meno incisivo di quanto avrebbe potuto, ma la sua presenza serve a bilanciare l’eccesso di Bonnet. Gerrard è l’uomo che rifiuta di trasformare la medicina in complicità criminale. La progressione degli eventi è semplice e abbastanza prevedibile. Bonnet deve essere operato, il tempo stringe, il suo elisir non basta più, la sua maschera sociale comincia a cedere. Ogni ostacolo lo spinge verso una violenza più scoperta. La polizia si avvicina, i sospetti crescono, le sparizioni legate al suo passato tornano a galla. Il film concentra l’azione in un arco breve, quasi soffocante e proprio per questo funziona. Pochi giorni, poche stanze, pochi personaggi. Questa compattezza è un punto di forza. Non ci sono deviazioni inutili, non ci sono sottotrame superflue, il racconto procede con una chiarezza che molti film più lunghi e ambiziosi potrebbero invidiare. Allo stesso tempo, la stessa concentrazione produce anche alcuni problemi. La derivazione teatrale si sente. Molte scene sono costruite su dialoghi lunghi, duelli verbali, ingressi e uscite da stanze chiuse. I pochi ambienti, soprattutto lo studio e l’abitazione di Bonnet, creano un senso di prigionia efficace, ma alla lunga limitano il respiro del film. Anche se Fisher riesce spesso a trasformare questa chiusura in tensione, usando l’arredamento, le luci e la composizione dell’inquadratura per dare profondità agli spazi, non sempre basta e alcuni passaggi risultano più parlati che veramente cinematografici. Il ritmo, pur restando sostenuto negli 83 minuti di durata, non ha la stessa brillantezza dei suoi gotici maggiori. Il fascino discreto di un Hammer laterale Visivamente L’uomo che ingannò la morte conserva il marchio Hammer. La fotografia di Jack Asher e le scenografie di Bernard Robinson contribuiscono a creare un’atmosfera raffinata, quasi pittorica. I colori non sono realistici in senso stretto, ma costruiscono un mondo sospeso, elegante, artificiale ma adatto a un racconto in cui la bellezza è sempre sul punto di rivelare il marcio nascosto sotto la superficie. Lo studio di Bonnet, con le sue statue e i suoi tendaggi, è il cuore simbolico del film, un luogo di creazione, desiderio e morte. Qui Fisher dimostra ancora una volta il suo talento per la composizione, anche quando il materiale narrativo gli offre poca azione. Sul piano dell’orrore, il film è più suggerito che mostrato. Non c’è molto sangue, non ci sono grandi sequenze di shock, e le trasformazioni di Bonnet restano relativamente discrete. Per uno spettatore moderno potrebbe sembrare un horror debole, perfino timido. Sarebbe però sbagliato giudicarlo solo su questo terreno. Il suo orrore non nasce dall’effetto violento quanto, piuttosto, dall’idea di un uomo disposto a uccidere ciclicamente pur di mantenere la propria giovinezza. La mostruosità di Bonnet è morale prima che fisica. La sua degenerazione non comincia quando l’elisir perde efficacia, ma molto prima, quando cioè ha accettato di fare della vita altrui il carburante della propria sopravvivenza. Anton Diffring è un protagonista che può far discutere. In alcuni momenti appare rigido e levigato, più teatrale che realmente inquietante. Il suo Bonnet può sembrare troppo freddo, forse troppo chiuso nella sola ossessione di vivere. Peter Cushing, inizialmente previsto per il ruolo, avrebbe probabilmente portato una complessità diversa, forse più nervosa e dolorosa. Detto questo, però, Diffring non è affatto fuori posto. Anzi, la sua freddezza serve al personaggio. Bonnet è un uomo che ha consumato ogni calore umano, un essere che simula la normalità ma non appartiene più alla vita comune. Quando la sua compostezza si incrina, Diffring diventa più efficace. Negli scatti d’ira, nella paura, nella disperazione, lascia intravedere il vero volto di un uomo che non ha sconfitto la morte, ma è diventato schiavo della vita. Il finale, pur un po’ rapido, chiude coerentemente il percorso. Bonnet viene spinto verso l’angolo, non solo dagli altri personaggi, ma dalla logica stessa della sua esistenza. Non può continuare a vivere senza uccidere, non può amare senza tradire, non può confessare senza distruggersi. Il suo dramma è quello di un uomo che voleva superare il limite umano e ha finito per restringere il proprio mondo a una stanza, una cassaforte, una pozione, un tavolo operatorio. La promessa dell’eternità diventa una prigionia. Minore ma elegante e inquieto L’uomo che ingannò la morte non è un capolavoro nascosto, sarebbe eccessivo presentarlo come tale. Una certa prevedibilità, un impianto statico, un protagonista non sempre sfaccettato, un orrore più trattenuto di quanto il soggetto avrebbe consentito, ne sono i limiti evidenti. Rispetto ai vertici di Fisher e della Hammer appare minore, meno memorabile, meno potente. Ma minore non significa trascurabile. È un film solido, elegante, compatto, attraversato da idee forti e da una sincera inquietudine sul rapporto tra scienza, corpo, desiderio e morte. Per chi ama il gotico Hammer, il suo interesse sta proprio in questa posizione laterale. Non appartiene alla linea più celebre dei mostri classici, ma sviluppa una variante del mad doctor meno spettacolare e più amara. Il suo scienziato non crea una creatura, non libera un vampiro, non evoca una maledizione antica. Lavora invece su sé stesso, trasforma il proprio corpo nel laboratorio della propria ossessione. Bonnet è insieme vittima e carnefice, medico e mostro, artista e assassino. Terence Fisher dirige con mestiere e con gusto, anche quando non raggiunge la tensione dei suoi film migliori. Il cast sostiene bene il racconto, con Christopher Lee autorevole in un ruolo positivo, Hazel Court luminosa e Anton Diffring capace di dare al protagonista una durezza coerente. Il risultato è un film manchevole ma affascinante, più elegante che travolgente, più interessante per le sue idee che per la sua forza spettacolare. Probabilmente è proprio questo il modo giusto per guardarlo. Non come uno dei grandi pilastri della Hammer, ma come una variazione intelligente sul mito dell’immortalità. Un film che non inganna davvero la morte, perché non riesce a superare del tutto i limiti della sua origine teatrale e di una narrazione già nota. Ma che riesce ancora, a distanza di tempo, a far sentire il gelo di una domanda semplice e terribile: quanto resta di umano in chi è disposto a tutto pur di continuare a vivere? INQUIETO… L’uomo che ingannò la morte (The Man Who Could Cheat Death, 1959) regia: Terence Fisher sceneggiatura: Jimmy Sangster dall’opera teatrale The Man in Half Moon Street di Barré Lyndon produttore: Michael Carreras fotografia: Jack Asher scenografia: Bernard Robinson montaggio: John Dunsfor trucco: Roy Ashton musiche: Richard Bennet con Anton Diffring Hazel Court Christopher Lee Arnold Marlé Delphi Lawrence Francis De Wolff Hammer Film Production Paramount Pictures fantascienza orrore colore durata: 83 min UK 1959 Barré Lyndon, pseudonimo di Alfred Edgar Frederick Higgs, fu un drammaturgo e sceneggiatore britannico. Nato a Londra nel 1896, iniziò come giornalista e autore di racconti prima di imporsi a teatro con The Man in Half Moon Street. Trasferitosi negli Stati Uniti, lavorò anche per il cinema, firmando sceneggiature come Il pensionante (The Lodger, 1944) e Nelle tenebre della metropoli (Hangover Square, 1945). 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