La carriera di Lorenzo Mattotti inizia in modo piuttosto diverso da quello di molti fumettisti italiani della sua generazione. Nato a Brescia nel 1954, frequenta la facoltà di Architettura a Venezia per cinque anni, vivendo nel frattempo a Udine. In quel periodo inizia già a disegnare accostandosi al fumetto d’autore grazie all’incontro con il disegnatore Renato Calligaro.

Nel gennaio del 1977, a 23 anni, Mattotti sente il bisogno di spostarsi verso i luoghi in cui la contestazione giovanile e la rivoluzione culturale stanno esplodendo. Arriva dunque a Bologna che in quel periodo storico era il cuore pulsante della controcultura giovanile, dei movimenti studenteschi del ’77 e dell’avanguardia artistica italiana. In questo clima stimolante, strinse un sodalizio artistico e fraterno con Fabrizio Ostani (in arte Jerry Kramsky), che diventerà lo sceneggiatore di moltissimi suoi lavori.


La fase underground

Alice Brum Brum (Nella riserva metropolitana), pubblicato nel 1977 da Ottaviano Editore, è l’opera prima di Lorenzo Mattotti e Jerry Kramsky. L’influenza del contesto politico e sociale è fortissima. Il sottotitolo “Nella riserva metropolitana” rimanda direttamente agli Indiani Metropolitani, l’ala creativa, ironica e dissacrante del movimento del 1977. Alice diventa il simbolo della fuga poetica e dell’utopia che cercava di resistere alla durezza degli Anni di piombo. Visivamente, l’opera risente della grafica pop e del fumetto underground americano (quello di autori alla Robert Crumb e Gilbert Shelton). Il tratto di Mattotti è ancora lontano dal pastello pastoso dei lavori maturi; predilige una linea acida, deformante e figlia delle contaminazioni psichedeliche tipiche della controcultura degli anni Settanta ma anche influenzata dallo stile caricaturale e visionario dell’ottocentesco Albert Robida.

Tram Tram Rock (pubblicato in volume nel 1979 da L’Isola Trovata) segna il passaggio di Lorenzo Mattotti dalla pura sperimentazione psichedelica giovanile a una narrazione più strutturata e urbana. Scritto insieme ad Antonio Tettamanti, il fumetto racconta in bianco e nero le vicende quotidiane e disilluse di due amici, Lucio e Guido, che si barcamenano nella Milano grigia e sottoproletaria delle case a ringhiera. Sullo sfondo scorre la pesante tensione sociale degli Anni di piombo. Mentre Alice Brum Brum cercava una fuga lirica e surreale, Tram Tram Rock cala il disegno dentro lo squallore della periferia milanese. Il tratto si fa saturo, fitto e ridondante. Le tavole rigurgitano di segni e dettagli, mostrando una forte propensione al grottesco sociale che ricorda lo stile di Altan. I corpi dei personaggi sono deformati, pesanti, schiacciati dalla fatica quotidiana.

Lucio, uno dei due amici protagonisti di Tram Tram Rock, torna come personaggio principale nel successivo Incidenti (Alterlinus 1981). Tuttavia, il passaggio tra i due fumetti segna un’evoluzione psicologica. In Incidenti avviene un cambiamento estetico che riflette il cambio di passo interiore del personaggio: Lucio si taglia i capelli e inforca un paio di occhiali da sole scuri che, come suggerito da una battuta nel fumetto, gli impediscono di vedere chiaramente il mondo circostante. Incidenti rappresenta il primo momento dove le storie personali e la cronaca politica dell’epoca si intrecciano in un’unica trama complessa, creando un affresco storico e drammatico sulle tensioni, le lotte e il senso di sconfitta di una generazione. Qui anche il tratto si evolve, pur mantenendo la pesantezza e il gusto per il grottesco tipico della fase underground, il segno si fa più consapevole, cupo e graffiante, preparando il terreno per le successive destrutturazioni grafiche degli anni Ottanta.




La fase Valvoline

Il Signor Spartaco, apparso su Alterlinus nel 1982 è il laboratorio in cui Mattotti sperimenta l’idea che una tavola a fumetti possa essere letta anche come un quadro. Nasce dentro un clima culturale molto preciso, quello della Bologna avanguardista, dove il confine tra fumetto, pittura, illustrazione e arti visive era continuamente valicato. Mattotti abbandona il segno relativamente controllato di Incidenti e inizia a dare maggiore autonomia al colore, costruendo immagini che sfuggono alla logica narrativa per rivendicare orgogliosamente il loro valore puramente pittorico.  Inizia inoltre a deformare le figure in chiave espressiva aggiungendo significati extra testuali al racconto. Si colloca nello stesso ambito di autori come Igort e Giorgio Carpinteri che cercavano di rinnovare il fumetto e a cuì si affiancherà entrando nel gruppo Valvoline motorcomics.

Se in Il Signor Spartaco si percepisce ancora la volontà di portare nel fumetto certe soluzioni della pittura del tempo, in Il Dottor Nefasto (1983), realizzato insieme a Jerry Kramsky, e apparso nel famoso inserto Valvoline motorcomics contenuto in Alterlinus n. 109, quelle suggestioni iniziano a essere assimilate e trasformate in qualcosa di più personale. il disegno perde ulteriormente il legame con il realismo e si fa più nervoso, sintetico e caricaturale. La storia più che per la trama si impone per le sue metamorfosi visive e psicologiche. Il colore smette di essere un semplice elemento decorativo e si avvia ad assumere una funzione strutturale. Il racconto si allontana dal quotidiano e assume una qualità quasi da favola inquietante. Oggi Il Dottor Nefasto, colpisce soprattutto perché contiene soluzioni grafiche e cromatiche che sembrano già contenere in nuce l’esplosione di Fuochi.

Quando Fuochi appare nel 1984 su Alterlinus n. 123, sembra quasi che Mattotti faccia un salto qualitativo improvviso e imprevedibile. Con Fuochi, l’autore bresciano sembra uscire dal programma estetico collettivo di Valvoline. Gli altri autori del gruppo, rimangono in qualche modo legati all’idea del fumetto come contaminazione con le arti visive contemporanee. Mattotti invece raggiunge qualcosa di più raro, una voce che non appare più sperimentale, ma assolutamente necessaria. In Fuochi non si percepisce l’intenzione di innovare, si percepisce un mondo interiore che ha trovato la propria forma espressiva compiuta.

Il poeta del colore

Dopo il 1984 Mattotti non cerca mai di ripetere Fuochi. Molti autori, dopo un’opera che li consacra, passano anni a produrne variazioni. Lorenzo Mattotti invece reagisce in modo quasi opposto. Sembra percepire che il successo di Fuochi può trasformarsi in una gabbia stilistica. Negli anni immediatamente successivi continua a sviluppare il linguaggio cromatico di Fuochi, ma evita accuratamente di farne una formula. Se guardiamo oggi la sua carriera, si ha quasi l’impressione che Fuochi sia stato per lui una liberazione più che un punto d’arrivo. Una volta dimostrato a sé stesso e agli altri ciò che era capace di fare, Mattotti si è sentito autorizzato a cambiare continuamente pelle. Ed è forse questo il motivo per cui, a oltre quarant’anni di distanza, non viene ricordato soltanto come “l’autore di Fuochi“, ma come uno dei rarissimi fumettisti europei che hanno attraversato più linguaggi senza perdere la propria identità.

Nel 1988 esce Labirinti, un’opera affascinante che risponde alla domanda: come continuare a innovare dopo aver già realizzato il proprio capolavoro? Labirinti, dove tornano Spartaco e Jerry Kramsky, è strutturato come una raccolta di storie brevi e frammenti visivi astratti che compongono un unico “labirinto” mentale. Non si tratta di una graphic novel tradizionale con una trama lineare, ma di un vero e proprio viaggio psicologico e onirico nell’animo umano. Sulla scia di quanto iniziato con Fuochi, in Labirinti Mattotti usa il colore non per riempire i disegni, ma per scolpire i volumi e lo spazio. Le immagini acquisiscono una forte valenza pittorica e plastica. Tra le varie storie incluse spicca Spartaco apprendista sognatore. Qui ritroviamo il protagonista del suo celebre fumetto del 1982, questa volta colto in un cammino misterioso tra montagne dove i sogni si “impigliano” sulle cime.



La zona fatua (1993), realizzata con Kramsky, è una riflessione sulla decostruzione del colore e sulla sua sopravvivenza nei labirinti della coscienza. Se in Fuochi il colore esplodeva con una presenza fisica devastante, nella Zona fatua assistiamo a un processo opposto. Il colore subisce una metamorfosi legata al tema centrale della storia: l’amnesia e la ricerca di sé.

Il protagonista, battezzato “Sottovoce”, si risveglia senza memoria ma sul volto porta una macchia arancione accesa, unica “superstite” di un passato dimenticato. Qui i colori non definiscono più gli oggetti con precisione, ma appaiono sbiaditi, come riverberi o sogni ingialliti dal tempo. Per ritrovare la propria identità, Sottovoce deve aggrapparsi al colore. Le tonalità acide, i contrasti improvvisi e le sfumature rarefatte non descrivono quello che il personaggio vede, ma evocano la sensazione nostalgica di ciò che ha vissuto.

Quando esce nel 2003, Il rumore della brina, su testi di Jorge Zentner, il panorama fumettistico è cambiato profondamente rispetto ai tempi di Fuochi. Negli anni Ottanta si parlava ancora di fumetto d’autore e di sperimentazione grafica, nei primi Duemila sta emergendo con forza il concetto di graphic novel come racconto lungo, letterario e psicologicamente articolato. In un certo senso Mattotti arriva a questa stagione con un vantaggio enorme, aveva già realizzato opere adulte e ambiziose vent’anni prima. La tavolozza si riduce a tonalità fredde, notturne, fatte di blu crepuscolari, grigi nebbiosi e bianchi abbacinanti. È il testamento di un pittore che decide di spegnere l’incendio del colore per esplorarne il silenzio, il vuoto e l’assenza. Dopo il 2003, la produzione a fumetti di Mattotti cambia radicalmente rotta. Per quasi quindici anni l’autore si allontana dalle storie lunghe e seriali per dedicarsi all’illustrazione pura, ai manifesti e al cinema. Quando tornerà al fumetto nel 2017 con il monumentale Ghirlanda, lo farà abbandonando totalmente i pennelli e i pastelli a favore di una linea a china in bianco e nero flessuosa e fiabesca. Il rumore della brina resta quindi, a tutti gli effetti, l’ultimo, definitivo e struggente saluto al suo storico modo di fare fumetto dipinto.

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