La proliferazione di eroi avventurosi nel fumetto degli anni ’30 non fu un caso, ma il risultato di una serie di eventi che resero quel decennio la “fabbrica dei miti”. All’epoca i giornali quotidiani, oltre a dare le notizie, erano il principale mezzo di intrattenimento. I grandi “Syndicates” (come il King Features di Hearst) ingaggiarono una vera e propria guerra per accaparrarsi i lettori. Le strisce d’avventura erano l'”esca” perfetta: se volevi seguire le gesta di Prince Valiant o Terry, dovevi comprare quello specifico giornale ogni giorno. I miglioramenti nelle rotative a colori permisero di pubblicare tavole domenicali (le Sunday Pages) di una qualità mai vista prima. Questo attirò grandi illustratori provenienti dal mondo della pubblicità, come Hal Foster e Alex Raymond, che elevarono il fumetto a forma d’arte. Gli eroi a fumetti degli anni ’30 sono i figli legittimi dei romanzi pulp economici degli anni ’20 e ’30, come Doc Savage e The Shadow. Gli editori capirono che trasformare quelle storie in immagini le rendeva fruibili a un pubblico ancora più vasto, compresi i molti immigrati che stavano ancora imparando l’inglese. In pratica, gli anni ’30 hanno inventato il concetto di Pop Culture moderna, creando archetipi che usiamo ancora oggi nei film e nelle serie TV. Ma come sono invecchiati i gloriosi eroi di quegli anni? Hanno ancora qualcosa da dire o hanno ormai fatto il loro tempo? Dick Tracy (1931) Dick Tracy è invecchiato “bene” perché non ha mai smesso di essere disturbante e moderno nella sua rappresentazione del conflitto tra civiltà e barbarie urbana. Chester Gould ebbe l’intuizione di rendere i cattivi visivamente mostruosi (Pruneface, The Brow, Flatface): questa deformità era espressionista, il male esteriore rifletteva un male interiore. È una scelta che ha influenzato il cinema e il character design dei cattivi di Batman. Però i cattivi di Dick Tracy non erano unidimensionali, avevano una personalità sotto i volti ripugnanti. Inoltre, mentre Flash Gordon combatteva con spade eleganti, Dick Tracy mostrava sparatorie, sangue, cadaveri e torture. È stato il primo fumetto a portare la cronaca nera dei giornali nelle strisce, con un cinismo che oggi ritroviamo in serie come Sin City. Tracy non è un eroe solare, è un poliziotto tutto di un pezzo, quasi un giustiziere. Questa sua monomania per l’ordine lo rende un personaggio complesso e moderno. Brick Bradford (1933) Brick Bradford oggi è difficile da leggere per via di un’ingenuità che sfiora il nonsense. Gli autori puntavano tutto sull’accumulo di trovate assurde. Le avventure non hanno una struttura drammatica, Brick viene sbalzato da un deserto a una civiltà perduta, poi rimpicciolito in un atomo, quindi spedito nel futuro senza una vera logica narrativa. Sembra scritto da qualcuno che inventava la vignetta successiva mentre disegnava. Rispetto al rigore di Hal Foster o alla classe di Alex Raymond, il tratto di Clarence Gray appare spesso approssimativo e povero, rendendo ancora più evidente la debolezza dei testi. Quel tipo di fantascienza “naïf”, fatta di raggi della morte e scienziati pazzi senza alcuna base scientifica oggi ha perso tutto il suo fascino, risultando un prodotto per un pubblico di bambini di un secolo fa. Mandrake (1934) Mandrake è probabilmente il personaggio che ha pagato il prezzo più alto al passare del tempo. Se lo si rilegge oggi, la sensazione di noia ti avvolge quasi immediatamente. Il trucco del “gesto ipnotico” è un deus ex machina perenne. Mandrake non deve faticare, non deve sudare e non deve rischiare. Gli basta gesticolare per trasformare una pistola in una banana o un leone in un gattino. Senza lotta non c’è tensione, e senza tensione il lettore moderno sbadiglia. Il rapporto con Lothar è l’elemento invecchiato peggio. l’immagine del gigantesco africano in pelle di leopardo al seguito del mago bianco in frac è oggi difficile da digerire. Le trame di Lee Falk per Mandrake erano molto più ripetitive rispetto a quelle dell’Uomo Mascherato. Il meccanismo era sempre lo stesso: il cattivo di turno complotta, Mandrake gesticola, il cattivo si ritrova in prigione. Flash Gordon (1934) Flash Gordon è invecchiato male. Se si prova a leggerlo oggi, la delusione è quasi inevitabile. Mentre l’occhio gode per le tavole di Alex Raymond, la mente sbatte contro una narrazione che definire “ingenua” è un complimento. I testi sono ampollose dichiarazioni d’amore o di sfida, privi di qualsiasi sfumatura psicologica. Le avventure su Mongo sono un susseguirsi infinito di catture e fughe. Flash viene catturato dal malvagio imperatore Ming, scappa, finisce nel regno degli uomini-falco, viene catturato, scappa di nuovo. Non c’è una vera evoluzione, solo un loop di peripezie. Flash Gordon è sopravvissuto solo come Pinacoteca, lo si sfoglia per ammirare il tratteggio, la muscolatura dei cavalli alati e l’eleganza delle vesti, ma se si cerca una storia interessante si chiude il libro dopo dieci pagine. L’unico merito che gli si può ancora riconoscere è quello di aver codificato il genere Space Opera. Jim della giungla (1934) Jim della giungla è sempre stato il “fratello povero” della scuderia di Alex Raymond. Se negli anni ’30 è sopravvissuto, è stato solo perché cavalcava l’onda del successo di Tarzan e perché occupava la parte superiore delle tavole domenicali di Flash Gordon. A differenza di altri classici, è nato “già vecchio”. Mentre Flash Gordon inventava mondi e Prince Valiant ricostruiva la storia, Jim era un riciclo di stereotipi da romanzo coloniale. Era solo un uomo bianco con il casco coloniale che metteva in riga gli indigeni. Jim Bradley non ha carisma. È un funzionario dell’avventura. Già all’epoca, lo schema del “grande cacciatore bianco” che salva le tribù arretrate del Sud-est asiatico era una formula pigra. Oggi, quella stessa formula rende la lettura fastidiosa e priva di qualsiasi interesse. È un fumetto che è stato “trascinato” dal talento grafico del suo autore, ma che non ha mai avuto la forza per camminare con le proprie gambe. Agente Segreto X-9 (1934) l’unione tra Dashiell Hammett e Alex Raymond fu un miracolo di equilibrio che non si ripeté mai più. Quando Hammett lasciò la serie (dopo poco più di un anno), Agente Segreto X-9 perse la sua anima hard boiled e divenne un poliziesco come tanti altri. Hammett scriveva di un mondo sporco che conosceva bene, essendo stato un detective della Pinkerton. I suoi dialoghi erano secchi, privi di retorica e moralismi. Gli autori successivi, come Leslie Charteris, portarono il personaggio verso una narrazione più convenzionale e “buonista”, spegnendo quella carica di realismo brutale. Hammett aveva concepito X-9 come un uomo senza nome, un numero, un’ombra che agiva nel fango della città. Era l’incarnazione dell’alienazione urbana. Le sue storie sono valide ancora oggi, tutto quello che venne dopo non ha superato la prova del tempo. Terry e i pirati (1934) Di Terry e i pirati è invecchiato quasi tutto. La propaganda bellica del 1941-45 e il tono da soap opera dei dialoghi sono gli elementi più pesanti da digerire oggi. Le lunghe riflessioni morali dei soldati e il sentimentalismo patriottico risultano ridondanti e rallentano il ritmo dell’avventura. Terry Lee e Pat Ryan sono personaggi piatti e convenzionali, maschi “tutti d’un pezzo” che non possono reggere assolutamente il confronto con le incredibili e modernissime donne di Caniff. Burma, Rouge e la Dragon Lady sono ciò che salva la serie dal dimenticatoio. Le donne di Caniff non sono mai totalmente buone o cattive, ma si muovono all’interno di una zona grigia che le rende infinitamente più moderne di Terry. L’Uomo Mascherato (1936) L’Uomo Mascherato (The Phantom) non è un singolo individuo immortale, ma una stirpe di padri e figli: questo dà al personaggio uno spessore storico e umano. La continuità generazionale è un concetto che oggi ritroviamo in saghe come Star Wars o Il Trono di Spade. A differenza di Mandrake, l’Uomo Mascherato non schiocca le dita per risolvere i problemi ma usa l’addestramento fisico e la psicologia (il mito dell'”Ombra che cammina”). Questa dimensione “umana” lo rende più vicino alla sensibilità moderna dei vigilantes alla Batman. Il Fantasma è stato uno dei primi a battersi per temi ecologisti e civili, che sono ancora attuali. Infine ha inventato il costume aderente e la maschera senza pupille, che visivamente ne fanno il “padre” di tutti i supereroi. Prince Valiant (1937) C’è un paradosso che rende Prince Valiant un pezzo unico nella storia del fumetto. La sua forza sta nell’equilibrio tra una forma “arcaica” e una sostanza narrativamente rivoluzionaria. Il tratto di Hal Foster richiama l’illustrazione dell’Ottocento e i preraffaelliti. L’assenza di “balloons” era una scelta conservatrice anche nel 1937: rallentava il ritmo richiedendo una lettura più contemplativa e meno immediata. Nondimeno è l’unico eroe degli anni ’30 che invecchia davvero. Inizia come un ragazzino esule nelle paludi e finisce per diventare nonno. Foster poi trasforma l’avventura in un romanzo corale. Il matrimonio con Aleta e la crescita dei figli danno alla storia uno spessore umano e psicologico che Flash Gordon o Mandrake non si sognavano nemmeno. Ed è proprio questa dimensione umana e familiare a permetterci di simpatizzare per lui ancora oggi. Navigazione articoli CANNON, LO SPIONAGGIO EROTICO DI WALLY WOOD IL RILANCIO DEL FUMETTO UMORISTICO E L’ARRIVO DEI “NERI”
Vedo che non sono l’unico a considerare il buon Mandrake di una noia abissale: già ai tempi di Super Gulp mi chiedevo: “Ma… è solo questa la trama?”. Cioè qualsiasi ostacolo era superato dalla magia: c’è un portone davanti a te chiuso? Schiocca le dita e questo si apre da solo. C’è un muro alto decine di metri da superare? Nessun problema: ecco la lievitazione! E così via. Almeno le botte di fortuna di Gastone sono sempre congegnate con fervida fantasia. Rispondi
Io invece non sono assolutamente d’accordo su FLASH GORDON, che ho sempre amato e a tutt’oggi adoro! Rispondi