C’è stato un tempo in cui la cultura popolare passava per strada. Non nei festival, non nei social, non negli algoritmi. Passava davanti alle edicole.

Per chi è cresciuto tra gli anni Sessanta e i primi Duemila l’edicola non era soltanto un punto vendita di giornali: era un luogo di scoperta continua. Una specie di piccolo museo popolare a cielo aperto, economico e accessibile a tutti. Bastava fermarsi davanti al banco e guardare.

Le copertine presentavano fumetti d’avventura, riviste illustrate, giornali di attualità, settimanali di cucina, sport, enigmistica. Tutto conviveva nello stesso spazio. Il fumetto non viveva in un mondo separato solo per cultori e fan: stava accanto alla vita quotidiana.

Anche chi non comprava nulla poteva comunque visitare quella galleria spontanea di immagini. Le edicole esponevano decine di copertine con stili grafici differenti, autori diversi, colori che attiravano l’occhio.

Non serviva sapere cosa cercare. Bastava guardare, i fumetti cercavano te.
Io ho scoperto così la maggior parte dei fumetti che mi hanno fatto crescere. L’Intrepido di Pennacchioli, Splatter della Acme prima, Dylan Dog. Non c’era internet, non c’erano algoritmi che ti suggerivano cosa leggere. Si scoprivano le cose per caso, passando davanti a un’edicola.
Quelle copertine erano una festa visiva.

Amavo comprare le “riviste contenitore”. Le riviste contenitore erano fondamentali perché permettevano di leggere nello stesso albo storie diverse, generi diversi, stili diversi. Un numero poteva contenere avventura, ironia, noir, fantascienza. Se una storia piaceva al lettore, spesso veniva poi ristampata in volume. Prima c’era la scoperta casuale, poi la lettura più approfondita.
Era un sistema semplice ma efficace.

Negli anni Novanta si percepiva un cambiamento interessante nel fumetto popolare. Alcune testate storiche cercavano di accompagnare la crescita dei loro lettori. L’Intrepido di quegli anni, per esempio, mostrava come il fumetto popolare potesse diventare più adulto senza perdere la propria identità. Le storie iniziavano a essere ambientate in città metropolitane, con crimini e tensioni urbane, ma sempre filtrati attraverso la fantasia del fumetto. Non era cronaca nera: era immaginazione, racconto, avventura.

Intorno ai sedici anni si ha la sensazione di trovarsi in una terra di mezzo: abbastanza grandi per capire storie più complesse, abbastanza giovani per viverle ancora con una forte dose di sogno e di fantasia.
Era forse l’età perfetta per leggere fumetti come quelli pubblicati dall’Intrepido di Pennacchioli.
Il fumetto popolare accompagnava quel passaggio. Non pretendeva di essere letteratura alta, non cercava di spiegare il mondo con toni pedagogici. Raccontava storie, emozioni, avventure. E lo faceva con una libertà straordinaria.

Ma l’edicola non era solo un luogo di lettura. Era anche un luogo fisico, fatto di odori, stagioni e piccoli rituali quotidiani.
Le edicole di mare, per esempio, avevano un fascino particolare. Spesso non erano solo chioschi ma veri negozi. Dentro si vendeva un po’ di tutto: giornali, fumetti, riviste, giochi da spiaggia, canotti. L’aria aveva un odore inconfondibile: carta stampata mescolata alla gomma dei gonfiabili e al sale del mare. Un profumo, come quello della colla delle figurine Panini di quegli anni, me lo porterò sempre addosso.

Proprio sulle spiagge il fumetto popolare diventava il compagno perfetto delle vacanze. Costava poco, si leggeva facilmente sotto l’ombrellone, si passava di mano in mano.

In quel senso il fumetto era davvero democratico: accessibile a tutti, senza barriere culturali o economiche.

Con il tempo, però, questo sistema si è trasformato. Le edicole stanno chiudendo una dopo l’altra e con loro scompare anche quel piccolo museo popolare della carta stampata. Oggi il fumetto si trova soprattutto nelle librerie o nei circuiti specializzati.
Ma anche lì il panorama è cambiato molto.

Molti dei volumi che si trovano oggi sugli scaffali sono quelli che vengono definiti “graphic novel”: libri spesso molto intimisti, centrati sull’autobiografia o su riflessioni personali. Un tipo di fumetto che per qualcuno rappresenta un’evoluzione culturale del mezzo, ma che per molti lettori cresciuti con il fumetto popolare appare anche come qualcosa di più chiuso e autoreferenziale.

Anche Milo Manara, che ha collaborato con il nuovo Intrepido, si lamenta che non esiste più il fumetto popolare e di avventura.
Il rischio è che il fumetto perda quella dimensione popolare che lo rendeva accessibile a tutti.

Le collane a fumetti che ancora escono in edicola ripropongono sempre gli stessi grandi autori del passato, come Hugo Pratt, ristampati più e più volte negli allegati ai quotidiani. Autori fondamentali, certo, ma il fumetto vive davvero solo quando riesce a produrre nuovi mondi e nuovi autori.

Un tempo esistevano riviste e collane popolari che funzionavano come una fucina di talenti. Oggi quegli spazi sono molto più rari.

Eppure chi ha vissuto quell’epoca ricorda una cosa precisa: la sensazione di trovarsi ogni settimana davanti a una festa di copertine. Un’esplosione di colori, di storie, di mondi possibili. Di conoscenza.

Un ragazzo poteva fermarsi davanti a un’edicola e, anche senza spendere nulla, fare un piccolo viaggio nella cultura popolare del suo tempo.

Per questo l’edicola non era solo un negozio.

Era davvero un piccolo museo del pop.

 

2 pensiero su “LE EDICOLE ERANO GALLERIE POP”
  1. Anni ’60 i fumetti nelle edicole e li avrei comprati tutti.
    Anni ’70-80 Ne avrei comprati molti.
    Anni ’90-2000 Soltanto alcuni.
    Librerie e fumetterie fino ad oggi, non mi viene voglia di comprare niente.
    La cosa non è colpa di chi vende i fumetti, ma di chi li fa.
    Quanto a Milo Manara, perché invece di lamentarsi non li realizza lui i fumetti popolari e di avventura ? Potrei essergli utile io, con qualche buona sceneggiatura.

  2. Essendo stato fin da ragazzetto un grande frequentatore dei Mercatini delle Pulci, mi viene spontaneo fare lo stesso ragionamento che fa Borrelli sulle edicole, ebbene su questi mercatini dell’usato, che iniziative come e-bay purtroppo hanno, secondo me, contribuito a peggiorare/rendere inutili. Quindi, un po’ come diceva Ressa per le edicole, per quel che riguarda il mio rapporto con i mercatini delle pulci:
    Anni ’60: molti fumetti e libri nel mercatino delle pulci avrei “voluto” comprarli ma ero troppo piccolo e/o non avevo i soldi.
    Anni ’70-80: Ne compravo abbastanza.
    Anni ’90-2026: Raramente trovo qualcosa di passabile e (incredibile per me, pensando al passato) torno dai mercatino non avendo acquistato nulla!.

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