Nel corso degli anni Sessanta il fumetto in Italia cominciò a essere oggetto di riflessione critica e teorica. In questo clima di rinnovato interesse nacque, a Bordighera, il primo Salone Internazionale dei Comics, un evento destinato a consolidare il fumetto come fenomeno culturale degno di attenzione accademica e artistica. Parallelamente, il settore editoriale iniziò a diversificare l’offerta, producendo fumetti pensati per pubblici diversi non solo per età, ma anche per formazione e sensibilità, e si cominciò a parlare di fumetto d’autore, rivolto a lettori più maturi e desiderosi di scoprire nuove forme espressive. Un punto di svolta fu la nascita di Linus, nel 1965 (ancora presente in edicola e nelle librerie), rivista contenitore fondata da Giovanni Gandini con la collaborazione di Oreste Del Buono, edita dalla Figure (dello stesso Gandini), poi diventata Milano Libri Edizioni, che venne ceduta a Rizzoli, che pubblicò la rivista tra il 1972 e il 1993. Nel 1993 Linus passò a Baldini & Castoldi (ora Baldini+Castoldi). Linus divenne subito un riferimento per chi cercava nel fumetto contenuti originali e intelligenti, capaci di dialogare con la cultura contemporanea. Fu la prima testata italiana interamente dedicata ai fumetti e contribuì in modo decisivo a sdoganarne il linguaggio nel contesto della cultura alta. Linus rappresenta una tappa fondamentale nella storia del fumetto italiano e un punto di svolta nella percezione del medium come forma d’espressione adulta e colta. La rivista fu la prima in Italia a proporre una lettura del fumetto non più come semplice passatempo per ragazzi, ma come linguaggio artistico e culturale degno di attenzione critica. Fin dal primo numero, Linus mise in chiaro che non si trattava solo di intrattenere, ma di proporre una riflessione culturale sul fumetto. In copertina troneggiavano i Peanuts di Charles M. Schulz, che diventarono presto il simbolo della rivista, accompagnati da altre grandi strisce americane come Li’l Abner di Al Capp, Pogo di Walt Kelly, B.C. di Johnny Hart e Wizard of Id dello stesso Hart ma per i disegni Brant Parker, Dick Tracy di Chester Gould e il fantascientifico Jeff Hawke dell’inglese Sidney Jordan. Queste non erano solo storie da leggere, ma finestre su un altro modo di intendere lo humor, il raccontare storie, la società e, in modo particolare, la cultura. Linus n.1 (aprile 1965) Ma Linus era anche il trampolino di lancio per l’affermazione di un nuovo fumetto italiano, più autoriale e più ambizioso. Guido Crepax esordì sulle sue pagine con una serie dedicata al personaggio di Neutron, alter ego di Philip Rembrandt, critico d’arte con il potere di bloccare il tempo con lo sguardo, che si improvvisa investigatore. Rembrandt ha una fidanzata, introdotta nelle prime puntate della serie, che ben presto gli ruberà la scena, prendendo sempre più spazio fino a diventare la vera protagonista, relegandolo a un ruolo secondario. È Valentina, icona di sensualità e di sperimentazione grafica. Nel corso degli anni anche altri autori italiani si alternarono sulla rivista. Da Hugo Pratt a Dino Battaglia, da Sergio Toppi a Enzo Lunari (autore di Girighiz e Fra’ Salmastro) e molti altri ancora, veri maestri del fumetto che contribuirono a dare lustro alla rivista e a consolidarne la reputazione come punto di riferimento del fumetto autoriale in Italia. La rivista diventò così un contenitore ibrido, capace di far dialogare il fumetto con la letteratura, la politica e l’arte contemporanea. Negli anni della contestazione, con Oreste Del Buono alla direzione, Linus accentuò la sua anima satirica e intellettuale. Accolse autori come Robert Crumb e le sue storie underground di Fritz il gatto e Mr. Natural, le strisce di Doonesbury del vincitore di un premio Pulitzer e un Oscar Garry Trudeau (ne parlo qui), Sergio Staino e il suo Bobo e Cipputi di Altan, trasformandosi in uno specchio ironico e graffiante della società italiana e internazionale. Su Linus venne pubblicata anche la riscrittura di L’Eternauta di Héctor Oesterheld, ma illustrata da Alberto Breccia. In questa versione, la storia assume toni più cupi e politicamente incisivi, trasformandosi in una denuncia diretta contro le dittature e l’imperialismo, mettendo in evidenza, attraverso la narrazione, le violenze del potere e l’oppressione dei regimi autoritari. Con Linus, il fumetto parlava ai lettori adulti, rifletteva su tematiche complesse e si faceva veicolo di critica sociale. A seguito dello scandalo della loggia massonica segreta P2, che coinvolse anche la casa editrice Rizzoli, Del Buono lasciò la direzione e gli subentrò Fulvia Serra nel 1981. Sotto la sua guida, ereditò un controverso formato tascabile che, sebbene pratico si rivelò una scelta poco fortunata che penalizzò la resa grafica delle tavole a fumetti, penalizzandone l’impatto visivo. Nonostante questo passo incerto, Linus non perse il suo spirito innovativo e continuò a rappresentare un laboratorio creativo d’avanguardia, offrendo spazio a nuove voci del fumetto italiano come Lorenzo Mattotti, Andrea Pazienza e Filippo Scozzari. In questo periodo nacque anche Bauhaus, un inserto satirico curato da Vauro, che riuniva un gruppo di giovani cartoonist italiani, consolidando ulteriormente il ruolo della rivista come fucina di sperimentazione e impegno culturale. Valentina e Philip Rembrand Pur attraversando fasi alterne e cambiamenti editoriali, Linus non perse mai del tutto la sua identità e pubblicò strisce geniali come Calvin & Hobbes di Bill Watterson, The Far Side di Gary Larson e Bloom County di Berkeley Breathed, un altro premio Pulitzer come Trudeau. Anche il fumetto francese trovò spazio attraverso figure come Jean-Claude Forest e il suo Barbarella, Claire Bretécher con I frustrati, Il bolotto occidentale e Agrippine, Jean-Marc Reiser, Gérard Lauzier, Georges Wolinski con Paulette, creata con Georges Pichard e Copi (pseudonimo di Raúl Damonte Botana, argentino di nascita ma naturalizzato francese) con il suo stile teatrale e surreale. Negli anni ’90, sotto la guida delle Edizioni Baldini & Castoldi, Linus continuò a essere una fucina creativa, accogliendo firme come Ellekappa (pseudonimo di Laura Pellegrini), Flora Graiff con il suo bambino contestatore Kako, Danilo Maramotti, Mario Addis, Alberto Rebori e altri. Con un mix di tradizione e innovazione, la rivista accolse anche le strisce di Dilbert di Scott Adams, Mutts di Patrick McDonnell, Robotman di Jim Meddick, Get Fuzzy di Darby Conley, Liberty Meadowsdi Frank Cho e moltissime altre rafforzando la sua vocazione internazionale. Già a partire dagli anni Sessanta, il successo della rivista spinse l’editore a diversificare la proposta editoriale con la pubblicazione di numerosi supplementi speciali. Questi volumi, in linea con lo stile della rivista madre, avevano titoli ironici come linusestate, ReLinus o linusilrosso e proponevano materiale già acquisito ma non ancora apparso nella serie regolare. Tra il 1966 e il 1973 furono pubblicati circa trenta supplementi, tutti senza numerazione. Il primo, linusestate, vide l’esordio italiano dei Fantastici Quattro di Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), primi supereroi Marvel tradotti in Italia. Mentre nel successivo, Asterlinus, fece la sua comparsa Asterix di René Goscinny (testi) e Albert Uderzo (disegni). Nel 1974 nacque Alterlinus, rivista gemella di Linus, pensata per ospitare principalmente fumetti d’avventura in contrasto con l’impronta umoristica e satirica sempre più marcata della testata madre. Nel corso degli anni, la rivista attraversò diverse trasformazioni cambiando nome in alteralter nel 1977 e Il grande ALTER nel 1986. Nonostante i cambi editoriali e le fasi alterne, la testata mantenne la sua identità fino alla chiusura, avvenuta sempre nel 1986, per poi ripartire dal numero uno nel 2023 per Oblomov Edizioni (di proprietà della casa editrice La nave di Teseo, proprietaria anche di Baldini+Castoldi, editore di Linus), tornando al nome originale di alterlinus. Dal 1965 al 1974 Linus pubblicò annualmente l’almanacco Linus, un volume cartonato antologico o monografico distribuito in omaggio agli abbonati. A partire dal 1975, la pubblicazione fu rinnovata e venduta in edicola: inizialmente come supplemento al primo numero dell’anno della rivista, poi, dal 1980, come suo tredicesimo numero annuale. Dal 1996 al 2000 l’almanacco diventò una pubblicazione autonoma con due uscite all’anno e formati variabili. Questi spin-off editoriali arricchirono l’universo di Linus, offrendo ai lettori nuove occasioni di scoperta e approfondimento del mondo del fumetto. Negli anni, Linus ha saputo rinnovarsi rimanendo fedele alla sua missione originaria: fare del fumetto una forma d’espressione colta, complessa e profondamente contemporanea, mantenendo sempre una linea editoriale attenta alla qualità e alla ricerca. Ancora oggi continua a essere un punto di riferimento per chi vede nel fumetto non solo un divertimento, ma anche uno strumento di pensiero e comunicazione. La sua storia è quella di una rivista che ha saputo crescere con i tempi, restando fedele alla propria vocazione culturale, anche se con i suoi alti e i suoi bassi, contribuendo in modo decisivo alla legittimazione del fumetto come forma d’arte in Italia. linusestate (giugno 1966) con la pubblicazione de I Fantastici Quattro Il successo editoriale di Linus spinse altri editori a seguirne l’esempio e nel 1967 comparvero Sgt. Kirk, pubblicata da Ivaldi, famosa soprattutto per avere ospitato Una ballata del mare salato, il dirompente esordio di una delle icone del fumetto mondiale: Corto Maltese di Hugo Pratt. La storia fu pubblicata a puntate, dal primo numero al ventesimo. Sempre nel 1967, l’Editoriale Corno uscì con Eureka che, tra gli altri, pubblicò The Spirit di Will Eisner, Maxmagnus di Secchi e Magnus, le Sturmtruppen di Bonvi e Lupo Alberto di Silver. Negli anni Settanta si aggiunse Il Mago, edita da Mondadori nel 1972, che rimase attiva fino al 1980. Tutte queste riviste, che proponevano materiale di qualità e spesso per un pubblico più ricercato, contribuirono a definire un nuovo orizzonte per il fumetto italiano, ormai riconosciuto come mezzo di comunicazione complesso, capace di trattare con serietà e ironia i temi più diversi, dal sociale al filosofico, dal politico al quotidiano. Eureka n.1 (novembre 1967) Navigazione articoli L’IMPEGNO SOCIALE NEL FUMETTO MATITE BLU 492
Purtroppo non sono più quei tempi. Linus è diventato troppo spesso e troppo monografico (Fumo di China è caduto nello stesso difetto), e il salone di Lucca è una baraonda carnevalesca dei grotteschi cosplayers che violentano la pacifica città antica. Rispondi
Linus, purtroppo, aveva una contraddizione in sé. Negli anni ’70 pubblicava strisce come i Peanuts, che come bambino adoravo, ma a cui non potevo arrivare perché Linus aveva anche “le donne nude” e quindi era una rivista off limits da comprare in edicola per me. Per fortuna arrivò il Mago, che mi permise almeno di seguire BC, Mago Wiz, Momma e altri. Agli inizi anni ’80 però Linus lo trovavi anche in biblioteca (forse unica rivista a fumetti disponibile) e il passaggio, o meglio i pomeriggi, in sala di lettura mi permise di recuperare annate precedenti. Rispondi
Fortemente preoccupati per la mia passione per i fumetti Disney, i miei cercarono di distogliermene con la violenza, buttandoli via a pacchi tra le mie lacrime. Visti gli scarsi risultati dato che comunque con la mancetta della nonna continuavo a comprarli, compiuti gli otto anni, nel 1968, un giorno mio padre tentò la strada dell’ipotetico upgrade arrivando a casa con il primo Oscar fumetti, dedicato ai Peanuts: “Il bambino a una dimensione”, e per magnificare quella nuova possibilità di lettura sottolineò l’ovvio richiamo a Marcuse. Ne approfittai per leggere Marcuse, senza vedere alcun legame con Snoopy, in ogni caso i Peanuts mi piacquero subito e i miei mi abbonarono a Linus. Continuai però a comprare anche Topolino e gli altri giornaletti dei paperi. Allora per dare almeno un tono filologico alla mia passione i miei fecero un altro tentativo comprandomi “Le grandi storie di TOpolino”, albi in grande formato che proponevano le prime grandi avventure Disney. Mi piacquero enormemente, ma ancora continuai a comprare TOpolino & C. Alla fine desistettero. Ma ricordo bene la voce sprezzante di mia madre: “Quello lì [io], sempre a leggere giornaletti!”. Qusto ricordo d’infanzia mi è riemerso nela zucca leggendo questo articolo, che sottolinea come Linus fosse direi quasi finalmente un prodotto culturale da inserire nel mainstream intellettuale, quello che oggi si definisce con una parola orribile sdoganamento. Ma a me non pare: Linus era un giornaletto come gli altri, si leggeva per le storie, che poi le storie avessero anche risvolti vagamente politici cone Li’l Abner mi era irrilevante – di Dogpatch mi affascinava il burrone senza fondo, non la caricatura dei manifestanti hippy. Le atmosfere assurde di Pogo mi sembravano affini a quelle di Alice nello specchio, e il massimo di attualità sociale lo riscontravo in Bristow, che mi piaceva da impazzire forse anche per il contrasto con il tetro mondo dell’ufficio di mio padre, dove nessuno rideva e se qualcuno lo avesse fatto sarebbe stato forse licenziato. Il fumetto sociale sarebbe arrivato dopo, con il sempre uguale Altan, con la Brétecher, le cui splendide tavole erano sminuite dall’orrendo formato piccolo degli anni Ottanta – le sto rileggendo in questi giorni nel formato gigante originale delle edizioni francesi, è tutta un’altra cosa. Ogni tanto mi domando perché le cose non possano mai essere quello che sono e debbano essere riportate ad altro. Linus era una rivista a fumetti né più né meno che Topolino, i cui testi peraltro sembravano uscire da esperti della Crusca. Ma forse era una faccenda tutta italiana: la fantascienza in Italia era sempre stata considerata roba per ignoranti, come i polizieschi. Fin quando un giorno Fruttero e Lucentini non pubblicarono con Einaudi “Le meraviglie del possibile”, due volumi antologici di fantascienza. Et voilà, anche gli intellettualini comunistoidi poterono finalmente potevano leggersi Urania senza sentirsi dei miserabili. Lo stesso effetto con i fumetti fu ottenuto da Linus. Rispondi
Bristow, e chi se lo dimentica !? Bassino, calvo, con i baffetti radi, la panzetta, e quel sorrisetto ebete, che lo aiuta a sopportare la grigia monotonia del nine to five, insieme ai colleghi ed al caporeparto. Mentre in ufficio aleggia l’ambigua prospettiva di una vacanza fantozziana al caleidó di Torremolinos, o l’ennesima assemblea del personale, con lettura di ampi brani del resoconto sullo storico disastro del carrello da te in sala mensa….. Rispondi