Modena è una città poco incline all’ubbidienza. Una città che, come ci ricordava Francesco Guccini, spesso preferisce deragliare. Un lembo di pianura padana che negli inverni degli anni Sessanta riposava sotto una coltre di nebbia densa, quasi metafisica, capace di inghiottire i contorni delle cose e confondere il confine tra realtà e immaginazione. Nelle estati si rifugiava invece all’ombra dei suoi portici medievali che attenuano il caldo afoso e opprimente della bassa. Ma tutto l’anno pulsava di un’energia inquieta, ribelle, creativa. Una sorta di anarchia naturale che diffidava dell’autorità e mal sopportava le regole. È un’attitudine che da sempre si coltiva nelle vecchie osterie, dove il vino fa correre la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West. In quella piccola città di vecchi cortili, di sogni e dei primaverili, si aggirava negli anni ’60 un genio anarchico, esagerato, provocatorio e totalmente privo di filtri. Si chiamava Franco Bonvicini. Per tutti, Bonvi. Per capire davvero Bonvi non basta guardare le sue tavole. Bisogna guardare la sua vita, perché in fondo fu proprio quella la sua opera più riuscita. Bonvi era un provocatore, un guascone, un uomo insofferente a ogni forma di autorità e di disciplina. Eppure, in una delle tante sue contraddizioni che ne aumentavano il fascino, andava fierissimo del suo passato da ufficiale nei carristi. Si racconta che, per una scommessa, arrivò a guidare un carro armato fin dentro il cortile di un’osteria, semplicemente per poter scendere e bersi un bicchiere di vino con gli amici. E nemmeno quando fu eletto consigliere comunale a Bologna nelle liste del Pci, riuscì a smettere di provocare: si presentò in aula, tra lo sgomento di tutti, con un vero pitone avvolto intorno al collo. Bonvi viveva esattamente come disegnava, senza freni, senza misura, senza chiedere permesso. Lavorava soprattutto di notte, in sessioni interminabili e quasi allucinatorie, sostenute da caffè, sigarette e fiumi di alcol. E i soldi che guadagnava sembravano dargli fastidio. Non vedeva l’ora di spenderli tutti in bevute e in cene interminabili con gli amici. Un uomo così non poteva fare un lavoro ordinario. Doveva fare fumetti. In quella Modena, dove di notte vivono strani fantasmi e sogni vani, inevitabilmente Bonvi si imbattè in Francesco Guccini. Guccini non era ancora quello delle grandi canzoni e delle folle oceaniche, era un giovane che sapeva scrivere e aveva una passione smodata per la fantascienza e i fumetti. Soprattutto, una certa predisposizione a stare sveglio fino a orari improbabili. I due si incontrano nelle osterie di fuori porta e scoprono rapidamente di avere parecchie cose in comune: “cantar canzoni, bere vino e far casino”. Nasce così un’amicizia fraterna, alimentata da sigarette, notti interminabili e discussioni deliranti da cui nascevano idee che, viste alla luce del giorno, forse sarebbe stato prudente non prendere troppo sul serio. Da questo sodalizio, alla fine degli anni Sessanta, nascono le “Storie dallo spazio profondo”, una delle prime, e più irresistibili, forme di fantascienza umoristica italiana. Guccini scrive testi sotto pseudonimo; Bonvi trasforma quelle parole in un universo di alieni, robot, astronavi e personaggi che sembrano avere seri problemi con la sanità mentale. Attraverso lo specchio deformante della fantascienza, Bonvi e Guccini ci dicono che il vero mostro, l’alieno inspiegabile e bizzarro, è l’essere umano. Se esiste un luogo in cui nacquero davvero le Sturmtruppen, quel luogo è un’osteria emiliana. È lì che Bonvi comincia a mettere insieme il suo esercito. Le sigarette accese, il Lambrusco che viene rabboccato in continuazione e qualcuno che racconta una storia che probabilmente non è mai successa giurando e spergiurando che è vera. Bonvi ascolta, aggiunge un particolare, ne toglie due, ne inventa cinque, infilando anche i ricordi del servizio militare nei carristi nel grande tritacarne della fantasia. Gli amici fanno da pubblico, da cavie e, in qualche caso, da inconsapevoli complici. Bonvi prova una battuta, osserva le facce. Se ridono, la conserva. Se non ridono, prova un’altra battuta. E un’altra ancora. A forza di raccontarle, queste miniavventure diventano gag monumentali e Bonvi scopre di saper far ridere. Ridere dei soldati, degli ordini, dei generali, delle gerarchie, delle divise, delle medaglie, delle marce e dell’assurdità del mondo. Nel 1968 partecipa al concorso del quotidiano romano Paese Sera e lo vince con le prime strisce di quei soldati senza nome. E da subito il pubblico capirà la grandezza di quel manipolo di strampalati che, nati nel calore fumoso delle osterie di Modena, finiscono per conquistare il mondo. Bonvi compie un miracolo senza precedenti nel fumetto italiano, dando vita a un umorismo universale che verrà tradotto in ben undici lingue e venduto in milioni di copie dall’Europa alle Americhe. Quelle strisce, concepite tra i fumi dell’alcol e le risate degli amici, furono in grado di abbattere ogni barriera culturale e geografica dimostrando che la provincia emiliana non era un limite, ma una risorsa. La parabola artistica di Bonvi non poteva che tornare là dove tutto era cominciato: sotto i portici di Modena. Le Sturmtruppen erano nate dalla fantasia solitaria di Bonvi. Il personaggio successivo, Nick Carter, fu il risultato di un lavoro di coppia insieme al suo amico di sempre il regista modenese Guido De Maria. Nel 1972 Giancarlo Governi, dirigente Rai, chiese a De Maria di inventare un programma capace di portare il fumetto in televisione. C’è un problema però, la Rai non ha i soldi per fare dei cartoni animati. Ma i problemi, in Emilia, servono soprattutto ad aguzzare l’ingegno. De Maria pensò, se non possiamo muovere i personaggi, muoviamo la macchina da presa. La telecamera sarebbe entrata nelle vignette, avrebbe attraversato i disegni, seguito i personaggi, costruito le inquadrature. Il fumetto sarebbe rimasto fermo, ma la televisione gli avrebbe regalato l’illusione del movimento. Mancava soltanto il protagonista. E naturalmente De Maria chiamò Bonvi. Bonvi disegna un detective. Un detective serio, elegante, all’altezza della situazione. De Maria guarda il disegno e sentenzia: «Bello. Ma è troppo alto. Fallo più basso. Più ridicolo». Meno Londra, più Modena. Bonvi cancella le gambe, accorcia il corpo, deforma la figura, aggiunge il cappellino e inventa Nick Carter. Da quel momento Bonvi e De Maria lavorano come se fossero due ingranaggi della stessa macchina. Bonvi mette il segno, i personaggi, le gag e quella sua irriducibile anarchia grafica. De Maria mette i testi, la regia, il montaggio e soprattutto un ritmo televisivo allora completamente nuovo. Nick Carter indaga e alla fine immancabilmente smaschera l’improbabile Stanislao Moulinsky. E quando il mistero è risolto arriva il sigillo della coppia: «E l’ultimo chiuda la porta!». Un miracolo pop e tecnologico di questa portata non avrebbe potuto nascere in nessun altro luogo se non a Modena. Solo in quell’officina emiliana, dove il culto della meccanica di precisione convive da sempre con la goliardia anarchica delle osterie, era possibile immaginare una sintesi così perfetta tra artigianato e avanguardia. Nick Carter non fu il prodotto di una grande industria culturale milanese o romana, ma il frutto di due menti provinciali e geniali che rivoluzionarono il fumetto con la stessa sfrontatezza con cui in questa terra si costruiscono motori leggendari o si reinventano i piatti della tradizione. Sarebbe però un errore archiviare Nick Carter solo come una brillante intuizione tecnica o un mero esperimento televisivo. Prima ancora di essere il pioniere dei “fumetti in TV”, Nick Carter è un grandissimo personaggio, dotato di una forza narrativa autonoma e di uno spessore notevole. Con la sua flemma imperturbabile, il cappellino alla Sherlock Holmes e l’impermeabile d’ordinanza, incarna l’archetipo del detective infallibile della tradizione hardboiled americana, ma calato in una ambientazione assolutamente surreale. In un certo senso, Nick Carter può essere considerato il primo vero meta-personaggio del fumetto italiano. Apparentemente si muove dentro un perimetro di mille cliché ma in realtà va costantemente oltre, scardinando la finzione stessa. Carter sa di essere un fumetto, gioca con i meccanismi della narrazione e si fa beffe degli stereotipi del genere giallo dall’interno. È un eroe che decostruisce il suo stesso mito a colpi di ironia, non prendendosi mai sul serio. Perché nelle osterie modenesi non si andava solo a bere; si andava a sottoporsi a un rito democratico e spietato in cui nessuno poteva permettersi di salire su un piedistallo. Davanti a un tavolo pieno di bicchieri, se provavi a prenderti troppo sul serio, gli amici ti smontavano con una battuta fulminea. Bonvi ha assorbito fino in fondo questa cultura popolare, trasformandola in arte. (Questo articolo è stato scritto con un minimo aiuto da parte della AI nella ricerca del passato modenese di Bonvi). Navigazione articoli GLI AUTORI DI ZAGOR A CONFRONTO Matite Blu 503
“Nick Carter non fu il prodotto di una grande industria culturale milanese o romana, ma il frutto di due menti provinciali e geniali che rivoluzionarono il fumetto con la stessa sfrontatezza con cui in questa terra si costruiscono motori leggendari o si reinventano i piatti della tradizione”. Frasi vacue da purissima intelligenza artificiale. Che palle, o che pizza se sono troppo volgare. Rispondi
Buongiorno Mi dispiace ma essendo Modenese e’ proprio quello che penso. E non ci vedo niente di vacuo nel citare due eccellenze della nostra terra, Ferrari e Bottura di cui noi modenesi andiamo giustamente orgogliosi. Rispondi
Mi ricordo che quando Bonvi morì, in quello stesso periodo dovevo telefonare ad Alfredo Castelli per un lavoro, non ricordo se per Eureka o per un articolo che dovevo fare per gli Almanacchi della Bonelli. Ebbene, telefono e dico ad Alfredo “Ho saputo che è morto Bonvi” e lui mi risponde testualmente “Eeh sì, ha incontrato la sua Nemesi: era sempre ubriaco ed è stato messo sotto da un ubriaco!”. Amen. Rispondi
Negli anni ’70 Bonvi lo incontravo una volta l’anno a Lucca. Ci divertivamo insieme essendo due goliardi. Guccini lo cercai in seguito, ma lui mi snobbò, si credeva troppo importante. Mi dispiace, perché avremmo potuto giocare insieme a tarocchi. Rispondi