Il nonno paterno di Francis Veber, Pierre, era uno scrittore di romanzi umoristici. Ed erano scrittori anche il padre, Pierre-Gilles Veber (autore, tra l’altro, del celebre romanzo d’avventura “Fanfan-La-Tulipe”) e la madre, Georgette Paul (pseudonimo di Catherine Agadjianian). Cosicché, come si può leggere nell’articolo di Lise Genet: Francis Veber: Ecrire uno scénario, c’est aussi du sport! (pubblicato dal settimanale francese Télé 7 Jours) “Francis Veber non poteva sfuggire al suo destino: scrivere”.

Tra il 1972 e il 1973 con il film di Yves Robert Alto, biondo e… con una scarpa nera  (Le Grand Blond avec une chaussure noire) e poi con Il rompiballe (L’emmerdeur, diretto da Edouard Molinaro), che ottengono un grande successo di pubblico e buone recensioni, Francis Veber si afferma definitivamente come sceneggiatore: attività iniziata alla fine degli anni Sessanta, contemporaneamente a quella di scrittore per il teatro.

Il credito ottenuto gli permette già nel 1976 di esordire dietro la macchina da presa con Professione… giocattolo (Le jouet), di cui ovviamente è anche autore del soggetto e della sceneggiatura.
È però con il secondo film, La capra, del 1981, che dimostra di poter abbinare al talento di sceneggiatore, quello registico.

Marie, figlia dell’industriale Alexandre Bens, è una ragazza molto sfortunata. Per questo motivo il padre si preoccupa quando la ragazza si reca da sola in vacanza in Messico. Infatti Marie prima precipita da un balcone dell’hotel, finendo sulla tenda esterna, poi viene scippata e cadendo batte la testa. Un uomo, Arbal, la soccorre e la rapisce, drogandola e falsificandone il passaporto.
Il padre, non avendo avuto più notizie, ha mandato Campana, un investigatore privato, a cercarla. Il detective però non ha ottenuto alcun risultato e dopo un mese anche la polizia tace. Ormai rassegnato, Bens accetta tuttavia l’idea di Meyer, lo psicologo dell’azienda. Meyer ha studiato a lungo un dipendente che lavora all’ufficio contabilità, François Perrin. Secondo lui, Perrin è maldestro e sfortunato come Marie. La teoria dello psicologo è che un uomo che scivola sulle stesse bucce di banana e inciampa sugli stessi tappeti forse può anche individuare le tracce della ragazza.
Perrin viene quindi inviato in Messico insieme a Campana, convinto da Bens ad accompagnarlo nonostante il suo scetticismo. Arrivati all’aeroporto di Orly, dopo un’animata discussione con un altro viaggiatore per via di un carrello, Perrin finisce contro le porte automatiche. Fatto che secondo il tecnico dell’aeroporto non era mai successo.
Nell’infermeria dove si è fatto medicare, Perrin dimentica la valigetta. Torna indietro a riprenderla, in questo modo rischiano di perdere l’aereo. Perrin perciò lo fa ritardare con una telefonata anonima. Le operazioni di controllo per il falso allarme danneggiano la valigia di Perrin e oltretutto i due perdono il volo per Puerto Vallarta.
Decidono quindi di prenderne uno per Acapulco e atterrano nell’aeroporto da dove è stata portata via Marie e dove anche la ragazza ha sbattuto contro le porte automatiche. Durante la colazione Perrin si infila una cannuccia nel naso, si reca in infermeria dove viene appunto sapere che una giovane passeggera francese tempo prima ha avuto lo stesso suo incidente. Il poliziotto dell’aeroporto guardando la foto di Marie dice che potrebbe essere la ragazza che ha visto lui, anche se aveva i capelli neri. Aggiunge che l’uomo che era insieme a lei si chiama Arbal ed è ricercato da tempo. Consiglia a Campana di rivolgersi al commissario della questura centrale per saperne di più.

Mentre Campana e Perrin si recano in auto all’hotel, si accende una discussione, causata dal fatto che secondo Perrin è servito a qualcosa il suo incidente. Campana che al contrario di Perrin è a conoscenza del vero motivo per cui si trovano lì, si altera e risponde male a Perrin. Perrin allora lo redarguisce in modo autoritario e gli ricorda che è lui il capo e Campana solo il suo assistente.
Più tardi, al bar dell’hotel Perrin ne combina un’altra delle sue e finisce di nuovo per battere la testa. È perciò piuttosto stordito quando incontrano il commissario. Campana viene a sapere che Arbal viveva con una prostituta di nome Sonia, ma secondo il commissario è un pesce troppo piccolo per essere coinvolto in un rapimento internazionale. Campana e Perrin si recano nel locale dove lavora Sonia ma il gestore dice che se ne è andata da tempo. Un po’ con l’intento di ottenere informazioni su Sonia e perché attratto dalle ragazze, Perrin si apparta con una di loro. Campana cerca di fargli capire che la ragazza è interessata ai suoi soldi e temendo che possa rubarglieli, gli chiede di darli a lui. I due discutono e alla fine Campana se ne va. Poco dopo Perrin paga la ragazza, dicendo che è stanco e va via anche lui.
La ragazza telefona, poi lo segue con la macchina offrendogli un passaggio. Lo porta invece in un luogo isolato dove l’attendono i suoi complici che picchiano e derubano Perrin. Campana per recuperare il denaro torna nel locale insieme a Perrin, si fa dire con le cattive dal proprietario dove può trovare la ragazza. L’uomo li indirizza al club privato di un certo Fernando. Qui Campana minacciandolo con una pistola si fa restituire il denaro.
In auto però guardando una foto segnaletica Perrin e Campana riconoscono proprio Arbal in uno degli uomini che erano con Fernando al club. Tornano indietro e lo prelevano. Per strada Campana lo interroga. Arbal risponde d’aver capito subito che Marie portava sfortuna e che comunque era un affare troppo grosso per lui. Perciò l’aveva passata a Fernando. Campana vuole tornare nel club ma scopre che Perrin ha fatto impantare l’auto. Mentre discutono sopraggiunge a tutta velocità una macchina da cui vengono esplosi alcuni colpi che uccidono Arbal. Prima di morire l’uomo ripete il riferimento alla sfortuna che porta Marie.
Perrin e Campana non potendo ripartire in auto, proseguono a piedi nel deserto. A un certo punto nasce l’ennesima discussione, perché Perrin di nuovo sostiene che se non fosse andato con la prostituta e non lo avessero rapinato non sarebbero arrivati a Fernando. Dopodiché Perrin affonda nelle sabbie mobili e Campana lo salva. I due cercano di fermare un auto che transita, che però è un’auto della polizia. Vengono quindi arrestati perché ritenuti responsabili dell’omicidio di Arbal.

In prigione Campana, scelto per due volte dai secondini e picchiato, comincia a pensare che la sfortuna di Perrin si sia trasferita a lui. Liberati dal commissario, a cui riferiscono ciò che ha detto loro Arbal, fanno arrestare Fernando. Questi confessa d’aver ricevuto Marie da Arbal e di averla fatta partire su un aeroplano che però è precipitato nella foresta. Fosse per Campana le ricerche terminerebbero qui ma, quando telefona al padre per ragguagliarlo, Meyer propone di fare un nuovo tentativo. “Noleggi un aereo e faccia fare a Perrin dei giri sopra la foresta. “Strana idea”, commenta Perrin.
Prima di salire sull’aereo Perrin viene punto da una vespa ed essendo allergico comincia a gonfiarsi e viene ricoverato. Tra i pazienti del pronto soccorso conosce un indio che delira di una ragazza dagli occhi tondi giunta al suo villaggio. Subito dopo è scoppiato un incendio. Quando gli fanno vedere una foto di Marie l’indigeno comincia a urlare. Perrin e Campana si recano al villaggio incendiato e lo trovano distrutto e disabitato.
Mentre tornano all’auto Perrin viene rapito da un gorilla ma la liana su cui l’animale scappa si rompe e il gorilla, incredulo, fugge via. Campana capisce che Perrin corre sempre qualche pericolo e gli dà la sua pistola. Attraversando la foresta in auto, a Perrin sembra di vedere un indio con gli occhiali. Si fermano ma non trovano nessuno. Mentre discutono, Perrin vede un cobra dietro Campana, spara e finisce per colpire la caviglia di Campana. Nonostante si tratti di una ferita superficiale, Perrin vuole raggiungere una missione. “Potrebbe infettarsi,” dice.
La missione è abbandonata e sembra devastata da un terremoto o da un uragano. “Come la casetta dei miei quando provai a installare la bombola del gas. È curioso quante ne capitano da queste parti, prima il villaggio incendiato, poi questa missione, è come una specie di maledizione,” commenta Perrin. Campana lo fissa senza replicare.
Dopo che è finita la benzina, i due dormono un po’ sull’auto e una volta svegli, riprendono a discutere. Perrin vorrebbe proseguire a piedi, Campana invece ribatte che devono aspettare lì. Perrin ripete d’essere lui il capo, e a questo punto Campana svela a Perrin il vero motivo per cui è stato ingaggiato. “La sua sagacia, la sua abilità, tutte palle, l’hanno presa per il culo. Sono stato costretto a dirglielo, perché non voglio che la ritrovino qui morto tra qualche mese.”
Perrin non ci crede, si infuria, lo aggredisce, cade e batte la testa. Viene ricoverato e nello stesso ospedale, proprio sul letto accanto al suo, si trova Marie.

François Perrin, interpretato magistralmente da Pierre Richard, è uno dei due personaggi (l’altro è François Pignon) protagonisti di quasi tutti i film diretti da Veber (e anche di alcuni soltanto sceneggiati). Perrin nasce nel già citato Alto, biondo… e con una scarpa nera e torna nell’esordio registico di Veber, ma è ne La capra che si staglia con una nitidezza straordinaria, ultimo erede di Jacques il fatalista, di cui è un’evidente variazione. Per quasi tutto il film agisce in coppia con l’investigatore Campana, come nel capolavoro letterario di Diderot, Jacques viaggia e discorre con il suo padrone.

Si possono leggere, nel romanzo, frasi che sono state con ogni probabilità fonte di ispirazione per Veber. Ad esempio: “Vi fu tra l’arco di essa e la testa di Jacques un terribile urto.” Oppure: “Si limitava a sostenere che si nasce disgraziati o fortunati.” E ancora: “Chi dirà adesso se sia bene o male regalare il proprio denaro o se è una disgrazia essere quasi accoppato? Senza questi due avvenimenti il signor Desglands non avrebbe mai sentito parlare di Jacques.” E poi: “Uno corre fra le spine senza pungersi, l’altro, per quanto guardi dove mette i piedi, trova dei rovi anche nel sentiero più bello e arriva a casa scorticato vivo.” Qua forse la considerazione di Jacques non corrisponde del tutto a Perrin, che è abbastanza sbadato e maldestro da non guardare dove mette i piedi.

Diderot descrive inoltre il suo protagonista come un chiacchierone (e lo è indubbiamente anche Perrin), che “non s’affliggeva né si rallegrava di nulla (…) montava in collera contro l’uomo ingiusto.” Perrin non è forse altrettanto indifferente, ma di sicuro non si affligge per la sua sfortuna. Anzi, non si rende nemmeno conto d’essere sfortunato o di essere considerato un tipo che porta sfortuna. Tanto da non cogliere gli accenni riferiti a Marie che fa Campana in alcuni momenti. Perrin non perde mai, nemmeno nei momenti in cui si arrabbia, una sorta di ottimismo fiducioso, simile per certi versi al fatalismo di Jacques.

Questa chiamiamola leggerezza con la quale Perrin affronta l’esistenza è anche la cifra del film. In esso ciò che colpisce infatti è innanzitutto l’assenza di ogni discorso contenutistico, in maniera tanto radicale da diventare tale assenza proprio il contenuto del film. Torna in mente una riflessione dello scrittore francese Michel Tournier. Secondo lui la superficialità è erroneamente contrapposta alla profondità, che le viene preferita. Quando invece la superficie può essere estesa tanto, e forse anche più, di quanto la profondità sia profonda.

La leggerezza di Veber è come la superficialità, e La capra è un film fatto di leggerezza, come è leggero il paracadute che si libra nel cielo, trainato dal motoscafo, nella bellissima sequenza iniziale. Ma è fatto anche di superfici, come la distesa d’acqua del finale, su cui Perrin e Marie vanno alla deriva ma senza affondare, senza sprofondare.

Quasi tutti i film di Veber hanno avuto un rifacimento hollywoodiano. Alla fine degli anni Ottanta lo stesso Veber, non proprio soddisfatto delle versioni americane di Il rompiballe (rifatto da Billy Wilder nel 1981 e intitolato Buddy Buddy, con la coppia Lemmon/Matthau) e Professione… giocattolo (diventato nel 1982 Giocattolo a ore, per la regia di Richard Donner), si trasferisce negli Stati Uniti per supervisionare i rifacimenti. Nonostante questo È tutta fortuna, remake di La capra molto simile all’originale realizzato nel 1991 dalla regista australiana Nadia Tass, non si può dire particolarmente riuscito. E non lo è perché tradisce alcune delle scelte narrative e di struttura tipiche di Veber. Sintesi del racconto (non solo La capra, praticamente tutti i film di Veber durano non più di 95 minuti, La cena dei cretini addirittura 75’), montaggio ellittico, passaggi da una scena all’altra lasciati all’immaginazione dello spettatore.

In questo senso è illuminante la differente soluzione adottata da Veber e dal remake per una delle scene più importanti. In quella scena Bens chiede a Perrin di andare a cercare la figlia in Messico. Ne La capra (minuto 00:15:00) la scena si conclude con la domanda di Bens: “Allora, se la sente Perrin?”, musica, stacco, inquadratura di una strada trafficata. Nel film di Nadia Tass invece (minuto 00:19:40) non solo il padre della ragazza per convincere lo sfortunato Eugenio Proctor aggiunge che gli pagherà tutte le spese, gli raddoppierà il salario e gli darà cinquemila dollari se riuscirà a trovare la figlia. La scena si conclude con Proctor che dice “accetto” e il padre lo ringrazia.

 

Scheda film

La capra (La chêvre, Fra-Mex1981)
Regia e sceneggiatura: Francis Veber; musica: Vladimir Cosma; fotografia: Alex Phillips Jr; montaggio: Albert Jurgenson; scenografia: Jacques Bufnoir; costumi: Nicole Bize, Monique Dury; interpreti: Pierre Richard (François Perrin), Gérard Depardieu (Campana), Pedro Armendariz Jr (Commissario Custao), Michel Robin (Alexandre Bens), Corynne Charbit (Marie Bens), André Valardy (Meyer), Jorge Luke (Arbal), Maritza Olivares (prostituta), Robert Dalban (tecnico Orly), Michel Fortin, Sergio Olivares; produzione: Alain Poiré per Gaumont International, Fideline Films (Parigi), Conaciné (Messico); durata: 93’

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *