Quando John Byrne prese in mano Superman nel 1986, molti lettori ebbero la sensazione di assistere a una rinascita. In realtà, quella rinascita fu possibile perché il personaggio attraversava da anni una crisi profonda. Superman continuava a essere uno dei simboli del fumetto americano, ma il suo universo narrativo aveva perso gran parte della forza che lo aveva reso leggendario. Il paradosso era evidente. Nessun altro supereroe godeva di una fama così vasta. Tutti conoscevano Superman, anche chi non leggeva fumetti. Il suo simbolo appariva ovunque: giocattoli, cartoni animati, magliette, programmi televisivi. Eppure questa enorme popolarità non si traduceva più automaticamente in fumetti di successo. Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta le vendite continuarono lentamente a diminuire, seguendo una tendenza che coinvolgeva l’intero settore, ma Superman sembrava soffrirne più di altri personaggi. Uno dei problemi principali era la sua onnipotenza. Nel corso dei primi anni gli sceneggiatori avevano continuato ad aggiungere nuovi poteri, fino a trasformarlo in un eroe quasi invincibile. Poteva attraversare il tempo, spostare pianeti, sopravvivere praticamente a qualsiasi minaccia. Ogni nuova avventura rischiava così di perdere tensione. Anche il suo mondo era diventato sempre più complicato. La mitologia kryptoniana si era arricchita di dettagli, comparivano continuamente nuovi superstiti del pianeta Krypton, città in miniatura, dimensioni parallele, robot, duplicati e versioni alternative del protagonista. Quello che inizialmente era stato un affascinante universo fantastico finì per trasformarsi in una rete intricata di eccezioni e regole difficili da seguire. L’editor Julius Schwartz, che aveva contribuito alla rinascita dei supereroi DC durante la Silver Age, cercò più volte di riportare Superman verso storie più essenziali. Ridusse alcuni eccessi, eliminò elementi ormai ingombranti e puntò maggiormente sull’azione e sul lato umano di Clark Kent. Furono interventi intelligenti, ma non bastarono a invertire una tendenza ormai consolidata. Nel frattempo cambiava anche il pubblico. I lettori degli anni Ottanta cercavano protagonisti più tormentati e realistici. La Marvel aveva conquistato un’intera generazione con personaggi come Spider-Man, gli X-Men e Daredevil, capaci di affrontare problemi quotidiani oltre ai supercriminali. Persino Batman, grazie a storie sempre più cupe, appariva improvvisamente più moderno di Superman. Il cinema contribuì a creare un curioso effetto. Il film Superman del 1978, con Christopher Reeve, fu un enorme successo mondiale e riportò il personaggio al centro della cultura popolare. Per qualche tempo anche i fumetti beneficiarono di questa visibilità, ma l’entusiasmo si rivelò passeggero. I sequel ottennero risultati sempre più deludenti e non riuscirono a rilanciare stabilmente le vendite delle pubblicazioni DC. Un altro elemento che rendeva Superman meno interessante era la quantità di personaggi con poteri simili. Supergirl, Superboy, Krypto, la Super-Family e numerosi kryptoniani riducevano l’unicità dell’Uomo d’Acciaio. Se quasi tutti potevano fare ciò che faceva lui, Superman perdeva parte della sua aura eccezionale. Negli anni precedenti Byrne qualcuno scherzava dicendo che era diventato difficile trovare un numero della serie senza imbattersi in almeno un altro kryptoniano. Anche Lex Luthor sembrava aver perso mordente. Era ancora il nemico storico di Superman, ma la sua figura oscillava continuamente tra lo scienziato pazzo, il criminale tradizionale e il genio della tecnologia, senza trovare una caratterizzazione davvero definitiva. Molti antagonisti apparivano ormai ripetitivi, incapaci di sorprendere i lettori. Dietro le quinte la DC era perfettamente consapevole della situazione. L’universo narrativo della casa editrice era diventato estremamente complesso dopo mezzo secolo di storie, Terre parallele e continuità contraddittorie. La grande miniserie Crisis on Infinite Earths del 1985 nacque proprio con l’obiettivo di fare ordine e offrire ai nuovi lettori un punto di partenza più semplice. Quando alla DC si discuteva del rilancio di Superman, alcuni autori sostenevano che fosse ormai impossibile scrivere storie davvero emozionanti con un protagonista tanto potente e circondato da comprimari. Serviva un cambiamento radicale, non un semplice restyling grafico. L’arrivo di John Byrne Nel 1986 la DC affidò il rilancio di Superman a John Byrne, una delle più grandi star del fumetto americano. Era una scelta quasi obbligata. Dopo aver rivoluzionato gli X-Men insieme a Chris Claremont e aver riportato ai vertici i Fantastici Quattro, Byrne era considerato l’autore capace di far rinascere qualsiasi personaggio. Il suo nome, da solo, bastava ad attirare l’attenzione dei lettori. L’incarico era tutt’altro che semplice. Superman era il supereroe più famoso del mondo, ma anche quello più difficile da rinnovare. Byrne non voleva limitarsi a raccontare nuove avventure: intendeva ricostruire il personaggio dalle fondamenta, eliminando gran parte del bagaglio accumulato in quasi cinquant’anni di pubblicazioni. La prima tappa del progetto fu The Man of Steel, una miniserie di sei albi pubblicata nell’estate del 1986. Non si trattava semplicemente di un nuovo numero uno: era il nuovo inizio ufficiale di Superman dopo Crisis on Infinite Earths. Byrne scrisse e disegnò l’intera miniserie, dando subito ai lettori l’impressione di trovarsi davanti a un eroe familiare ma completamente diverso. Fin dalle prime pagine era evidente la nuova filosofia. Clark Kent non era più una semplice maschera dietro cui si nascondeva Superman. Byrne ribaltò il punto di vista: Clark diventava la vera identità del protagonista, mentre Superman era il ruolo che sceglieva di assumere quando serviva. Era un cambiamento sottile ma fondamentale, perché riportava al centro l’uomo invece del mito. Anche Jonathan e Martha Kent acquisirono un’importanza inedita. Nella tradizione classica erano morti quando Clark era ancora giovane; Byrne li mantenne invece in vita. La loro presenza consentiva di mostrare Superman come un figlio che tornava a casa per chiedere consiglio, discutere dei propri dubbi o semplicemente condividere momenti di normalità. Era un modo efficace per umanizzare un personaggio che per anni era apparso quasi irraggiungibile. Uno degli aspetti più sorprendenti riguardava Krypton. Byrne ne offrì una versione fredda, razionale e quasi priva di emozioni. I kryptoniani erano una civiltà avanzatissima dal punto di vista scientifico, ma avevano sacrificato gran parte della propria umanità. In questo modo Clark finiva per sentirsi molto più terrestre che alieno. La sua vera casa non era il pianeta perduto, ma Smallville. L’autore ridusse anche i poteri di Superman. Restava straordinariamente forte, ma non era più un semidio. Non poteva spostare pianeti né attraversare il tempo. Ogni scontro acquistava così maggiore suspense, perché il lettore sapeva che il protagonista poteva davvero essere messo in difficoltà. Il nuovo Lex Luthor fu probabilmente la trasformazione più audace. Byrne abbandonò quasi del tutto l’immagine dello scienziato pazzo ossessionato dalla vendetta. Al suo posto compariva un ricchissimo industriale, padrone di Metropolis, convinto che tutto e tutti potessero essere comprati. Superman rappresentava l’unica cosa che il suo denaro non poteva controllare, e proprio per questo diventava il suo nemico più odiato. Questa versione del personaggio influenzò fumetti, serie televisive e film per decenni. Anche Lois Lane cambiò volto. Byrne la rese più determinata, competitiva e intraprendente. Era una giornalista affermata che non aveva bisogno di essere continuamente salvata. Il rapporto con Clark si basava sul confronto professionale oltre che sull’attrazione personale, rendendo molto più vivaci i dialoghi al Daily Planet. Dopo la conclusione di The Man of Steel arrivò il momento delle serie regolari. Byrne scrisse e disegnò l’albo di Superman, mentre Marv Wolfman rilanciò Adventures of Superman. Poco dopo nacque anche una nuova serie dedicata all’azione, Action Comics, trasformata da Byrne in un albo con Superman affiancato ogni mese da altri protagonisti dell’universo DC. I primi numeri colpirono subito per il ritmo narrativo. Byrne preferiva storie compatte, ricche di dialoghi brillanti e scene d’azione spettacolari. Il suo tratto, dinamico e cinematografico, contribuiva a dare l’impressione che Superman si muovesse davvero con una forza e una velocità mai viste nelle versioni precedenti. Tra le prime avventure spiccò l’incontro con Batman. Byrne e Frank Miller, che nello stesso periodo stava rivoluzionando il Cavaliere Oscuro, presentarono due eroi molto diversi ma complementari. Batman diffidava del kryptoniano e ne studiava ogni mossa; Superman, pur rispettandolo, lo considerava un alleato imprevedibile. Quel rapporto, fatto di collaborazione ma anche di tensione, sarebbe diventato il modello per molte storie successive. Un altro episodio memorabile vide Superman affrontare Darkseid. Byrne mostrò immediatamente che, pur avendo ridotto i suoi poteri, il protagonista poteva ancora misurarsi con le minacce cosmiche più terribili. La differenza era che ora la vittoria aveva un prezzo e non appariva mai scontata. Dietro le quinte Byrne lavorava con ritmi impressionanti. Scriveva, disegnava e spesso partecipava direttamente alle decisioni editoriali sul futuro del personaggio. Questo controllo quasi totale garantiva una notevole coerenza narrativa, ma provocò anche qualche tensione con altri autori della DC, poco abituati a vedere un singolo fumettista influenzare così profondamente una delle serie di punta della casa editrice. L’accoglienza fu molto positiva. I lettori apprezzarono il ritorno a un Superman più umano e accessibile, mentre la critica elogiò il coraggio di Byrne nel modificare aspetti considerati intoccabili. Non mancarono le proteste dei fan più tradizionalisti, dispiaciuti per l’eliminazione di Superboy, della Super-Family e di molti elementi storici della continuità, ma le vendite dimostrarono che la scommessa era stata vinta. Quei primi numeri non si limitarono a rilanciare Superman. Ridefinirono il modo stesso di raccontarlo. Molte delle idee introdotte da Byrne – il Lex Luthor magnate senza scrupoli, i Kent ancora vivi, Clark come vera identità del protagonista e un Superman meno onnipotente – sarebbero rimaste al centro della mitologia dell’Uomo d’Acciaio per oltre vent’anni, influenzando non solo i fumetti, ma anche serie televisive, cartoni animati e produzioni cinematografiche. Conflitti fra testate L’entusiasmo suscitato dal rilancio del 1986 non si esaurì nei primi mesi. Per circa due anni John Byrne rimase il principale artefice del nuovo universo di Superman, costruendo una continuità moderna e coerente che riportò stabilmente il personaggio tra le serie di punta della DC. Una delle sue intuizioni più efficaci fu quella di coordinare strettamente le varie testate dedicate all’Uomo d’Acciaio. In passato ogni collana procedeva quasi per conto proprio; Byrne, insieme agli editor, trasformò invece Superman, Adventures of Superman e Action Comics in un’unica grande saga. Ogni mese il lettore trovava un nuovo capitolo della stessa storia, scritto da autori diversi ma perfettamente collegato agli altri. Oggi questo sistema è comune, ma allora rappresentava una piccola rivoluzione. Byrne continuò a esplorare soprattutto la dimensione umana del protagonista. Clark Kent non era soltanto il giornalista del Daily Planet: aveva amici, genitori, colleghi e una vita privata credibile. Le scene ambientate nella redazione erano numerose quanto quelle dedicate ai combattimenti contro i supercriminali, e spesso risultavano altrettanto coinvolgenti. Naturalmente non mancavano gli avversari storici. Byrne rinnovò Metallo, Brainiac e Bizarro, cercando di renderli più pericolosi e meno caricaturali rispetto ad alcune interpretazioni del passato. Anche personaggi secondari come Maggie Sawyer, Dan Turpin e Bibbo Bibbowski contribuirono a dare maggiore spessore a Metropolis, che smetteva di essere un semplice sfondo per diventare una città viva. Tra le innovazioni più discusse vi fu la nuova origine di Supergirl. Byrne riteneva che Superman dovesse tornare a essere l’unico superstite di Krypton e si oppose quindi alla reintroduzione della cugina kryptoniana. Quando la DC decise comunque di riportare in scena Supergirl, lo fece in una forma completamente diversa: non una ragazza proveniente da Krypton, ma un essere mutaforma artificiale creato in un’altra dimensione. Era una soluzione che rifletteva il desiderio di rispettare la nuova filosofia del rilancio. Il successo editoriale, tuttavia, non eliminò i problemi dietro le quinte. Byrne aveva una personalità forte e difendeva con decisione le proprie idee. Non era raro che entrasse in contrasto con colleghi o responsabili editoriali quando riteneva che una decisione danneggiasse la coerenza del personaggio. Uno dei temi più delicati riguardava proprio l’universo DC nel suo complesso. Superman era stato ricostruito quasi da zero, ma molti altri personaggi conservavano ancora elementi della vecchia continuità. Far convivere queste due realtà non era sempre semplice. Ogni crossover richiedeva compromessi e talvolta costringeva Byrne a modificare programmi già stabiliti. Anche il rapporto con gli altri autori della “famiglia Superman” divenne progressivamente più complicato. Sebbene le varie serie fossero coordinate, ogni sceneggiatore aveva idee differenti sull’evoluzione del protagonista. Byrne preferiva mantenere un controllo molto stretto sull’intera linea editoriale, mentre la DC cercava di distribuire maggiormente le responsabilità. Nel frattempo le vendite rimanevano elevate, ma il clima interno si faceva sempre più teso. Byrne iniziò a sentirsi limitato da decisioni editoriali che, a suo giudizio, interferivano con il lavoro di pianificazione. Alcune sue proposte vennero accantonate, mentre altre furono modificate per adattarle alle esigenze dell’universo condiviso della DC. Nel 1988 arrivò la separazione. Byrne lasciò progressivamente tutte le testate di Superman dopo poco più di due anni. La notizia sorprese molti lettori, convinti che il rilancio fosse soltanto all’inizio. In realtà i rapporti con la casa editrice si erano deteriorati da tempo. L’autore, negli anni successivi, parlò più volte della sua esperienza, spiegando di aver avuto l’impressione che il controllo creativo sul personaggio gli fosse stato progressivamente sottratto. Dal canto suo, la DC riteneva necessario che Superman diventasse un progetto sempre più corale, affidato a un gruppo di sceneggiatori invece che a una sola personalità dominante. La sua uscita non cancellò però il lavoro svolto. Anzi, gran parte delle idee introdotte tra il 1986 e il 1988 continuò a definire Superman per molti anni. Gli autori successivi, da Roger Stern a Jerry Ordway, da Dan Jurgens a Louise Simonson, costruirono le proprie storie partendo proprio dalle fondamenta poste da Byrne. Il suo ciclo lasciò anche un’eredità più ampia. Dimostrò che un personaggio con quasi cinquant’anni di storia poteva essere profondamente rinnovato senza tradirne lo spirito. Molte delle grandi operazioni editoriali degli anni Novanta e Duemila, sia alla DC sia alla Marvel, presero esempio da quel rilancio: rispetto per il passato, ma nessun timore di eliminare ciò che non funzionava più. Ancora oggi il periodo di John Byrne su Superman divide gli appassionati. Alcuni rimpiangono la ricchezza e la fantasia della mitologia classica; altri considerano quel rilancio la migliore interpretazione moderna dell’Uomo d’Acciaio. Su un punto, però, quasi tutti concordano: senza il coraggio di Byrne, Superman difficilmente avrebbe affrontato con successo la fine degli anni Ottanta e il decennio successivo. (L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto creativo e redazionale per questo articolo). Navigazione articoli MINO MILANI, IL RIGORE NEL FUMETTO ZAKIMORT, LA MORTE BIONDA DEL FUMETTO NERO