Il 24 maggio 1915, l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale spacca la stampa, inaugurando una violenta battaglia verbale e politica. Se il
Corriere della Sera titola solennemente «L’Italia è in guerra», l’Avanti! socialista condanna la scelta denunciando il «nuovo macello di popoli». Il Popolo d’Italia di Mussolini, replica: «Il dado è tratto, bisogna vincere». In questo scontro ideologico, La Domenica del Corriere sceglie la via del conformismo. Le celebri copertine di Achille Beltrame, come quella con D’Annunzio che arringa la folla affacciato al Teatro Costanzi o quella con Vittorio Emanuele III, che sventola il tricolore dal Quirinale, servono a convincere gli italiani che la guerra sia una scelta condivisa e intrisa di valori patriottici.

Non passa nemmeno un mese e il 20 giugno 1915, il Corriere dei Piccoli dà alla luce Italino. Questo furbo ragazzino, creato dal grande Antonio Rubino, si inserisce nell’ampio filone di personaggi nati con un obiettivo propagandistico preciso: legittimare e normalizzare il conflitto agli occhi dei bambini. Questo strumento pedagogico non puntava a spiegare la complessità politica della Grande Guerra, ma a plasmare la mente dell’infanzia attraverso archetipi rassicuranti. Esso operava una drastica semplificazione etica, riducendo lo scontro a una contesa tra bene e male. Educando i piccoli lettori mediante un immaginario privo di sfumature, il fumetto celava il trauma per conquistare lo spirito dei bambini.

Il protagonista della prima storia è Maso, il padre di Italino, un contadino trentino che vive sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico. In questa prima storia Maso, compie un gesto di rottura radicale: diserta dall’esercito austriaco, fugge oltre il confine e si arruola volontario negli Alpini italiani. Attraverso questa scelta, Maso pone a perno della narrazione la questione dell’irredentismo. Rubino lo trasforma nel prototipo del “disertore patriota”, dimostrando ai piccoli lettori che la fedeltà all’identità patria e al sangue italiano supera qualsiasi dovere burocratico verso un sovrano straniero. La sua fuga legittima moralmente la guerra, elevando il tradimento verso l’Austria a supremo atto d’amore verso l’Italia.

Fisicamente caratterizzato dai vestiti tradizionali trentini e dal cappello piumato, Italino è l’incarnazione dell’innocenza patriottica che crede nell’identità culturale e nella libertà della propria terra. Invece di combattere con la violenza delle armi, Italino affronta la minaccia imperiale escogitando beffe ingegnose, prendendo in giro l’autorità nemica e usando l’astuzia tipica dell’infanzia. Italino affronta il soldato austriaco Otto usando scherzi ingegnosi, beffe e trappole domestiche. La sua guerra non è combattuta con le armi, ma con sberleffi costanti che ridicolizzano l’oppressore. Attraverso l’arguzia e il gioco, il bambino trasforma la resistenza militare in un trionfo morale dell’ingegno italico.

Otto Kartoffel è la nemesi perfetta di Italino, l’incarnazione grottesca dell’esercito austro-ungarico. Rubino lo disegna applicando gli stilemi classici della caricatura bellica: un corpo massiccio e goffo, baffoni spioventi e l’immancabile elmetto chiodato prussiano. Nelle sue azioni, Otto rappresenta la rigidità dell’autorità imperiale, ma è anch’egli privo di reale malvagità; è un soldato ottuso che subisce costantemente le beffe e le trappole dell’astuto bambino. Le sue offensive militari si sgonfiano davanti all’ingegno del piccolo contadino, trasformando l’invasore straniero in una figura comica e inoffensiva, utile a esorcizzare la paura del nemico agli occhi dei giovani lettori.


All’inizio, lo scontro tra Italino e Otto non ha i tratti di una guerra reale, ma assume la forma di una burla mitica: è il classico confronto tra Davide e Golia. Antonio Rubino mette in scena un’articolata allegoria transgenerazionale e psicologica in cui la giovinezza aggraziata e dinamica dell’italico virgulto sfida la vecchiaia massiccia e immobile dell’impero. Nelle vignette geometriche e dinamiche di Rubino si affrontano l’ottusità della disciplina militare rigida contro l’intelligenza nativa e flessibile del popolo. La violenza geopolitica si dissolve così in una commedia satirica, convincendo l’infanzia che la forza del nemico sia solo un’illusione goffa destinata a crollare davanti alla volontà e alla vivacità intellettuale dell’Italia.

Il 12 luglio 1916, l’impiccagione di Cesare Battisti al Castello del Buonconsiglio di Trento trasformò l’esecuzione in un martirio laico, catalizzando l’indignazione della stampa interventista e ridefinendo la comunicazione visiva del conflitto. L’eco fu enorme, il fatto rese il clima più cupo e maggiore la consapevolezza della guerra. La celebre copertina di Achille Beltrame per La Domenica del Corriere impresse il supplizio nell’immaginario collettivo. Battisti è ancora vivo e ha lo sguardo fiero, gli austriaci sono molti, ma sono moralmente piccoli; Battisti è solo, ma domina l’immagine. E’ la rappresentazione visiva di un martirio, e un martirio non è più un evento storico ma diventa un fatto morale.

Il 22 ottobre 1916, il trauma della morte di Cesare Battisti penetra persino nelle pagine del Corrierino, incupendo drasticamente i toni solari di Italino. La realtà documentata della forca di Trento spezza il filtro puramente burlesco delle prime storie. Antonio Rubino mette in scena una svolta narrativa potente: Italino interviene per salvare alcuni patrioti condannati all’impiccagione, distruggendo la struttura lignea del patibolo nemico. Il riferimento al recente martirio di Cesare Battisti è tanto evidente quanto sconvolgente per un pubblico di bambini. Lo scherzo infantile abdica così di fronte alla realtà del dramma e del sacrificio storico. Il fumetto per l’infanzia cessa di essere una bolla protetta, per aprirsi al triste quotidiano.

Nell’ottobre del 1917, la catastrofe militare di Caporetto coglie la stampa italiana di sorpresa, anche se  la censura di ferro imposta da Cadorna ne stravolge inizialmente il racconto. I quotidiani nazionali diffondono bollettini ufficiali che minimizzano la disfatta, scaricando colpevoli allusioni sulla presunta viltà e sulla diserzione dei reparti operativi. Parallelamente, La Domenica del Corriere affronta il dramma epocale sospendendo le rappresentazioni trionfali del periodo precedente. Di fronte a questa immane tragedia la spinta propagandistica rientra nei ranghi e si acquieta dando vita a illustrazioni sobrie che si appellano a una generale  concordia nazionale sul fronte del Piave.

I fatti di Caporetto decretarono il 2 dicembre 1917 la fine di Italino. Gli italiani dovevano fare i conti con l’invasione austro-tedesca del Veneto, la guerra non era più uno scherzo e quella rappresentazione burlesca diventa intollerabile. Antonio Rubino decise così di far uscire di scena il suo personaggio facendogli scrivere una toccante lettera d’addio ai lettori del Corrierino. Italino dichiarava di dover abbandonare le vignette domenicali per arruolarsi sul serio, poiché di fronte alla tragedia reale della patria l’astuzia dei monelli doveva cedere il passo al dovere dei soldati. Con questo congedo epistolare si consumava la definitiva perdita dell’innocenza di un’intera generazione.

I principali critici hanno da subito considerato Italino un sofisticato dispositivo di propaganda al servizio dell’interventismo e dell’irridentismo. Fabiana Loparco ed Edoardo Faeti ne hanno evidenziato il “patriottismo cromatico” e lo stile liberty-floreale, capaci di “addomesticare” il conflitto per i più piccoli. Claudio Bertieri ha collocato il monello trentino nel surreale “gran teatro” di Rubino, dove lo sberleffo cinetico esorcizzava la figura del nemico Otto. Infine, gli storici Juri Meda e Roberto Bianchi hanno interpretato la sua evoluzione e il brusco incupimento dopo il martirio di Battisti, come la testimonianza di un progressivo addomesticamento dell’infanzia, spezzato dall’irrompere della guerra reale.


(In questo articolo l’intelligenza artificiale è stata utilizzata per cercare corrispondenze tra la narrazione a fumetti e i fatti storici del periodo)
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