C’era odore di pollo e di purè in casa, quel giugno del 1970. Era l’odore della malattia. Quando avevo la febbre mia madre mi preparava sempre pollo e purè. Ero arrivato a pensare che quell’abbinamento avesse delle qualità terapeutiche. Pensavo che ti facesse scendere la febbre più in fretta o qualcosa del genere.

Beh, quel giorno ne avevo davvero bisogno, perché la febbre continuava a salire e le orecchie mi ronzavano come un televisore sintonizzato male. Sul mio letto erano sparse qua e là cose perdute dell’infanzia.

Dalla cucina proveniva il suono acciottolante che fanno i piatti, mentre la tv sembrava un rombo di tuono e mi faceva venire mal di testa. Nella mia stanza una luce strana illuminava le foto dei carri armati che avevo ritagliato da un  libro per incollarle su un pezzo di cartone.

 

 

Mia madre era scesa di sotto. Aveva detto “torno subito”. Io “subito” non ho mai capito quanto durasse. Senz’altro era meno di un’ora, forse anche di mezz’ora, probabilmente era una ventina di minuti. E infatti tornò dopo una ventina di minuti.

Aveva qualcosa in mano. Un giornalino. Lo appoggiò sul mio letto. “Almeno passi il tempo”, disse. Poi andò di là e accese la radio. C’era “La lontananza” di Domenico Modugno. Presi in mano il giornalino e gli lanciai un occhiata interessata: era un albo spillato, più alto dei Blek e dei Tex che ero solito leggere.

Era l’Uomo Ragno n. 5 dell’Editoriale Corno. Costava 200 lire, cifra nella media dell’epoca con la quale avrei potuto prenderci due gelati. Due strani soggetti dominavano la copertina, un losco figuro in armatura sullo sfondo e un tipo fighissimo che svolazzava appeso a un ragnatela in primo piano.

 


Della storia non capii un granché. Mi colpirono soprattutto i disegni. New York era come un quadro astratto, piena di rettangoli, finestre, e ponti sospesi sul fiume Hudson. E in mezzo a quel trionfo di geometrie c’era lui, l’arrampicamuri, che caracollava tra un palazzo e l’altro mentre io me ne stavo a letto con 39 di temperatura.

Senza rendermene conto presi l’albo e l’annusai, aveva un incredibile odore di inchiostro, tanto forte che mi dovetti guardare i polpastrelli per assicurarmi di non essermi macchiato le mani. 

Aprivo le pagine lentamente, indebolito dalla febbre, e le magie di Steve Ditko mi avvolsero all’istante: una metà del volto di Peter Parker diventava quello di Spider-Man ed emanava i raggi ondulati del senso di ragno, dove si erano mai viste cose simili?

Peter Parker non era un adulto come Superman e Batman, era un ragazzo un po’ curvo che portava gli occhiali e vestiva da vecchio. Si capiva subito che era uno sfigato, veniva bullizzato dai suoi compagni di classe e viveva con una vecchia zia, ma dove voleva andare?

Sembrava proprio uno di noi, con gli stessi problemi nostri. Solo che lui quando si rompeva le scatole poteva attraversare New York saltando da un grattacielo all’altro a colpi di ragnatela. E mi ci attaccai anch’io a quella ragnatela.

Fuori, in strada ruggivano i motorini truccati e si sentiva il rumore di un vecchio pallone di cuoio sgonfiato che alcuni ragazzi stavano prendendo a calci. Dentro la mia camera io cercavo di schivare le bombe del Dottor Destino.

 

 

Mi aggrappavo ai pennoni delle bandiere, saltavo sulle passerelle del molo e passavo accanto ai camini, agli idranti e ai boccaporti che riempivano le vignette di Ditko. Ditko disegnava strano, ma io lo capivo e riuscivo a individuare un senso in mezzo a tutta quella follia.

Dikto non faceva altro che riprodurre New York come effettivamente era (forse) ma lo faceva in un modo tutto suo e quello che ne saltava fuori a me pareva una specie di mondo incantato dove era bellissimo perdersi.

Poi c’erano le battute di Spidey che mi tenevano allegro (ma come fa uno a essere così spiritoso mentre stanno cercando di fargli la pelle?). Allora non lo sapevo ma stavo provando il Sense of Wonder, quell’emozione intensa e complessa che combina meraviglia, stupore, timore e reverenza.

 


A un certo punto c’era una vignetta dove Spidey si infila a testa in giù in un angusto condotto dell’aria per penetrare nel covo di Destino. Mi ci soffermai per cinque minuti buoni.  Ma quanto coraggio bisognava avere per fare una cosa del genere? Pensare che io avevo ancora paura del buio e dei temporali. Fu quel giorno che decisi che dovevo crescere più in fretta e diventare coraggioso come Spider-M
an.

L’albo lo lessi due volte. Una dopo l’altra. La prima velocemente, per sapere se Spidey ce l’avrebbe fatta, se avrebbe detto la frase giusta, se sarebbe riuscito a saltare da un grattacielo all’altro senza cadere. La seconda molto più lentamente, soffermandomi sulle linee cinetiche, sugli sfondi quasi astratti, sui rossi e sui blu che riempivano le pagine.

 

 

Nel pomeriggio, l’aria diventò fresca e luminosa. Dal mio balcone potevo vedere i ciliegi carichi di frutti e le nuvole silenziose strette tra le chiazze cobalto del cielo. La febbre era scesa ma io continuavo a stringere quell’albo tra le dita. Il solo contatto con quelle pagine mi rendeva euforico.

Dall’alto osservavo la mia via che si trasformava in Fifth Avenue, le case basse che diventavano grattacieli e la scuola il quartier generale del Dottor Destino. Quella notte sognai di camminare sul soffitto della mia camera, scalzo, senza fare il minimo rumore, e quando mi sarei tolto la maschera come ci sarebbero rimasti i miei amici! 

La mattina dopo, prima di andare a scuola, mi affacciai di nuovo al balcone. Mamma era vicino a me ma non le dissi grazie, ero troppo perso nei miei sogni per farlo. Glielo dico ora mentre scrivo queste righe e ancora sogno.

 

 

Un pensiero su “IL MIO PRIMO INCONTRO CON L’UOMO RAGNO”
  1. Anche per me questo albo fu il mio primo incontro con i fumetti Marvel. Ricordo ancora quando sono arrivato a casa con quel fumetto che mi aveva attirato in edicola e col quale avevo speso tutta la mia paghetta. Avevo finito le fasi Monello Jet e poi Corriere dei Piccoli che non mi piacevano più come erano impostati e stavo cercando dei nuovi fumetti ma appena arrivato a casa, in cortile, c’era un mio zio che mi ha subito criticato per quella spesa che lui riteneva eccessiva. Mi ricordo che l’ho letto e mi era piaciuto tantissimo ma poi non ho avuto il coraggio di proseguirne l’acquisto. Solo un anno dopo, quando mio fratello, per calmarlo dal dentista, è arrivato a casa con il primo numero dei Fantastici Quattro mi sono reimmerso nel mondo Marvel-Corno. Ho acquistato il primo numero di Thor, ho trovato un Uomo Ragno nei suo periodo d’oro e Devil, disegnato divinamente da Colan. Non ho più perso un numero fino alla fine degli anni 70, quando, all’università, mi vergognavo a farmi vedere con quei giornalini per bambini…

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