I Marvel Studios hanno recentemente riconfermato, anche per le loro produzioni, il cast della serie Daredevil, prodotta in precedenza da Netflix. Charlie Cox, Vincent D’Onofrio e soci entrano a far parte dell’MCU ufficialmente. Questo include anche la nuovissima versione del Punitore – o Punisher, lasciato in originale – interpretato da Jon Bernthal, che aggiudicandosi questo ruolo ha visto finalmente la carriera decollare. Bernthal nei panni di Frank Castle esordisce nella seconda stagione di Daredevil uscita nel 2016, ed è subito diventato il beniamino dei fan, tanto che in seguito ha realizzato anche una sua serie da solista nel 2019. Recentemente è tornato a far parlare di sé per il breve film One Last Kill, pubblicato recentemente su Disney Plus. Il talento e il carisma dell’attore, e la passione che ci ha messo nell’interpretare il personaggio sono sicuramente elementi positivi; non mettiamo in discussione che il suo Frank Castle possa piacere al pubblico, ma in questo articolo andremo ad analizzare come il Punisher MCU non è affatto come il Punitore dei fumetti, di come i due siano personaggi completamente differenti. IL PUNISHER DELLA TV Il Frank Castle della tv è anch’esso un reduce del conflitto in Afghanistan, e come la sua controparte cartacea ha perso la famiglia durante un conflitto a fuoco tra due gang di criminali. Questo ha spinto l’ex marine a intraprendere una crociata personale contro il crimine organizzato, in cui mette in pratica tutto il suo addestramento militare. Le basi sono dunque le stesse del fumetto originale. Le differenze emergono nella caratterizzazione. Questo Punisher è ancora fresco di tragedia, e il dolore per la perdita subita è ancora forte in lui. Spesso durante le sue azioni di guerriglia si ripete, a mo’ di mantra, la frase “un pezzo, due pezzi, penny e decino” che in seguito scopriremo essere il titolo del libro che leggeva a sua figlia prima di metterla a letto. Appare chiaro fin da subito che il personaggio ha ancora uno stress post-traumatico, lo si evince chiaramente dalla scena del processo – in cui viene difeso dallo studio Nelson & Murdock, ovviamente. Il suo rapporto con Devil, che al contrario di lui crede nel sistema legale e nella giustizia, è piuttosto fedele ai comics originali ma il Punisher di Bernthal è più energico e rabbioso, spesso viene preso da una sorta di “modalità berserker” o di furia cieca in cui compie stragi urlando come in preda all’isteria, in una follia omicida che ricorda più un furore alla Wolverine e non il metodico stile di Castle. Nel recente One Last Kill abbiamo visto come ancora si rechi sulla tomba di famiglia in preda alle lacrime e alla disperazione, contemplando anche l’ipotesi di suicidarsi, in alcune scene strazianti che ricordano il personaggio di Martin Riggs, interpretato da Mel Gibson nel film Arma Letale. È palese dunque come il Frank Castle di Bernthal non abbia ancora superato il lutto. Inoltre in alcune scene lo abbiamo visto avere delle visioni di ex commilitoni morti e di Karen Page, come a volerci segnalare che il suo stato mentale non è affatto lucido. C’è da dire che, facendo parte di uno show televisivo, il protagonista per forza di cose deve interagire di più con gli altri personaggi, avere dei dialoghi ed essere più loquace rispetto alla controparte cartacea che, come andremo a vedere, è decisamente più taciturna; come dicevamo, potrebbe mantenere una caratterizzazione più coerente e invece si è preferito evidenziare l’aspetto emotivo. Un Punitore dunque disturbato emotivamente, ancora sotto shock, non completamente lucido e spesso preda di raptus omicidi, caratteristiche che lo hanno fatto premiare dal pubblico, ma che non c’entrano nulla con il Punitore del fumetto. IL PUNITORE A FUMETTI Chi legge comics sa bene come il vero Punitore sia altra cosa. Figlio degli anni ’70, il Punitore fumettistico è un personaggio decisamente più misterioso e duro. Fin dalla prima apparizione sulle pagine di Amazing Spider-Man n. 129 nel 1974 ci viene presentato come un personaggio coriaceo, freddo, implacabile, determinato. Nelle primissime sue apparizioni come guest-star sulla serie dell’Uomo Ragno firmate da Gerry Conway, ci viene mostrato come il Punitore agisca da solo, venendo caratterizzato dal suo “Diario di guerra” dove, tramite monologhi, ci veniva spiegato quale fosse il suo pensiero, i suoi piani e come intendesse agire. Uno stile che oggi va per la maggiore, divulgato da Frank Miller nei suoi lavori negli anni 80 ma che all’epoca piuttosto inusuale per un fumetto. Era un personaggio decisamente solitario, sebbene non esente da team-up con eroi “dal cuore tenero”, come li definisce lui, ma soprattutto misterioso. All’inizio non ci viene detto molto sulle sue origini, sappiamo solo che è un reduce del Vietnam e che conduce una lotta privata contro la criminalità organizzata. Soltanto a un anno dalla sua prima apparizione, nel 1975, ci viene rivelata l’uccisione della sua famiglia durante un confronto tra mafiosi a Central Park, che lo ha spinto a intraprendere la sua crociata. Dunque la versione fumettistica, rispetto a quella televisiva, ha già superato il momento del lutto e del dolore straziante. Nei fumetti di metà anni ’90 – primi ’90, al Punitore era stato affiancato un hacker di mezz’età chiamato “Microchip” che oltre a dargli supporto tecnico nella sua guerra, forniva la possibilità di dialogo per dare spiegazioni ai lettori su quanto i due stavano pianificando, ma anche questo stratagemma è finito, quando gli autori hanno preferivo caratterizzare il nostro anti-eroe riprendendo i lunghi monologhi interiori all’interno delle didascalie. Questa trovata può sembrare “scomoda” da riportare su uno schermo, ma non sarebbe così inusuale: moltissimi film sono caratterizzati dalla narrazione esterna, citiamo come esempio il film “Memento” di C. Nolan, che ben si presterebbe come modello per una serie televisiva da solista per il nostro Frank Castle. Il Frank Castle dei fumetti è senza dubbio letale, ed è un omicida senza pentimento, ma rispetto alla versione televisiva è decisamente meno brutale e furioso: applica la sua follia omicida con metodica freddezza, uccidendo quasi senza assumere espressioni, apparentemente privo di umanità. LA VERSIONE MARVEL MAX Un altro punto di divergenza tra le due versione del personaggio sta nell’assenza, dovuta per motivi cronologici, di un altro elemento caratteristico: il Vietnam. Il vero Frank Castle è un reduce di quel tragico conflitto, cosa che per decenni lo ha definito, ma che oggi è un elemento anacronistico. I personaggi dei fumetti agiscono sempre “in tempo reale” e dunque certi elementi che definiscono lo scorrere degli anni tendono a venire ignorati. Per questo motivo, il Frank Castle del 2026 che agisce con Daredevil o l’Uomo Ragno viene presentato come “un ex marine” finemente addestrato, senza concentrarsi troppo sui suoi trascorsi in guerra. Nella versione di Jon Bernthal è un reduce, ma del conflitto in Afghanistan per i motivi di cui sopra, ma tuttavia la cosa toglie potenza alla sua caratterizzazione. Questo è successo perché oggi l’opinione pubblica americana ha un maggiore rispetto e cura dei suoi reduci, rispetto a quanto accadeva negli anni ’70. È pur sempre vero che chi torna dalla guerra soffre di crisi dovute allo stress post traumatico ma oggi ci sono parecchie strutture pronte a fornire supporto piscologico, e più in generale il paese ha rispetto per i propri soldati, distinguendo il loro operato dalle scelte dei politici. Negli anni ’70 per i reduci del Vietnam non era affatto così. Come sa bene chi ha visto il film “Rambo” con Sylvester Stallone (ne abbiamo parlato qui) i reduci del Vietnam sono stati accolti tra insulti e proteste al loro rientro, sono stati discriminati ed emarginati dalla società. Faticavano a trovare lavoro e a reintegrarsi nella società, e i loro disturbi psicologi non erano curati o supportati a dovere. Questo ha trasformato il reduce del Vietnam in uno sociopatico solitario, figura che ben si sposa con quella di Frank Castle, ancor più nella versione Marvel Max ideata e scritta da Garth Ennis prima e ben delineata in seguito da Jason Aaron. In questa linea per adulti pubblicata nella prima decade degli anni 2000, il Punitore veniva ancora descritto come un veterano del Vietnam, seppur invecchiato in tempo reale; un solido 60enne che nonostante i primi scricchiolii dovuti all’avanzare dell’età continua la sua guerra al crimine da circa trent’anni. Ennis nella miniserie Born del 2003 disegnata da Darick Robertson ci descrive come Frank Castle abbia preso gusto a uccidere durante la sua permanenza in Vietnam, desiderando di voler rimanere lì e che la guerra non termini mai, arrivando persino a uccidere un suo superiore che voleva far abbandonare la base e far rimpatriare i soldati di permanenza lì o uccidendo un suo commilitone colpevole di aver stuprato una donna vietnamita. Il raptus omicida si impadronisce definitivamente di lui quando la base viene attaccata da un gruppo di Vietcong e lui è l’unico sopravvissuto in mezzo a quell’inferno, avendo potuto dare sfogo a tutta la sua voglia di uccidere. Aaron definisce ancora meglio questa sua caratteristica descrivendo per la prima volta il rientro a casa di Frank dopo il conflitto, su disegni del compianto Steve Dillon. Il nostro Frank cerca in tutti i modi di adattarsi alla vita da civile, non riuscendoci. È anaffettivo e distante con moglie e figli, non ha amici e il lavoro in un mattatoio lo deprime. Cerca in tutti i modi di reprimere il desiderio di uccidere che aveva in Vietnam e che lo faceva sentire appagato. È apatico e completamente distaccato da tutto, fino ad arrivare a prendere la decisione di lasciare la sua famiglia e andarsene. Decide di comunicare la cosa alla moglie durante un picnic a Central Park, cosa che come sappiamo porterà i suoi famigliari a venire uccisi. Questa tragedia è il motore scatenante che lo spingerà ad abbracciare il suo lato oscuro e ha intraprendere la sua carriera da vigilante. Dunque il Punisher Max è un assassino sociopatico traumatizzato dall’esperienza in Vietnam, mentre il Punisher MCU, seppur segnato dai trascorsi di guerra, è piuttosto spinto dal desiderio di vendicare la famiglia uccisa di cui sente ancora la perdita. Il primo quasi del tutto privo di empatia, metodico e ossessionato mentre il secondo risulta essere più impulsivo e emotivamente instabile. Questo “nuovo” Frank Castle apparirà anche nel film dell’Uomo Ragno prossimamente al cinema, Spider-Man: Brand New Day. Navigazione articoli 7 FILM SUL VIETNAM CHE HANNO SEGNATO L’IMMAGINARIO SPAZIO 1999 ERA PER METÀ ITALIANO