Ville isolate, cantine murate, bambini che parlano con i morti e agenti immobiliari sorprendentemente vaghi. Nell’horror il problema non è trovare casa. È capire perché nessun altro la voleva. Cerco casa. E la cerchi proprio qui? C’è una regola non scritta del cinema horror che nessun personaggio sembra conoscere: se una casa costa sorprendentemente poco, c’è un motivo. Non necessariamente un buon motivo. Può darsi che il tetto sia da rifare. Che l’impianto elettrico non sia a norma. Che la zona sia poco servita. Oppure che nel 1897 un’intera famiglia sia scomparsa nella cantina durante una seduta spiritica e che, da allora, ogni nuovo proprietario senta una bambina cantare dietro i muri alle tre e tredici del mattino. Sono dettagli. L’agente immobiliare, in ogni caso, preferirà concentrarsi sull’esposizione a sud. Il cinema horror ha sempre avuto un rapporto complicato con il mattone. Ville isolate, castelli ereditati, appartamenti troppo economici, motel fuori mano, fattorie raggiungibili soltanto percorrendo venti chilometri di strada sterrata: da più di un secolo il genere ci insegna che il vero pericolo non è il mostro, ma firmare senza leggere bene la documentazione. Eppure, i personaggi continuano a cascarci. Arrivano davanti a una casa enorme, circondata da alberi morti, con sette camini, ventidue finestre e un’altalena che si muove da sola in assenza di vento. La guardano. Sorridono. «È perfetta.» No. Non lo è. Il prezzo è incredibile. Ecco, appunto… La famiglia horror tipica ha quasi sempre bisogno di ricominciare. Il padre ha perso il lavoro. La madre sta scrivendo un libro. Il matrimonio attraversa un momento difficile. Uno dei figli non parla più dopo un trauma che verrà spiegato al minuto quarantasette. Il cane fissa gli angoli vuoti. Serve un cambiamento. E quale modo migliore per ricostruire la propria vita se non trasferirsi in una casa vittoriana di quattrocento metri quadrati, isolata nel bosco, acquistata al prezzo di un bilocale senza ascensore? Nessuno si insospettisce. «Non posso credere che costasse così poco.» Guarda, nemmeno noi. Ma per ragioni diverse. Nella vita reale, se un immobile viene venduto al quaranta per cento del prezzo di mercato, un adulto ragionevole si pone delle domande. Ci sono abusi edilizi? Il terreno è contaminato? Passerà un’autostrada in salotto? Il vicino alleva pavoni? Nel cinema horror no. Il protagonista interpreta il prezzo basso come un segno del destino. Finalmente un po’ di fortuna. La casa ha bisogno di qualche lavoro, certo. Le pareti trasudano. Il seminterrato non compare nella planimetria. Una porta è stata murata dall’interno. Nel giardino c’è una lapide senza nome. Ma la cucina è spaziosa. Signore e signori, ecco a voi, l’agente immobiliare Figura tragica e sottovalutata del genere, compare all’inizio con un mazzo di chiavi e un sorriso professionale, deciso a non fornire spontaneamente nessuna informazione che possa compromettere la provvigione. «La casa ha una storia interessante.» Questa frase, in un horror, dovrebbe produrre lo stesso effetto di una sirena antiaerea. Interessante come? È appartenuta a un poeta? Ci ha dormito Shakespeare? Oppure nel 1963 un uomo ha murato la famiglia in soffitta e poi ha continuato a vivere da solo fingendo che fossero partiti per il mare? L’agente sorride. «I proprietari precedenti erano persone molto riservate.» Naturalmente. Adesso, comunque, sono sotto il gazebo. La cantina e la soffitta non sono mai semplici ripostigli Ogni casa horror possiede una zona che nessuna persona ragionevole dovrebbe visitare. Di solito è la cantina. La cantina cinematografica non contiene mai ciò che contiene una cantina normale: vecchie sedie, bottiglie dimenticate, scatole di addobbi natalizi, una cyclette comprata nel 2008 e utilizzata tre volte (forse due… una? Vabbè, quello che è). No. Contiene un pozzo. Una porta. Un altare. Una collezione di fotografie in cui compare sempre la stessa bambina dal 1912 fino al mese scorso. E naturalmente il protagonista scende. Ha sentito un rumore. Potrebbe chiamare qualcuno. Potrebbe accendere tutte le luci. Potrebbe uscire di casa e aspettare la polizia in un bar aperto ventiquattr’ore. Invece prende una torcia. Una torcia che funziona male (ricordate? No? Ok, (ri)leggete qui). Le torce dell’horror sono prodotte evidentemente da un’unica azienda specializzata in batterie che si esauriscono quando appare il demonio. Il protagonista scende lentamente. «C’è qualcuno?» È una domanda straordinaria. Perché se non c’è nessuno, nessuno risponderà. Se c’è qualcuno, il problema resta. Anzi, è proprio quello IL problema. E se dalla parte più buia della cantina una voce dice «sì», la serata ha appena preso una direzione che nessun contratto di assicurazione copre. La soffitta non è migliore. Le soffitte horror contengono bambole, bauli, filmini Super 8, specchi coperti da lenzuoli e oggetti che il precedente proprietario ha evidentemente ritenuto troppo pericolosi per essere distrutti ma perfettamente accettabili per essere lasciati ai futuri acquirenti. «Non aprire.» C’è scritto sul baule. Il protagonista lo apre. Bisogna riconoscere che, in certi casi, il mercato immobiliare seleziona da solo le proprie vittime. La stanza che non era nella planimetria Prima o poi, durante i lavori di ristrutturazione, qualcuno scopre uno spazio segreto. Succede con una frequenza sorprendente, soprattutto considerando che queste case sono state visitate, vendute, acquistate, periziate e presumibilmente misurate da almeno un professionista. Un operaio bussa su una parete. Suona vuota. Il proprietario si avvicina. «Strano.» Sì, molto. Soprattutto per il catasto. Dietro il muro compare una porta. Oppure un corridoio. Oppure una stanza perfettamente conservata che non figura in nessun documento e contiene un letto da bambino, un cavallo a dondolo e disegni eseguiti con qualcosa che speriamo sia tempera (sperare non fa mai male…). A questo punto una persona normale chiamerebbe un geometra. Nel cinema horror si entra. Senza protezioni. Senza controllare la stabilità. Senza chiedersi perché qualcuno abbia speso tempo, mattoni e denaro per nascondere una stanza intera dietro un muro. Il concetto di abuso edilizio, evidentemente, impallidisce davanti alla curiosità (e questo, in effetti, ci può anche stare). Eppure, la stanza segreta è forse il più sincero di tutti gli elementi immobiliari dell’horror. Perché dichiara apertamente ciò che la casa infestata cerca di dirci fin dall’inizio: non conosci davvero il luogo in cui vivi. Hai comprato metri quadrati che non hai misurato. Hai firmato carte che non hai letto. Hai accettato la parola di un uomo che ha definito «caratteristico» un corridoio dove la temperatura scende di dodici gradi senza motivo. E adesso hai una camera in più. Il fantasma, in fondo, è solo un problema di trasparenza contrattuale. I vicini. Sanno tutto, ma non dicono niente Poi ci sono i vicini. I vicini delle case horror conoscono sempre la storia completa. Sanno chi è morto. Sanno dove. Sanno perché. Sanno che ogni famiglia trasferitasi nella casa dal 1924 ha abbandonato l’immobile entro sei mesi, tranne una, la prima, che non è mai stata ritrovata. Ma quando arrivano i nuovi proprietari, tacciono. Al massimo osservano da dietro una tenda. Il primo incontro avviene spesso al supermercato o davanti alla cassetta della posta. «Oh, buongiorno. Siete i nuovi inquilini della vecchia casa dei Miller?» «Sì.» Silenzio. «Perché?» «No, niente.» E se ne vanno… Niente? Hai appena riconosciuto un indirizzo dalla faccia di una persona e la tua unica reazione è «niente»? Qualche giorno dopo, quando il bambino comincia a parlare con una donna invisibile chiamata Margaret, il vicino finalmente decide di raccontare qualcosa. «Pensavo lo sapeste.» Certo. Era sicuramente nell’annuncio: “Villa indipendente, quattro camere, doppi servizi, ampio giardino, presenza intermittente di Margaret.” I vicini dell’horror sono una comunità moralmente discutibile. Assistono all’arrivo di famiglie ignare con la stessa partecipazione con cui si guarda qualcuno parcheggiare sotto un cartello di rimozione forzata. Potrebbero intervenire. Ma preferiscono aspettare. Forse per prudenza. Forse per paura. O forse perché sperano che, con nuovi proprietari nella casa maledetta, il demone smetta finalmente di occuparsi del resto del quartiere. Una strategia condominiale comprensibile, anche se non proprio elegante. Il castello. Quando il problema è l’eredità Naturalmente non tutte le disgrazie immobiliari si acquistano. Alcune arrivano gratis. Un giovane riceve una lettera. Un lontano zio è morto e gli ha lasciato un castello. In un altro Paese, anzi, ancora meglio, in un altro continente. Il giovane è sorpreso. Non sapeva nemmeno di averlo, quello zio. Questo, già da solo, dovrebbe suggerire cautela. Ma parte. Il castello si trova oltre un villaggio i cui abitanti smettono di parlare quando sentono il cognome del nuovo proprietario. «Devo raggiungere il castello di (nome evocativo a caso).» Silenzio. Un bicchiere cade. Una vecchia si fa il segno della croce. L’oste dice: «Nessuno va lassù dopo il tramonto.» Il protagonista controlla l’orologio. Sono le sette meno cinque. «Farò in tempo.» No. Non farai in tempo. Il castello gotico rappresenta la forma più estrema del problema immobiliare: un patrimonio enorme, ingestibile e gravato da costi di manutenzione che nessun fantasma sembra disposto a condividere. Tetti da rifare. Torri non isolate. Centinaia di finestre, di cui almeno la metà rotte o dissestate. Riscaldamento inesistente. Passaggi segreti non accatastati. Cripte. Una servitù composta da un unico uomo anziano che appare senza fare rumore e conosce dettagli inquietanti sulla famiglia. A pensarci bene, il mostro potrebbe essere semplicemente un proprietario esasperato dall’IMU. L’hotel isolato che cerca personale Il castello è il problema di chi eredita, l’hotel è il problema di chi accetta un lavoro senza leggere le recensioni. È enorme. È lontano da tutto. Ha una storia di violenza. Chiude per mesi. E cerca un custode. Il candidato arriva con la famiglia. Gli spiegano che l’isolamento può produrre conseguenze psicologiche. Gli raccontano che un precedente custode ha avuto qualche problema. «Che tipo di problema?» «Ha ucciso la famiglia.» Il candidato riflette. «Ok, quando comincio?» Qui il genere raggiunge una delle sue vette immobiliari. Perché non si tratta più di acquistare male. Si tratta di accettare un lavoro residenziale dopo che il colloquio ha incluso la frase «il suo predecessore ha sterminato moglie e figlie». In qualsiasi altro settore sarebbe un segnale negativo. Nell’horror è onboarding. Naturalmente Shining ha reso l’albergo isolato il paradigma definitivo del luogo che non si limita a ospitare le persone, ma le studia, le assorbe e, possibilmente, le conserva. L’Overlook Hotel non è semplicemente infestato, è una struttura ricettiva con un problema evidente di gestione, trasparenza e recensioni non verificate: “Posizione suggestiva. Personale assente. Ascensori problematici. Pista ciclabile per bambini. Quattro stelle.” Eppure, l’idea continua a funzionare perché un albergo vuoto e isolato è, in fondo, una casa moltiplicata. Troppe stanze. Troppi corridoi. Troppe porte dietro cui potrebbe esserci qualcosa. Segnale cellulare assente (naturalmente) e nessun vicino a cui chiedere aiuto (ma tanto chi glielo chiede?). Il motel. Economico, comodo e ultimo errore Se la villa infestata è per il ceto medio, il castello per chi eredita e l’hotel per chi lavora, il motel è la tragedia di chi voleva soltanto risparmiare venti euro (o dollari, o fate voi…). Il viaggiatore è stanco. Piove. La strada principale è chiusa. Il navigatore non prende. Compare un’insegna al neon lampeggiante. Vacancy A questo punto il cinema horror ha già fornito abbastanza informazioni per dormire in macchina (ma non proprio li e neanche nelle vicinanze di una palude). Il protagonista entra. Alla reception c’è un uomo gentile, ma non troppo. «Siamo quasi vuoti.» Naturalmente. «Le do la stanza sei.» Perché proprio la sei? Non importa. Il motel horror possiede sempre camere disponibili, parcheggio gratuito e una politica estremamente elastica sulla privacy degli ospiti. Le pareti sono sottili. Le serrature decorative. Il proprietario vive a pochi metri. Psycho ha reso immortale questa particolare forma di precarietà immobiliare: il luogo di passaggio che diventa definitivo. Il motel è inquietante proprio perché nessuno lo considera casa. Non conosci i rumori. Non sai chi abbia dormito nel letto prima di te (e se hanno cambiato le lenzuola). Non sai se quella porta comunichi con un’altra stanza o se è bloccata. E soprattutto non hai mai visto il proprietario abbastanza a lungo da capire se il rapporto con sua madre sia sano. Il bambino ha un amico immaginario. Vendere subito Ma esiste un momento preciso in cui ogni famiglia horror dovrebbe mettere la casa sul mercato. Non quando si sentono rumori. Non quando le luci lampeggiano. Non quando il cane rifiuta di entrare in una stanza. Quello è già preoccupante, ma possiamo ancora discuterne. Il momento decisivo è quando il bambino annuncia di avere un nuovo amico. «Si chiama Thomas.» Chi è Thomas? «Vive qui.» Vendere. Non domani. Non dopo aver consultato un medium. Vendere. Subito.<br< I bambini dell’horror possiedono una capacità straordinaria di accettare l’inaccettabile. Parlano con figure invisibili, disegnano uomini senza occhi, conoscono dettagli su persone morte cent’anni prima. I genitori reagiscono con una serenità sorprendente. «Ha molta fantasia.» No. Ha appena disegnato l’ex proprietario impiccato nel fienile, compresa una cicatrice che non compare nelle fotografie pubbliche. Forse la fantasia non è la prima ipotesi. Ma la famiglia resta. Perché ha investito tutti i risparmi. Ed eccoci al vero motore dell’horror immobiliare: il mutuo. Il fantasma può sbattere le porte. Il demone può scrivere sul muro. La bambina morta può comparire nello specchio. Ma il protagonista ha acceso un finanziamento trentennale. E da quello non si scappa così facilmente. Che il vero orrore sia il rogito? Alla fine, il cinema horror ci ha insegnato molte cose. Non leggere formule latine ad alta voce. Non separarsi nel bosco. Non dire «torno subito» (questo non si fa mai, mai, e poi mai!). Non accettare passaggi da sconosciuti. E soprattutto non comprare immobili con un passato interessante. Perché il mostro, quasi sempre, ha problemi immobiliari. Il vampiro vive in un castello enorme che nessuno riesce a vendere. Il fantasma è legato a una casa da questioni irrisolte. Il serial killer conosce meglio di voi la planimetria. La creatura abita nel seminterrato senza contratto. Il demone occupa una stanza che non figura al catasto. Perfino gli zombi, appena possono, entrano nei centri commerciali (e per loro lo shopping siete voi). Forse non è un caso. L’horror ha capito da tempo che poche cose sono inquietanti quanto il luogo in cui dovremmo sentirci al sicuro. Una casa è denaro, memoria, famiglia, protezione. È il posto dove chiudiamo la porta convinti di avere lasciato fuori il resto del mondo. Poi sentiamo un rumore al piano di sopra. Viviamo da soli. E improvvisamente tutta la teoria della proprietà privata mostra qualche crepa. A quel punto, nei film, il protagonista prende una torcia e sale a controllare. Noi possiamo soltanto sperare di essere più intelligenti. Accendere tutte le luci. Uscire. Chiamare qualcuno (possibilmente stando già in un altro comune). E il mattino dopo contattare un agente immobiliare. Che arriverà puntuale, guarderà le pareti, ignorerà le scritte di sangue e sorridendo dirà: «Certo, ha bisogno di qualche lavoro. Ma con una buona ristrutturazione può diventare davvero interessante.» Ed è così che ricomincia tutto. (Articolo privo di pubblicità perché così ha deciso il webmaster). Navigazione articoli SEQUENZE SIMILI NEI FILM DI HAWKS E KUBRICK