Mostro di Firenze

 

La serie televisiva Il Mostro di Stefano Sollima, disponibile su Netflix a partire dal 22 ottobre 2025, ha riscosso un grande successo di pubblico nella prima settimana di diffusione, risultando al primo posto tra i titoli più visti a livello internazionale. Un seguito così ampio è inevitabilmente legato al clamore della vicenda narrata, quella del Mostro di Firenze, che ha lasciato un’impronta profonda nell’immaginario collettivo. Una storia tanto complessa e piena di sfaccettature da far venire in mente un dado: lo si lancia e si osserva quale numero esce.

La prima faccia è d’obbligo: la ricostruzione storica. Il Mostro di Firenze è un caso reale di cronaca nera. Una vicenda drammatica, nella quale tra il 1968 e il 1985 hanno perso la vita ben sedici persone: otto coppiette “colpevoli” di aver commesso la leggerezza di appartarsi in luoghi pubblici. Al rispetto per la loro morte e per il dolore delle famiglie coinvolte va il nostro pensiero prima di proseguire con l’analisi.

La seconda faccia del dado è l’elemento narrativo, fiabesco, gotico che questa vicenda porta con sè. Il Mostro di Firenze è come Jack lo Squartatore, ormai entrato nella letteratura inglese. Un giustiziere – o una banda di giustizieri – che ammazza le persone che trova appartate: di notte, come l’Uomo Nero; magari con la luna piena, come un Lupo Mannaro. E nei boschi, poi. Quelli che da sempre popolano fiabe e letteratura: nel bosco Biancaneve fugge e trova la casetta dei sette nani; per il bosco deve passare Cappuccetto Rosso per andare dalla nonna; in un fitto bosco è condannata la Bella Addormentata a riposare per cento anni.

Dante smarrisce la “retta via” e si ritrova in una selva oscura; vicino a un bosco va ad abitare Hester Prynne, emarginata sociale costretta a portare sul petto la A in memoria dell’adulterio commesso. Il bosco è simbolo di mistero, di natura selvaggia, di tentazione, di peccato. A meno che non si tratti – com’è accaduto tra le varie vittime – di turisti in gita o in campeggio fuori porta, le coppiette che si appartano nel bosco lo fanno per trovare riparo dagli occhi indiscreti.

La terza faccia è l’elemento bucolico di chi sarebbe – secondo le cronache – il Mostro di Firenze. Pietro Pacciani, detto Vampa, di professione “lavoratore della terra agricola”, nel 1951 aveva sorpreso, sempre in un bosco, la sua fidanzata di allora in atteggiamenti intimi con il cenciaiolo Severino Bonini. Ne era seguito uno scontro e Pacciani aveva ucciso Bonini risparmiando la fidanzata.

Il dramma venne raccontato in versi dal cantastorie locale Giubba, in una ballata intitolata Delitto a Tassinaia di Vicchio. Forse Fenoglio avrebbe potuto ribattezzarla Una questione privata, in virtù del passato di Pacciani trascorso tra le fila dei partigiani. Oppure un altro titolo possibile potrebbe essere Non c’è pace tra gli ulivi, dal nome del film con Lucia Bosè e Raf Vallone, uscito in quegli anni e anch’esso incentrato su drammi di campagna.

La quarta faccia è l’elemento quasi farsesco a cui si prestano le figure di Pacciani e del suo compare Vanni nei processi a loro dedicati. Oggi diluviano i clic e i meme su Pacciani che, durante il processo e con l’onta di una precedente condanna per violenza sulle proprie figlie, non trova di meglio che recitare poesie da lui composte prima di essere interrotto perché “siamo davanti alla Corte d’Assise e lei è imputato di sedici omicidi”.

Anche Vanni ha la sua popolarità, in quanto “compagni di merende” non si riferisce a Yoghi e Bubu ma è a tutti gli effetti una frase d’autore del portalettere di San Casciano. La coppia Vanni – Pacciani a processo sembra quasi quella di Stanlio e Ollio e, se aggiungiamo che Pacciani passava per comunista mentre Vanni sembrava un nostalgico del Ventennio, ci rendiamo conto di come non esistano limiti alle larghe intese. Il resto della popolarità online è dovuto ad altri testimoni comparsi nel processo, al proverbiale vernacolo toscano di tutti i personaggi e a espressioni sboccate o altre trivialità che – per restare nei paraggi – ben si addirebbero alla rivista satirica livornese Il Vernacoliere.

La quinta faccia è una versione alternativa a quella che sostiene la colpevolezza di Pacciani e Vanni: la cosiddetta pista sarda. Immaginare, cioè, che il Mostro di Firenze vada cercato dietro il movente del primo duplice omicidio, quello del 1968, in cui vennero uccisi Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, entrambi coniugati e con famiglia. È intorno alla pista sarda che ruota la prima stagione della miniserie televisiva Il Mostro, forse in attesa di una successiva dedicata ai compagni di merende.

La fiction, che cura con attenzione costumi e scenografia, risente dell’influenza del tempo attuale e dei suoi valori: è questo il motivo per cui la Locci – che nelle cronache del passato era spregiativamente soprannominata Ape Regina per le sue relazioni extraconiugali – oggi viene rappresentata come una vittima del “patriarcato”. Un’analisi così approfondita alla ricerca di un punto di vista alternativo è senz’altro pregevole, ma non ne viene fatta una analoga per giustificare, o almeno comprendere, i comportamenti degli altri personaggi di sesso maschile presenti nella storia. Canterebbe De André: “Se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

La sesta faccia del dado è qualcosa che piacerebbe davvero scoprire: è la verità. Tra piste sarde, compagni di merende, sospetti di massoneria, messe nere e molte altre ipotesi ancora, si è ben lontani dall’avere una soluzione unica e universalmente riconosciuta. Arriverà mai?

 

 

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