Il fumetto italiano, dai primi del Novecento a oggi, ha compiuto un lungo e variegato percorso. Tra intrattenimento e impegno, scarsa considerazione e riconoscimento autoriale, alla ricerca del consolidamento e di una sua identità e un posto nel panorama culturale globale.

 

Aaahhhyaaaak!!!

Creato nel 1961 da Guido Nolitta (pseudonimo di Sergio Bonelli) e da Gallieno Ferri, Zagor è uno dei personaggi più emblematici del fumetto popolare italiano. Si distingue per la sua capacità di unire diversi generi narrativi in un unico universo coerente e affascinante. Ambientato nella fittizia foresta di Darkwood della prima metà dell’Ottocento nordamericano, il protagonista, il cui vero nome è Patrick Wilding, è cresciuto nella foresta dopo l’uccisione dei genitori da parte di una tribù di nativi americani degli Abenachi. Adottato da Nathaniel Fitzgeraldson (detto Wandering Fitzy) scopre in età adulta che suo padre, ex ufficiale dell’esercito, era colpevole di gravi atrocità contro i nativi. Questo lo porta a una profonda crisi morale che lo spinge a trasformarsi in Za-gor-te-nay, ovvero Lo Spirito con la Scure, figura mitica per le tribù locali. Idealista paladino della giustizia e simbolo di onestà al di sopra delle parti, si batte per una convivenza pacifica tra coloni e nativi. Al grido di battaglia di «Aaahhhyaaaak!!!», affronta minacce sovrannaturali, creature mostruose e folli scienziati. Questa miscela di western, horror, fantasy, fantascienza e avventura pura ha reso Zagor un unicum nel panorama fumettistico italiano, capace di attrarre lettori di molteplice provenienza e età. Non meno importante è il suo compagno di avventure, Cico, personaggio comico e pasticcione che bilancia il tono epico delle avventure con una vena umoristica costante. Pubblicato senza interruzioni, Zagor ha saputo rinnovarsi nel tempo senza snaturare la propria identità, mantenendo viva una narrazione avvincente e visivamente iconica e confermando la forza di un personaggio che ha saputo attraversare i decenni rinnovandosi, senza mai tradire le proprie origini. È tanto fisico e avventuroso quanto riflessivo, un eroe che cambia registro a seconda delle storie, passando dal dramma alla leggerezza, senza mai perdere la sua coerenza etica.




Il suo affetto presso il pubblico è andato anche oltre i confini italiani, specialmente in Turchia dove, nel 1971, furono prodotti due film a lui ispirati con l’attore Levent Çakır nel ruolo del protagonista. I titoli, Zagor – Kara Korsan’in hazìnelerì (Zagor – Il tesoro del Corsaro Nero) e Zagor – Kara Bela (Zagor – Il Flagello Nero), si rifacevano liberamente ad alcune avventure del fumetto (da notare che nello stesso anno — e sempre in Turchia — uscì anche un altro film intitolato Zagor, che però non aveva alcun legame con il personaggio, trattandosi di un semplice western generico).

ZagorZagor lancia il suo inconfondibile grido di battaglia


Si ride (ancora) ma si cambia

Intanto, in un contesto di fermento culturale e sociale, con l’Italia che si apre ai cambiamenti del boom economico, il fumetto inizia a dialogare con un pubblico più adulto e consapevole. Trovando nuovi spazi di espressione il fumetto comico e satirico italiano compie un salto in avanti significativo. Per Linus, il disegnatore e sceneggiatore Enzo Lunari introduce Girighiz, considerata una delle prime strisce italiane a utilizzare il fumetto in modo strutturato per fare satira sociale. Creata nel 1965 è una delle prime strisce umoristiche italiane a distinguersi per un taglio satirico e graffiante. Ambientata in un’immaginaria preistoria, la serie è popolata da cavernicoli che, con sorprendente attualità, discutono e vivono situazioni che riflettono la società moderna, dalla politica all’economia, dalla guerra ai costumi sociali. Il tratto grafico semplice e immediato si sposa perfettamente con l’ironia tagliente dei testi. La striscia divenne un piccolo cult, anticipando una forma di critica sociale che sarebbe diventata sempre più centrale nel fumetto d’autore italiano.
Intanto, Benito Jacovitti prosegue con alcune delle sue serie più note, come Cocco Bill e Zorry Kid, pubblicate entrambe sul Corriere dei Piccoli e, successivamente, sul Corriere dei Ragazzi e poi Il Giornalino. Contemporaneamente, altri autori sviluppano percorsi paralleli e, in questi anni, comincia a prendere forma anche un filone più irriverente, che si svilupperà pienamente nel decennio successivo, ma che negli anni 60 pone le basi. Il giovane Bonvi (Franco Bonvicini) inizia a lavorare nel mondo della pubblicità e dell’illustrazione, mentre si prepara al debutto delle sue celebri Sturmtruppen, che vedranno la luce alla fine del decennio, nel 1968, sul quotidiano romano Paese Sera.

_SturmtruppenSturmtruppen di Bonvi (Franco Bonvicini)


Solo un anno più tardi avverrà invece la volta di un altro cult del fumetto italiano,_ Alan Ford_, ad opera di due autori consolidati del calibro di Max Bunker (testi) e Magnus (disegni), edito nel 1969 dalla vulcanica Editoriale Corno, che dal decennio successivo pubblicò anche le strisce dei soldati di Bonvi.




Ambientata in un imprecisato fronte militare, Sturmtruppen racconta, con stile grottesco e parodico, la vita quotidiana dei soldati dell’esercito tedesco della Seconda guerra mondiale. La forza della striscia sta sia nel suo linguaggio ibrido, un italiano comicamente germanizzato, come nella capacità di trasformare la guerra in una tragicommedia dell’assurdo. Le gag ricorrenti, il disincanto dei personaggi, le situazioni ripetitive e claustrofobiche mettono alla berlina l’autoritarismo, l’ottusità della burocrazia militare e, più in generale, l’insensatezza della guerra. È stato il primo fumetto italiano ad essere pubblicato nel formato delle strisce quotidiane e ha conosciuto un grande successo, non solo in Italia. È apparso su numerosi quotidiani, riviste e volumi, ed è stato tradotto in ben undici lingue. La serie ebbe un enorme successo, tanto da ricevere adattamenti teatrali e cinematografici e una diffusione internazionale, tanto da diventare anche il primo fumetto straniero a essere pubblicato nell’Unione Sovietica. Con Sturmtruppen, Bonvi riuscì a coniugare umorismo e riflessione, firmando una delle satire antimilitariste più efficaci del fumetto al mondo.
Ma Bonvi non era nuovo al fumetto. Già nel 1965, infatti, il fumettista emiliano aveva creato Cattivik, parodia di Diabolik e di tutti qui personaggi del nero italiano con la K, spesso finale, nel nome. Il personaggio debuttò su un giornale studentesco di Modena, in una breve storia a fumetti che lo vedeva come bizzarro antagonista di un gruppo musicale chiamato I Gatti.1 Fin da subito si poté già intuire il tono grottesco e surreale che avrebbe contraddistinto il personaggio in futuro. L’intento dell’autore però, non era semplicemente di prendere in giro il genere ma, come spiegò lui stesso, quello di creare un personaggio per bambini che fosse cattivo senza ipocrisie, in modo esplicito e, al tempo stesso, giocoso. Quando poi nel 1970, in un momento in cui Bonvi aveva ormai consolidato la sua carriera da professionista del fumetto, Cattivik fece il suo ritorno riproposto in una nuova veste, attraverso una serie di storie brevi che ne rinnovarono il suo spirito grottesco e caricaturale, sulle pagine di Tiramolla (una delle testate di punta della casa editrice Edizioni Alpe), grazie all’attenzione di un pubblico sempre più ampio che una testata popolare e di grande successo poteva offrire, per il personaggio fu l’inizio dell’affermazione editoriale. La popolarità di Cattivik continuò anche quando Bonvi, che per l’accumulo di impegni lavorativi non poté più realizzarne le storie, cessata la pubblicazione su Tiramolla, nel 1972 regalò” il personaggio a Silver, nome d’arte con cui si faceva chiamare Guido Silvestri.


Ecco Alan Ford e il Gruppo T.N.T.

Edita nel 1969 dall’Editoriale Corno e affermatasi fin da subito come un caso unico nel panorama del fumetto italiano, in un’epoca in cui i fumetti erano ancora suddivisi per generi (western, noir, fantascienza…), grazie alla sua formula innovativa e irriverente, Alan Ford  rompe tutti gli schemi e le convenzioni. La serie ha la capacità di sovvertire i codici del fumetto d’azione, mescolando con disinvoltura spionaggio e giallo, satira politica e parodia, umorismo grottesco e critica sociale. In un mondo surreale, specchio deformato della società reale, si dipanano le avventure del Gruppo TNT, con i suoi agenti falliti, vecchi, paranoici, logorroici e perennemente al verde. Bizzarri e indimenticabili protagonisti come il biondo e ingenuo idealista Alan (forse l’unico personaggio normale in un contesto di totale surrealtà), l’incontenibile e nasuto Bob Rock, il burbero decrepito e spietato Numero Uno, sulla sua sedia a rotelle e tutti gli altri membri del gruppo e del nutrito cast di comprimari, mescolando caricatura sociale e ironia dissacrante con l’umorismo più nero e tagliente, costituivano una sorta di anti-epopea, un ritratto tragicomico dell’inefficienza e dell’assurdo.

Alan Ford n1 e il Numero Uno(A sinistra) Alan Ford n.1 (maggio 1969), di Max Bunker e Magnus;
(a destra) il Numero Uno del Gruppo T.N.T. sempre di Bunker e Magnus


Dopo un inizio non particolarmente promettente, grazie al sarcastico e caustico linguaggio che condisce i dialoghi taglienti e brillanti di Bunker uniti al tratto caricaturale ed espressivo di Magnus, la serie divenne un successo di pubblico e di critica, superando ogni aspettativa e conquistando una platea di lettori trasversale, fatto sia di giovani che di adulti, trovando un pubblico appassionato anche all’estero.




La serie rappresentò una delle espressioni più singolari e innovative del fumetto italiano, capace di scardinare i canoni narrativi e visivi del periodo e di costruire, attraverso un linguaggio comico e grottesco, una vera e propria lente critica sulla società contemporanea. Ma Alan Ford è molto più di una semplice parodia del genere spionistico, è uno specchio deformante dell’Italia (e dell’Occidente in generale) del tempo, in cui si riflettono con lucidità grottesca i difetti della società borghese, le contraddizioni del potere, la retorica vuota dell’eroismo e la miseria dietro il benessere apparente. Nelle sue pagine si alternano satira politica, critica del consumismo, cinismo verso le istituzioni e l’umanità, nonché una profonda sfiducia nella razionalità del mondo moderno. La povertà, la burocrazia, l’ingiustizia e l’incomunicabilità non vengono solo rappresentate ma esasperate fino al parossismo, per rivelarne l’essenza profondamente alienante. In questo senso, il fumetto coglie appieno lo spirito di un decennio travagliato, segnato da tensioni sociali, crisi economica e trasformazioni culturali profonde. L’Italia della fine degli anni Sessanta e, successivamente, degli anni Settanta è attraversata da un malessere diffuso e da un’incertezza politica che Alan Ford restituisce in forma di satira corrosiva, priva di eroi positivi o modelli salvifici. Il riso che provoca è amaro, ma pure liberatorio: una forma di resistenza ironica contro l’ipocrisia e l’assurdo del quotidiano. Anche graficamente, l’opera segna un punto di svolta. Il tratto di Magnus, dettagliato, plastico, teatrale, conferisce alla serie una dimensione visiva che va ben oltre il fumetto comico, rendendo credibili e vividi anche i personaggi più improbabili. La cura maniacale per le espressioni facciali, le architetture irreali, la composizione delle tavole costruiscono un’estetica unica, capace di fondere il fumetto popolare con suggestioni più colte e sperimentali.
Alan Ford e il Gruppo T.N.T., con il loro universo stralunato e beffardo, hanno lasciato un’impronta duratura non solo nel fumetto italiano, ma anche nell’immaginario collettivo. In un’Italia che cercava di orientarsi tra i sogni infranti del boom economico e le inquietudini del presente, i personaggi di Bunker e Magnus rappresentarono una voce dissonante, capace di ridere e far ridere dell’assurdità del reale. E proprio per questo, ancora oggi, rimangono una testimonianza viva di quanto il fumetto possa essere anche una forma d’arte critica e profondamente politica.
Ancora interrottamente pubblicata (a luglio 2026 siamo al N.682), la serie ha lasciato una profonda impronta nella storia del fumetto italiano, aprendo la strada a nuove contaminazioni narrative e stilistiche.


CONTINUA…

GirighizGirighiz di Enzo Lunari



  1. Il gruppo musicale I Gatti, piuttosto popolare nei tea party studenteschi dell’Emilia negli anni Sessanta, vedeva tra i suoi membri Francesco Guccini, Maurizio Vandelli, Victor Sogliani, Alfio Cantarella e Franco Ceccarelli. Dopo l’uscita dal gruppo di Guccini, i restanti membri formarono quella che sarebbe diventata l‘Equipe 84. Ma queste sono altre storie…↩︎

 



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