Se si è nati negli ultimi settanta anni, quando si apre una bustina di figurine ricordiamo subito un odore particolare: quello della colla fresca. Non è solo nostalgia, è un riflesso condizionato. Quel microsecondo di sospensione prima di scoprire se, dietro la prima carta, ci sia il portiere che ti manca da mesi o l’ennesimo doppione da lanciare sul muretto giocando con gli amici. Nate come semplici inserti pubblicitari nell’Ottocento, le figurine hanno smesso da un pezzo di essere solo “un gioco da bambini”. I fratelli Panini ci hanno costruito un impero nel 1961, che gli eredi hanno venduto a una multinazionale. Questa società oggi pubblica gli eroi della Marvel fino ai mostriciattoli dei Pokémon, muovendo un mercato che per molti adulti è diventato un vero e proprio business di investimenti e aste folli. Eppure, nell’era degli schermi e dei pixel, la vera forza della figurina resta la sua consistenza. C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel tenere in mano una collezione, nel catalogarla fisicamente, nell’incastrare perfettamente l’adesivo sui bordi dell’album. Non è marketing: è il bisogno, tutto umano, di toccare con mano le nostre passioni. Ammettiamolo: quel “Celo, celo, manca” sussurrato da bambini sul muretto della scuola non ce lo siamo mai tolto di dosso. Solo che oggi, al posto dei calciatori della Serie A, magari scambiamo carte dell’ultima edizione della Marvel. Ma come fa un pezzo di carta stampata a sopravvivere nell’era di TikTok e del digitale? Semplice: perché si tocca. In un mondo dove tutto è virtuale ed effimero, avere un album fisico da sfogliare e completare soddisfa un bisogno reale. C’è la caccia, c’è il brivido dello strappo della bustina — un suono che dal 1961 a oggi non è mai cambiato — e c’è la soddisfazione di dire “ce l’ho“. Alla fine, che tu abbia 8 o 40 anni, la magia è sempre la stessa. Navigazione articoli I MERCATINI DELLE PULCI COME ANTIDOTO ALLA VANITÀ I SEGRETI PER RIUSCIRE A NON PUBBLICARE UN LIBRO